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Il giovane scienziato ebreo Una antica narrazione riportata alla luce dal giurista blogger Giovanni Cardona

Il giovane scienziato ebreo Una antica narrazione riportata alla luce dal giurista blogger Giovanni Cardona
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Era nato in Calabria a Radicena: terra di passaggio.

Nei pressi della zona denominata “Chianu ‘i San Basili” (Piano di San Basilio), nei pressi dell’odierna piazza Garibaldi.

Giovanissimo si trasferì a Roma dove si innamora di Giovanna, si fidanza con Giovanna, non vede altro che Giovanna, sposa Giovanna; ne è felicemente travolto e travolge Giovanna e Giovanna gli regala Antonio e Carlo.

Il suo inesauribile interesse per lo studio della mente umana sconvolta dalla follia, lo porta all’insegnamento universitario.

Una frase lo aveva particolarmente colpito, una frase che è nel frontespizio della “Storia della pazzia” di Bruno Cassinelli:
Se un giorno le belve dovranno giudicare gli uomini, porteranno come atto di accusa contro di noi la ferocia degli uomini sani contro gli uomini folli“.

E più ancora fu colpito dalla dedica del libro: “Questo studio su una realtà nel cui disperso dolore restano assolte le creature e condannata la materia“.

In questa assoluzione delle creature, in questa condanna della materia, nel desiderio prepotente di confortare quel disperso dolore, iniziò lo studio delle discipline psichiatriche, penetrando nella mente dell’uomo, scrutando le anamnesi remote, i fatti recenti, i fatti dell’infanzia, i traumi fisici, i traumi psichici, entrando nel regno emozionale del malato, soffrendo le sue ansie e i suoi martiri.

Dinanzi al dolore, il tratto severo del suo volto, il suo piglio aggressivo, il suo artiglio si mutava in una infinita pietà, in un sorriso dell’anima.

Erano quelli i tempi in cui la scuola psichiatrica italiana, la scuola del Cerletti antesignano dell’elettro-shock, del Gozzano, del Ferrio, il sistematico della disciplina, aveva assunto gli insegnamenti della scuola germanica, della scuola del Kraepelin, dello Schneider, del Kolle, i quali poi avevano tratto insegnamento dal positivismo italiano di Ardigò e dall’antropologia del Lombroso.

Così inizia questo studio in una maniera estremamente profonda, ma con una sua particolare tipicità.

Chi l‘aveva ascoltato asseriva che egli restava sempre ancorato alla sua cultura letteraria: il che rendeva l’esposizione delle sue idee facile e affascinante.

Poneva in parallelo il personaggio del mondo letterario con il soggetto che studiava.

Era colto: leggeva moltissimo e aveva anche una memoria veramente prodigiosa, salvo poi a non salutare qualcuno che conosceva, o salutare qualcuno che non aveva mai visto.

Aveva un modo di parlare autonomo e squisitamente personale.

Nello studio della paranoia, affrontava il tema dei deliri nei quali vedeva le deformazioni degli aspetti reali della vita così come si vedono deformate le immagini negli specchi concavi.

Nel delirio mistico, intuiva l’ansia del malato di raggiungere l’eternità dello spirito e la impossibilità di realizzare questa aspirazione.

E di qui la frattura tra vita logica e vita affettiva.

Nell’attraversare una corsia manicomiale, ed a un certo momento vide una povera vecchia scarmigliata, con gli abiti a brandelli e un’espressione drammatica sul volto: era l’immagine della disperazione e della sofferenza.

Stava a terra, prona, con le mani in avanti, proferendo preghiere senza senso e in tono lamentoso.

Egli, con piglio stentoreo disse una frase bellissima: “Chissà quanti secoli pregano in quelle vene“.

Con questa riflessione superò l’anamnesi remota e gentilizia e intuì le forme ereditarie più antiche, anticipandone lo studio del codice genetico.

Scomparve con la famiglia, dissolvendosi, come molti ebrei, tra le fiamme di quel male che avvampò tra le menti malate, che con piglio scientifico aveva studiato.

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