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Democrazia: la dittatura delle minoranze La coperta corta e l’illusione della rappresentanza politica, tutelitaria degli interessi diffusi

Democrazia: la dittatura delle minoranze La coperta corta e l’illusione della rappresentanza politica, tutelitaria degli interessi diffusi
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La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in
un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da
leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo Stato. Il ricambio
al vertice decisionale si ha con l’eliminazione fisica del dittatore per mano dei
consanguinei in linea di successione o per complotti cruenti degli avversari politici.
In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù
incontrastabile di un individuo (o di un ristretto gruppo di persone) che detiene
un potere imposto con la forza. In questo senso la dittatura coincide spesso con
l’autoritarismo e con il totalitarismo. Sua caratteristica è anche la negazione
della libertà di espressione e di stampa.

La democrazia non è altro che la dittatura delle minoranze reazionarie, che, con
fare ricattatorio, impongono le loro pretese ad una maggioranza moderata, assoggetta
da calcoli politici.

Si definisce minoranza un gruppo sociale che, in una data società, non costituisce
una realtà maggioritaria. La minoranza può essere in riferimento a: etnia (minoranza
etnica), lingua (minoranza linguistica), religione (minoranza religiosa), genere
(minoranza di genere), età, condizione psicofisica.

Minoranza con potere assoluto è chi eserciti una funzione pubblica legislativa,
giudiziaria o amministrativa. Con grande influenza alla formazione delle leggi emanate
nel loro interesse. Queste minoranze sono chiamate “Caste”.

Minoranza con potere relativo è colui che sia incaricato di pubblico servizio, ai
sensi della legge italiana, ed identifica chi, pur non essendo propriamente un pubblico
ufficiale con le funzioni proprie di tale status (certificative, autorizzative, deliberative),
svolge comunque un servizio di pubblica utilità presso organismi pubblici in genere.
Queste minoranze sono chiamate “Lobbies professionali abilitate” (Avvocati, Notai,
ecc.). A queste si aggiungono tutte quelle lobbies economiche o sociali rappresentative
di un interesse corporativo non abilitato. Queste si distinguono per le battagliere
e visibili pretese (Tassisti, sindacati, ecc.).

Le minoranze, in democrazia, hanno il potere di influenzare le scelte politiche a
loro vantaggio ed esercitano, altresì, la negazione della libertà di espressione
e di stampa, quando queste si manifestano a loro avverse.

Questo impedimento è l’imposizione del “Politicamente Corretto” nello scritto
e nel parlato. Recentemente vi è un tentativo per limitare ancor più la libertà
di parola: la cosiddetta lotta alle “Fake news”, ossia alle bufale on line. La
guerra, però è rivolta solo contro i blog e contro i forum, non contro le testate
giornalistiche registrate. Questo perché, si sa, gli abilitati sono omologati al
sistema.

Nel romanzo 1984 George Orwell immaginò un mondo in cui il linguaggio e il pensiero
della gente erano stati soffocati da un tentacolare sistema persuasivo tecnologico
allestito dallo stato totalitario. La tirannia del “politicamente corretto” che
negli ultimi anni si è impossessata della cultura occidentale ricorda molto il pensiero
orwelliano: qualcuno dall’alto stabilisce cosa in un determinato frangente storico
sia da ritenersi giusto e cosa sbagliato, e sfruttando la cassa di risonanza della
cultura di massa induce le persone ad aderire ad una serie di dogmi laici spacciati
per imperativi etici, quando in realtà sono solo strumenti al soldo di una strategia
socio-politica.

Di esempi della tirannia delle minoranze la cronaca è piena. Un esempio per tutti.

