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Un dottore Una antica narrazione riportata alla luce dal giurista blogger Giovanni Cardona

Un dottore Una antica narrazione riportata alla luce dal giurista blogger Giovanni Cardona
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Era nato per errore alla fine del diciannovesimo secolo: si notava chiaramente come ci si trovasse a disagio.

Il suo corpo e il suo spirito atletici entrambi, sembravano costruiti più per vivere in una società antica, virile, mistica ed eroica che non nella cosiddetta civiltà dei consumi, edonista, spensierata e cinica.

Il suo carattere era roccioso, il suo animo severamente venato da romanticismo, il suo ingegno marcatamente cosciente di se stesso.

Dimostrava così di nutrire una rigorosa concezione della vita, concezione oggi generalmente ritenuta fonte inesauribile di guai, quali il dispotismo, la schiavitù, l’inutilità, la noia.

Aveva partecipato alla guerra da volontario; era stato decorato di medaglia al valor militare e di ritorno, innamoratosi della figlia d’un gerarca conservatore, l’aveva sposata pur dopo una infausta prognosi formulata da un medico insigne.

Vinse brillantemente un concorso per i ruoli amministrativi della sanità, quindi percorse una rapidissima carriera conseguendo promozioni per merito distinto.

La sua mentalità arcaica, concepiva ancora lo Stato nel senso tradizionale e cioè espressione d‘un potere esercitato nell’imperio delle leggi.

Se avesse capito che nello Stato moderno, al di sopra e al di fuori delle leggi esistono altri centri di potere, che operano (in nome della collettività) spesso anche contro le stesse, avrebbe percorso altra carriera.

Nella sanità, l’amministrazione del pubblico danaro non seguiva (come del resto in molte pubbliche amministrazioni) le destinazioni previste dalle leggi e dai regolamenti.

L’impiego dei danari versati dall’erario, si ispirava piuttosto che al criterio dell’esigenza scientifica a quella dell’opportunità politica, della necessità clientelare.

Per cui, se l’Ente prosperava, tuttavia molte erano le illegalità spesso causa di soprusi e di dispotiche decisioni, non sempre coincidenti col pubblico interesse.

Contro questo diffuso stato di cose, inalberò il suo intransigente ossequio all’imperio delle leggi.

Fu rimproverato, poi lusingato, quindi perseguitato. Ma lui non cedette; percorse la sua strada fino in fondo, non consentendo che le erogazioni del pubblico danaro evadessero dai crismi della legalità e dai legittimi controlli.

Nel corso di una inchiesta, fu anche lui convocato dal magistrato inquirente come testimone.

La Giustizia chiedeva il suo aiuto e, facendo appello al dovere giuridico e morale del cittadino, gli impose soprattutto di dire la verità, null’altro che la verità.

La sua coscienza era serena: si trovava dinanzi alla Maestà della Giustizia, non doveva temere, doveva soltanto fare il suo dovere nel nome della legge.

Ma all’improvviso tutto mutò.

Quella giustizia che lo aveva accolto con la mano tesa e spesso lo aveva trattato come ospite di riguardo, ora gli mostrava un volto gelido, distaccato, impenetrabile.

Lo metteva a sedere su una sedia e lo fissava con uno sguardo cattivo, carico di diffidenza, di ironia, di disprezzo e di insidia.

Da accusatore lo ridusse subito nella triste condizione dell’accusato.

Il dottore rimase incredulo e sconcertato e, nella sua adamantina buona fede, confinante spesso con l’ingenuità, continuava ancora a camminare seguendo l’ora solare, mentre tutti gli altri avevano spostato le lancette dell’orologio sull’ora legale.

Quando fu rinviato a giudizio, ritenne che