Assemblea Pd, basta con questi sciacalli della minoranza, scrive Andrea Viola, Avvocato
e consigliere comunale Pd, il 15 febbraio 2017 su “Il Fatto Quotidiano”. Mentre il
Paese ha bisogno di risposte, la vecchia sinistra pensa sempre e solo alle proprie
poltrone: è un vecchio vizio dalemiano. Per questi democratici non importa governare
l’Italia, è più importante controllare un piccolo ma proprio piccolo partito.
Di queste persone e di questi politicanti siamo esausti: hanno logorato sempre il
Pd e il centro-sinistra; hanno sempre e solo pensato ai loro poltronifici; si sono
sempre professati più a sinistra di ogni segretario che non fosse un loro uomo.
Ma ora basta. Ricapitoliamo. Renzi perde le primarie con Bersani prima delle elezioni
politiche del 2013. Bersani fa le liste mettendo dentro i suoi uomini con il sistema
del Porcellum (altro che capilista bloccati). Elezioni politiche che dovevano essere
vinte con facilità ed invece la campagna elettorale di Bersani fu la peggiore possibile.
Renzi da parte sua diede il più ampio sostegno, in maniera leale e trasparente.
Il Pd di Bersani non vinse e fu costretto ad un governo Letta con Alfano e Scelta
Civica. Dopo mesi di pantano, al congresso del Pd, Renzi vince e diventa il segretario
a stragrande maggioranza. E poi, con l’appoggio del Giorgio Napolitano, nuovo presidente
del Consiglio. Lo scopo del suo governo è fare le riforme da troppo tempo dimenticate:
legge elettorale e riforma costituzionale. Tutti d’accordo. E invece ecco che Bersani,
D’Alema e compagnia iniziano il lento logoramento, non per il bene comune ma per
le poltrone da occupare. Si vota l’Italicum e la riforma costituzionale. Renzi
fa l’errore di personalizzare il referendum ed ecco gli sciacalli della minoranza
Pd che subito si fiondano. Da quel momento inizia la strategia: andare contro il
segretario che cercare di riprendere in mano il partito. La prova è semplice da
dimostrare: Bersani e i suoi uomini in Parlamento avevano votato a favore della riforma
costituzionale. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Invece il referendum finisce
59 a 41 per il No. Matteo Renzi, in coerenza con quello detto in precedenza, si dimette
da presidente del Consiglio. E francamente vedere brindare D’Alema, Speranza e
compagnia all’annuncio delle dimissioni di Renzi è stato veramente vomitevole.
Questa è stata la prima e vera plateale scissione: compagni di partito che brindano
contro il proprio segretario, vergognoso! Bene, da quel momento, è un susseguirsi
di insulti continui a Renzi, insulti che neanche il proprio nemico si era mai sognato.
Renzi, a quel punto, è pronto a dimettersi subito e aprire ad un nuovo congresso.
Nulla, la minoranza non vuole e minaccia la scissione perché prima ci deve essere
altro tempo. Non per lavorare nell’interesse della comunità ma per le mirabolanti
strategie personali di Bersani e D’Alema. Avevano detto che dopo il referendum
sarebbe bastato poco per fare altra legge elettorale e altra riforma costituzionale.
Niente di più falso. Unico loro tormentone, fare fuori Matteo. Renzi, allora, chiede
di fare presto per andare al voto. Apriti cielo: il baffetto minaccia la scissione,
non vuole il voto subito, si perde il vitalizio. Dice che ci vuole il congresso prima
del voto. Bene, Renzi si dice pronto. Lunedì scorso si tiene la direzione. Tanti
interventi. Si vota. La minoranza, però, vota contro la mozione dei renziani. Il
risultato: 107 con Renzi, 12 contro. “Non vogliamo un partito di Renzi”, dicono.
Insomma il vaso è proprio colmo. Scuse su scuse, una sola verità: siete in stragrande
minoranza e volete solo demolire il Pd e Renzi. Agli italiani però non interessa
e non vogliono essere vostri ostaggi. E’ chiaro a tutti che non vi interessa governare
ma avere qualche poltrona assicurata. Sarà bello vedervi un giorno cercare alleanze.
I ricatti sono finiti: ora inizi finalmente la vera rottamazione.

No, no e 354 volte no. La sindrome Nimby (Not in my back yard, “non nel mio cortile”)
va ben oltre il significato originario. Non solo contestazioni di comitati che non
vogliono nei dintorni di casa infrastrutture o insediamenti industriali: 354, appunto,
bloccati solo nel 2012 (fonte Nimby Forum). Ormai siamo in piena emergenza Nimto
– Not in my term of office, “non nel mio mandato” – e cioè quel fenomeno che
svela l’inazione dei decisori pubblici. Nel Paese dei mille feudi è facile rinviare
decisioni e scansare responsabilità. La protesta è un’arte, e gli italiani ne
sono indiscussi maestri. Ecco quindi pareri “non vincolanti” di regioni, province
e comuni diventare veri e propri niet, scrive Alessandro Beulcke su “Panorama”.
Ministeri e governo, in un devastante regime di subalternità perenne, piegano il
capo ai masanielli locali. Tempi decisionali lunghi, scelte rimandate e burocrazie
infinite. Risultato: le multinazionali si tengono alla larga, le grandi imprese italiane
ci pensano due volte prima di aprire uno stabilimento. Ammonterebbe così a 40 miliardi
di euro il “costo del non fare” secondo le stime di Agici-Bocconi. E di questi tempi,
non permettere l’iniezione di capitali e lavoro nel Paese è una vera follia.

NO TAV, NO dal Molin, NO al nucleare, NO all’ingresso dei privati nella gestione
dell’acqua: negli ultimi tempi l’Italia è diventata una Repubblica fondata sul
NO? A quanto pare la paura del cambiamento attanaglia una certa parte dell’opinione
pubblica, che costituisce al contempo bacino elettorale nonché cassa di risonanza
mediatica per politici o aspiranti tali (ogni riferimento è puramente casuale).
Ciò che colpisce è la pervicacia con la quale, di volta in volta, una parte o l’altra
del nostro Paese si barrica dietro steccati culturali, rifiutando tutto ciò che
al di fuori dei nostri confini è prassi comune. Le battaglie tra forze dell’ordine
e manifestanti NO TAV non si sono verificate né in Francia né nel resto d’Europa,
nonostante il progetto preveda l’attraversamento del continente da Lisbona fino
a Kiev: è possibile che solo in Val di Susa si pensi che i benefici dell’alta
velocità non siano tali da compensare l’inevitabile impatto ambientale ed i costi
da sostenere? E’ plausibile che sia una convinzione tutta italica quella che vede
i treni ad alta velocità dedicati al traffico commerciale non rappresentare il futuro
ma, anzi, che questi siano andando incontro a un rapido processo di obsolescenza?
Certo, dire sempre NO e lasciare tutto immutato rappresenta una garanzia di sicurezza,
soprattutto per chi continua a beneficiare di rendite di posizione politica, ma l’Italia
ha bisogno di cambiamenti decisi per diventare finalmente protagonista dell’Europa
del futuro. NO?

Il Paese dei “No” a prescindere. Quando rispettare le regole è (quasi) inutile.
In Italia non basta rispettare le regole per riuscire ad investire nelle grandi infrastrutture.
Perché le regole non sono una garanzia in un Paese dove ogni decisione è messa
in discussione dai mal di pancia fragili e umorali della piazza. E di chi la strumentalizza,
scrive l’imprenditore Massimiliano Boi. Il fenomeno, ben noto, si chiama “Nimby”,
iniziali dell’inglese Not In My Backyard (non nel mio cortile), ossia la protesta
contro opere di interesse pubblico che si teme possano avere effetti negativi sul
territorio in cui vengono costruite. I veti locali e l’immobilismo decisionale
ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo dell’Italia.
Le contestazioni promosse dai cittadini sono “cavalcate” (con perfetta par condicio)
dalle opposizioni e dagli stessi amministratori locali, impegnati a contenere ogni
eventuale perdita di consenso e ad allontanare nel tempo qualsiasi decisione degna
di tale nome. Dimenticandosi che prendere le decisioni è il motivo per il quale,
in definitiva, sono stati eletti. L’Osservatorio del Nimby Forum (nimbyforum.it)
ha verificato che dopo i movimenti dei cittadini (40,7%) i maggiori contestatori
sono gli amministratori pubblici in carica (31,4%) che sopravanzano di oltre 15 punti
i rappresentanti delle opposizioni. Il sito nimbyforum.it, progetto di ricerca sul
fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali gestito dall’associazione no
profit Aris, rileva alla settima edizione del progetto che in Italia ci sono 331
le infrastrutture e impianti oggetto di contestazioni (e quindi bloccati). La fotografia
che emerge è quella di un paese vecchio, conservatore, refrattario ad ogni cambiamento.
Che non attrae investimenti perché è ideologicamente contrario al rischio d’impresa.
Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è la tendenza allo stallo. Quella che i
sociologi definiscono “la tirannia dello status quo”, cioè dello stato di fatto,
quasi sempre insoddisfacente e non preferito da nessuno. A forza di “no” a prescindere,
veti politici e pesanti overdosi di burocrazia siamo riusciti (senza grandi sforzi)
a far scappare anche le imprese straniere. La statistica è piuttosto deprimente:
gli investimenti internazionali nella penisola valgono 337 miliardi, la metà di
quelli fatti in Spagna e solo l’1,4% del pil, un terzo in meno di Francia e Germania.
Un caso per tutti, raccontato da Ernesto Galli Della Loggia. L’ex magistrato Luigi
de Magistris, sindaco di Napoli, città assurta come zimbello mondiale della mala
gestione dei rifiuti, si è insediato come politico “nuovo”, “diverso”, “portatore
della rivoluzione”. Poi, dicendo “no” ai termovalorizzatori per puntare solo
sulla raccolta differenziata, al molo 44 Area Est del porto partenopeo, ha benedetto
l’imbarco di 3 mila tonn di immondizia cittadina sulla nave olandese “Nordstern”
che, al prezzo di 112 euro per tonn, porterà i rifiuti napoletani nel termovalorizzatore
di Rotterdam. Dove saranno bruciati e trasformati in energia termica ed elettrica,
a vantaggio delle sagge collettività locali che il termovalorizzatore hanno voluto.
Ma senza andare lontano De Magistris avrebbe potuto pensare al termovalorizzatore
di Brescia, dove pare che gli abitanti non abbiano l’anello al naso. Scrive Galli
Della Loggia: “Troppo spesso questo è anche il modo in cui, da tempo, una certa
ideologia verde cavalca demagogicamente paure e utopie, senza offrire alcuna alternativa
reale, ma facendosi bella nel proporre soluzioni che non sono tali”.

In Italia stiamo per inventare la “tirannia della minoranza”. Tocqueville aveva messo
in guardia contro gli eccessivi poteri del Parlamento. Con la legge elettorale sbagliata
si può andare oltre…scrive Dario Antiseri, Domenica 04/09/2016, su “Il Giornale”.
Nulla di più falso, afferma Ludwig von Mises, che liberalismo significhi distruzione
dello Stato o che il liberale sia animato da un dissennato odio contro lo Stato.
Precisa subito Mises in Liberalismo: «Se uno ritiene che non sia opportuno affidare
allo Stato il compito di gestire ferrovie, trattorie, miniere, non per questo è
un nemico dello Stato. Lo è tanto poco quanto lo si può chiamare nemico dell’acido
solforico, perché ritiene che, per quanto esso possa essere utile per svariati scopi,
non è certamente adatto ad essere bevuto o usato per lavarsi le mani». Il liberalismo
prosegue Mises non è anarchismo: «Bisogna essere in grado di costringere con la
violenza ad adeguarsi alle regole della convivenza sociale chi non vuole rispettare
la vita, la salute, o la libertà personale o la proprietà privata di altri uomini.
Sono questi i compiti che la dottrina liberale assegna allo Stato: la protezione
della proprietà, della libertà e della pace». E per essere ancora più chiari:
«Secondo la concezione liberale, la funzione dell’apparato statale consiste unicamente
nel garantire la sicurezza della vita, della salute, della libertà e della proprietà
privata contro chiunque attenti ad essa con la violenza». Conseguentemente, il liberale
considera lo Stato «una necessità imprescindibile». E questo per la precisa ragione
che «sullo Stato ricadono le funzioni più importanti: protezione della proprietà
privata e soprattutto della pace, giacché solo nella pace la proprietà privata
può dispiegare tutti i suoi effetti». È «la pace la teoria sociale del liberalismo».
Da qui la forma di Stato che la società deve abbracciare per adeguarsi all’idea
liberale, forma di Stato che è quella democratica, «basata sul consenso espresso
dai governati al modo in cui viene esercitata l’azione di governo». In tal modo,
«se in uno Stato democratico la linea di condotta del governo non corrisponde più
al volere della maggioranza della popolazione, non è affatto necessaria una guerra
civile per mandare al governo quanti intendano operare secondo la volontà della
maggioranza. Il meccanismo delle elezioni e il parlamentarismo sono appunto gli strumenti
che permettono di cambiare pacificamente governo, senza scontri, senza violenza e
spargimenti di sangue». E se è vero che, senza questi meccanismi, «dovremmo solo
aspettarci una serie ininterrotta di guerre civili», e se è altrettanto vero che
il primo obiettivo di ogni totalitario è l’eliminazione di quella sorgente di libertà
che è la proprietà privata, a Mises sta a cuore far notare che «i governi tollerano
la proprietà privata solo se vi sono costretti, ma non la riconoscono spontaneamente
per il fatto che ne conoscono la necessità. È accaduto spessissimo che persino
uomini politici liberali, una volta giunti al potere, abbiano più o meno abbandonato
i principi liberali. La tendenza a sopprimere la proprietà privata, ad abusare del
potere politico, e a disprezzare tutte le sfere libere dall’ingerenza statale, è
troppo profondamente radicata nella psicologia del potere politico perché se ne
possa svincolare. Un governo spontaneamente liberale è una contradictio in adjecto.
I governi devono essere costretti ad essere liberali dal potere unanime dell’opinione
pubblica». Insomma, aveva proprio ragione Lord Acton a dire che «il potere tende
a corrompere e che il potere assoluto corrompe assolutamente». Un ammonimento, questo,
che dovrebbe rendere i cittadini e soprattutto gli intellettuali ed i giornalisti
più consapevoli e responsabili. Da Mises ad Hayek. In uno dei suoi lavori più noti
e più importanti, e cioè Legge, legislazione e libertà, Hayek afferma: «Lungi
dal propugnare uno Stato minimo, riteniamo indispensabile che in una società avanzata
il governo dovrebbe usare il proprio potere di raccogliere fondi per le imposte per
offrire una serie di servizi che per varie ragioni non possono essere forniti o non
possono esserlo in modo adeguato dal mercato». A tale categoria di servizi «appartengono
non soltanto i casi ovvi come la protezione dalla violenza, dalle epidemie o dai
disastri naturali quali allagamenti e valanghe, ma anche molte delle comodità che
rendono tollerabile la vita nelle grandi città, come la maggior parte delle strade,
la fissazione di indici di misura, e molti altri tipi di informazione che vanno dai
registri catastali, mappe e statistiche, ai controlli di qualità di alcuni beni
e servizi». È chiaro che l’esigere il rispetto della legge, la difesa dai nemici
esterni, il campo delle relazioni internazionali, sono attività dello Stato. Ma
vi è anche, fa presente Hayek, tutta un’altra classe di rischi per i quali solo
recentemente è stata riconosciuta la necessità di azioni governative: «Si tratta
del problema di chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un’economia
di mercato, quali malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani,
cioè coloro che soffrono condizioni avverse, le quali possono colpire chiunque e
contro cui molti non sono in grado di premunirsi da soli ma che una società la quale
abbia raggiunto un certo livello di benessere può permettersi di aiutare». La «Grande
Società» può permettersi fini umanitari perché è ricca; lo può fare «con operazioni
fuori mercato e non con manovre che siano correzioni del mercato medesimo». Ma ecco
la ragione per cui esso deve farlo: «Assicurare un reddito minimo a tutti, o un
livello cui nessuno scenda quando non può provvedere a se stesso, non soltanto è
una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti, ma è un compito
necessario della Grande Società in cui l’individuo non può rivalersi sui membri
del piccolo gruppo specifico in cui era nato». E, in realtà, ribadisce Hayek, «un
sistema che invoglia a lasciare la sicurezza goduta appartenendo ad un gruppo ristretto,
probabilmente produrrà forti scontenti e reazioni violente quando coloro che ne
hanno goduto prima i benefici si trovino, senza propria colpa, privi di aiuti, perché
non hanno più la capacità di guadagnarsi da vivere». Tutto ciò premesso, Hayek
torna ad insistere sul pericolo insito anche nelle moderne democrazie dove si è
persa la distinzione tra legge e legislazione, vale a dire tra un ordine che «si
è formato per evoluzione», un ordine «endogeno» e che si «autogenera» (cosmos)
da una parte e dall’altra «un ordine costruito». Un popolo sarà libero se il governo
sarà un governo sotto l’imperio della legge, cioè di norme di condotta astratte
frutto di un processo spontaneo, le quali non mirano ad un qualche scopo particolare,
si applicano ad un numero sconosciuto di casi possibili, e formano un ordine in cui
gli individui possano realizzare i loro scopi. E, senza andare troppo per le lunghe,
l’istituto della proprietà intendendo con Locke per «proprietà» non solo gli
oggetti materiali, ma anche «la vita, la libertà ed i possessi» di ogni individuo
costituisce, secondo Hayek, «la sola soluzione finora scoperta dagli uomini per
risolvere il problema di conciliare la libertà individuale con l’assenza di conflitti».
La Grande società o Società aperta in altri termini «è resa possibile da quelle
leggi fondamentali di cui parlava Hume, e cioè la stabilità del possesso, il trasferimento
per consenso e l’adempimento delle promesse». Senza una chiara distinzione tra la
legge posta a garanzia della libertà e la legislazione di maggioranze che si reputano
onnipotenti, la democrazia è perduta. La verità, dice Hayek, è che «la sovranità
della legge e la sovranità di un Parlamento illimitato sono inconciliabili». Un
Parlamento onnipotente, senza limiti alla legiferazione, «significa la morte della
libertà individuale». In breve: «Noi possiamo avere o un Parlamento libero o un
popolo libero». Tocqueville, ai suoi tempi, aveva messo in guardia contro la tirannia
della maggioranza; oggi, ai nostri giorni, in Italia, si va ben oltre, sempre più
nel baratro, con la proposta di una legge elettorale dove si prefigura chiaramente
una «tirannia» della minoranza. Dario Antiseri

Quelli che… è sempre colpa del liberalismo. Anche se in Italia neppure esiste.
A sinistra (ma pure a destra) è diffusa l’idea che ogni male della società sia
frutto dell’avidità e del cinismo capitalistico. Peccato sia l’esatto contrario:
l’assenza di mercato e di concorrenza produce ingiustizie e distrugge l’eco…, scrive
Dario Antiseri, Domenica 04/09/2016, su “Il Giornale”. Una opinione sempre più diffusa
e ribadita senza sosta è quella in cui da più parti si sostiene che i tanti mali
di cui soffre la nostra società scaturiscano da un’unica e facilmente identificabile
causa: la concezione liberale della società. Senza mezzi termini si continua di
fatto a ripetere che il liberalismo significhi «assenza di Stato», uno sregolato
laissez fairelaissez passer, una giungla anarchica dove scorrazzano impuniti pezzenti
ben vestiti ingrassati dal sangue di schiere di sfruttati. Di fronte ad un sistema
finanziario slegato dall’economia reale, a banchieri corrotti e irresponsabili che
mandano sul lastrico folle di risparmiatori, quando non generano addirittura crisi
per interi Stati; davanti ad una disoccupazione che avvelena la vita di larghi strati
della popolazione, soprattutto giovanile; di fronte ad ingiustizie semplicemente
spaventose generate da privilegi goduti da bande di cortigiani genuflessi davanti
al padrone di turno; di fronte ad imprenditori che impastano affari con la malavita
e ad una criminalità organizzata che manovra fiumi di (…) (…) denaro; di fronte
a queste e ad altre «ferite» della società, sul banco degli imputati l’aggressore
ha sempre e comunque un unico volto: quello della concezione liberale della società.
E qui è più che urgente chiedersi: ma è proprio vero che le cose stanno così,
oppure vale esattamente il contrario, cioè a dire che le «ferite» di una società
ingiusta, crudele e corrotta zampillano da un sistematico calpestamento dei principi
liberali, da un tenace rifiuto della concezione liberale dello Stato? Wilhelm Röpke,
uno dei principali esponenti contemporanei del pensiero liberale, muore a Ginevra
il 12 febbraio del 1966. Nel ricordo di Ludwig Erhard, allora Cancelliere della Germania
Occidentale: «Wilhelm Röpke è un grande testimone della verità. I miei sforzi
verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli
la mia gratitudine, per avere egli influenzato la mia concezione e la mia condotta».
E furono esattamente le idee della Scuola di Friburgo alla base della strabiliante
rinascita della Germania Occidentale dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Ancora Erhard, qualche anno prima, nel 1961: «Se esiste una teoria in grado di interpretare
in modo corretto i segni del tempo e di offrire un nuovo slancio simultaneamente
ad un’economia di concorrenza e a un’economia sociale, questa è la teoria proposta
da coloro che vengono chiamati neoliberali o ordoliberali. Essi hanno posto con sempre
maggiore intensità l’accento sugli aspetti politici e sociali della politica economica
affrancandola da un approccio troppo meccanicistico e pianificatore». E tutt’altro
che una assenza dello Stato caratterizza la proposta dei sostenitori dell’Economia
sociale di mercato. La loro è una concezione di uno Stato forte, fortissimo, istituito
a presidio di regole per la libertà: «Quel che noi cerchiamo di creare – affermano
Walter Eucken e Franz Böhm nel primo numero di Ordo (1948) è un ordine economico
e sociale che garantisca al medesimo tempo il buon funzionamento dell’attività economica
e condizioni di vita decenti e umane. Noi siamo a favore dell’economia di concorrenza
perché è essa che permette il conseguimento di questo scopo. E si può anche dire
che tale scopo non può essere ottenuto che con questo mezzo». Non affatto ciechi
di fronte alle minacce del potere economico privato sul funzionamento del mercato
concorrenziale né sul fatto che le tendenze anticoncorrenziali sono più forti nella
sfera pubblica che in quella privata, né sui torbidi maneggi tra pubblico e privato,
gli «Ordoliberali» della scuola di Friburgo, distanti dalla credenza in un’armonia
spontanea prodotta dalla «mano invisibile», hanno sostenuto l’idea che il sistema
economico deve funzionare in conformità con una «costituzione economica» posta
in essere dallo Stato. Scrive Walter Eucken nei suoi Fondamenti di economia politica
(1940): «Il sistema economico deve essere pensato e deliberatamente costruito. Le
questioni riguardanti la politica economica, la politica commerciale, il credito,
la protezione contro i monopoli, la politica fiscale, il diritto societario o il
diritto fallimentare, costituiscono i differenti aspetti di un solo grande problema,
che è quello di sapere come bisogna stabilire le regole dell’economia, presa come
un tutto a livello nazionale ed internazionale». Dunque, per gli Ordoliberali il
ruolo dello Stato nell’economia sociale di mercato non è affatto quello di uno sregolato
laissez-faire, è bensì quello di uno «Stato forte» adeguatamente attrezzato contro
l’assalto dei monopolisti e dei cacciatori di rendite. Eucken: «Lo Stato deve agire
sulle forme dell’economia, ma non deve essere esso stesso a dirigere i processi economici.
Pertanto, sì alla pianificazione delle forme, no alla pianificazione del controllo
del processo economico». «Non fa d’uopo confutare ancora una volta la grossolana
fola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato o di assoluto lasciar
fare o lasciar passare». Questo scrive Luigi Einaudi in una delle sue Prediche inutili
(dal titolo: Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze tra liberalismo
e socialismo). E prosegue: «Che i liberali siano fautori dello Stato assente, che
Adamo Smith sia il campione dell’assoluto lasciar fare e lasciar passare sono bugie
che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte
dei politici, abituati a dire: superata l’idea liberale; non hanno letto mai nessuno
dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista». Contro Croce,
per il quale il liberalismo «non ha un legame di piena solidarietà col capitalismo
o col liberismo economico della libera concorrenza», Einaudi giudica del tutto inconsistente
simile posizione in quanto una società senza economia di mercato sarebbe oppressa
da «una forza unica dicasi burocrazia comunista od oligarchia capitalistica capace
di sovrapporsi alle altre forze sociali», con la conseguenza «di uniformizzare
e conformizzare le azioni, le deliberazioni, il pensiero degli uomini». Così Einaudi
nel suo contrasto con Croce (in B. Croce-L. Einaudi, Liberismo e Liberalismo, 1957).
È un fatto sotto gli occhi di tutti che ipertrofia dello Stato ed i monopoli sono
storicamente nemici della libertà. Monopolismo e collettivismo ambedue sono fatali
alla libertà. Per questo, tra i principali compiti dello Stato liberale vi è una
lotta ai monopoli, a cominciare dal monopolio dell’istruzione. Solo all’interno di
precisi limiti, cioè delle regole dello Stato di diritto, economia di mercato e
libera concorrenza possono funzionare da fattori di progresso. Lo Stato di diritto
equivale all’«impero della legge», e l’impero della legge è condizione per l’anarchia
degli spiriti. Il cittadino deve obbedienza alla legge. Legge che deve essere «una
norma nota e chiara, che non può essere mutata per arbitrio da nessun uomo, sia
esso il primo dello Stato». Uguaglianza giuridica di tutti i cittadini davanti alla
legge; e, dalla prospettiva sociale, uguaglianza delle opportunità sulla base del
principio che «in una società sana l’uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario
per la vita» un minimo che sia «non un punto di arrivo, ma di partenza; una assicurazione
data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini» (Lezioni
di politica sociale, 1944). Netta appare, quindi, la differenza tra la concezione
liberale dello Stato e la concezione socialista dello Stato, nonostante che l’una
e l’altra siano animate dallo stesso ideale di elevamento materiale e morale dei
cittadini. «L’uomo liberale vuole porre norme osservando le quali risparmiatori,
proprietari, imprenditori, lavoratori possano liberamente operare, laddove l’uomo
socialista vuole soprattutto dare un indirizzo, una direttiva all’opera dei risparmiatori,
proprietari, imprenditori suddetti. Il liberale pone la cornice, traccia i limiti
dell’operare economico, il socialista indica o ordina le maniere dell’operare» (Liberalismo
e socialismo in Prediche inutili). E ancora: «Liberale è colui che crede nel perfezionamento
materiale o morale conquistato con lo sforzo volontario, col sacrificio, colla attitudine
a lavorare d’accordo cogli altri; socialista è colui che vuole imporre il perfezionamento
colla forza, che lo esclude, se ottenuto con metodi diversi da quelli da lui preferito,
che non sa vincere senza privilegi a favor proprio e senza esclusive pronunciate
contro i reprobi». Il liberale discute per deliberare, prende le sue decisioni dopo
la più ampia discussione; ma questo non fa colui che presume di essere in possesso
della verità assoluta: «Il tiranno non ha dubbi e procede diritto per la sua via;
ma la via conduce il paese al disastro». Dario Antiseri

“Liberali di tutta Italia, svegliatevi”. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore
“La Nave di Teseo”, un brano dal nuovo libro di Nicola Porro, “La disuguaglianza
fa bene”, scrive Nicola Porro, Lunedì 12/09/2016, su “Il Giornale”. Nel tempo in
cui viviamo, bisogna diffidare di quanti si definiscono liberali senza esserlo. I
principi del liberalismo classico, nonostante sembrino accettati da tutti, non lo
sono fino in fondo. Da quanto abbiamo appena detto, il liberale tende a essere conservatore
quando c’è una libertà da proteggere (il diritto di proprietà, ad esempio, di
chi non riesce a sfrattare un inquilino moroso), progressista quando se ne devono
tutelare di nuove (si pensi alle recenti minacce alla nostra privacy da parte di
banche, stati o anche motori di ricerca) e talvolta anche reazionario quando occorre
recuperare diritti sepolti nel passato (ad esempio una tassazione ridotta). Il filo
rosso che lega queste diverse attitudini è ciò che Dario Antiseri definisce l’«individualismo
metodologico»: la storia è guidata dalle azioni degli individui e sono questi ultimi
che determinano le scelte fondamentali dell’economia. La collettività non esiste
in sé, è la somma di una molteplicità di individui. Come diceva Pareto, un altro
grande liberale di cui parleremo: «I tempi eroici del socialismo sono passati, i
ribelli di ieri sono i soddisfatti di oggi». Il rischio è che questi soddisfatti
si spaccino per liberali e anzi finiscano per spiegare ai liberali come devono comportarsi,
anche in virtù degli errori che essi stessi hanno commesso. Quanti intellettuali
ex maoisti, ex comunisti, ex gruppettari, ex fiancheggiatori delle Brigate rosse
e delle rivolte di piazza, oggi in posizioni di comando, decantano le virtù del
mercato? Se la loro fosse una conversione ragionata, alla Mamet come leggeremo, la
cosa non dovrebbe scandalizzarci. Il problema è che i soddisfatti di oggi hanno
un’idea farsesca del liberalismo e lo associano al loro personale successo. Che
nella gran parte dei casi è arrivato solo grazie alle loro spiccate capacità di
relazione. Fermatevi un attimo, pensate agli intellettuali che contano e vedrete
due caratteristiche ricorrenti: hanno praticamente tutti combattuto contro i liberali
tra gli anni sessanta e settanta eppure oggi spiegano al mondo i pregi del liberalismo,
che a seconda dei casi si porta dietro l’aggettivo sociale o democratico. I veri
liberali, non solo di casa nostra, si devono dare una mossa. Svegliarsi da un letargo
ideale, che dura da qualche lustro. Il progresso tecnologico e quello degli ordini
più o meno spontanei in cui si sono trasformate le nostre istituzioni obbliga anche
i liberali di ieri ad affrontare, sul piano teorico, nuove sfide. Se i principi restano
i medesimi, il contesto e le minacce sono cambiate. Alcuni dei veleni tipici del
mercato hanno preso forme diverse, soprattutto quando sono coinvolte istituzioni
finanziarie e grandi corporation digitali. Il monopolio e la sua rendita, il ruolo
del free rider (cioè di chi ottiene benefici senza pagarne il prezzo) e il peso
del moral hazard (ovvero prendere rischi enormi contando sul fatto di essere poi
salvati, come nel caso di alcune note banche) hanno assunto forme diverse. Non è
questo certo il luogo per affrontare in modo dettagliato il problema. Qualcosa si
può dire, però. Un liberale classico pretende che l’impresa con perduranti conti
in rosso fallisca. Altrimenti si stravolgerebbe la regola principale del mercato
e della concorrenza. Il discorso vale anche per le banche. E se vale per le banche
di una nazione, dovrebbe valere per tutti, vista la globalizzazione dei mercati?
La risposta, sia chiaro, non è univoca. Anche dal punto di vista strettamente liberale.
Taluni ad esempio potrebbero, per la tutela suprema del mercato, continuare a pensare
che in ultima analisi salvare il fallito danneggerà anche il salvatore: e dunque
chiederanno il fallimento delle banche nonostante i paesi vicini le sostengano con
denaro pubblico. D’altra parte è anche vero che la discussione sembra essersi
spostata dai conti dell’impresa ai bilanci della politica, dagli scambi sul mercato
alle trattative nei palazzi del potere. Come rispondere alle imprese che sono tutelate
e protette dalle proprie leggi nazionali, nonostante abbiano i conti in disordine?
Insomma è una sfida nuova al pensiero liberale tradizionale. Così come si è rinnovata
la battaglia contro i monopoli. Una fissazione di Luigi Einaudi, ma non solo. Pensiamo
a quando Facebook – tra poco con i suoi 1,7 miliardi di abitanti la nazione più
popolata della Terra – o Google – praticamente l’unico motore di ricerca sopravvissuto
– diventeranno dei rentiers, dei profittatori della posizione privilegiata che
hanno conquistato, e non più degli innovatori. E qui dimentichiamo per un attimo
la gigantesca questione della privacy (altro terreno inesplorato) e andiamo al centro
degli affari. Grazie al loro successo questi colossi spazzeranno via dal mercato
(comprandolo) ogni concorrente. È sbagliato pensare che lo stato si debba occupare
di loro, ma altrettanto illogico ritenere che il set di regole pensate per l’atomo
si possa adattare al mondo dei byte: siamo di fronte a un processo simile a quello
che ha visto cambiare le nostre civiltà da agricole a industriali. E che oggi le
vede diventare digitali. Nuove entusiasmanti sfide per i liberali, che ieri contestavano
Pigou e le sue esternalità basate sull’inquinamento dell’industria nei fiumi,
e oggi dovranno capire come, e se, contenere gli effetti collaterali del digitale.
Facebook ha impiegato quattro anni a toccare la favolosa capitalizzazione di borsa
di 350 miliardi di dollari (praticamente quanto vale l’intera borsa italiana),
Google nove, Microsoft tredici, Amazon diciotto e Apple trentuno anni. La velocità
con cui queste grandi multinazionali assumono dimensioni finanziarie gigantesche
è aumentata vertiginosamente. Ciò può spaventare, ma d’altro canto può anche
rappresentare la fragilità di questi colossi: come velocemente sono nati e cresciuti,
così rapidamente si possono sgonfiare. Chi mai pensava che Yahoo sarebbe stata acquistata
per pochi (si fa per dire, meno di 5) miliardi di euro da un operatore telefonico?
Il dilemma di un liberale oggi resta: si deve intervenire o no nella regolazione
economica? E come? Problemi di sempre, ma che oggi hanno cambiato forma.

Di Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber,
presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Antonio Giangrande ha scritto
i libri che parlano delle caste e delle lobbies; della politica, in generale, e dei
rispettivi partiti politici, in particolare.

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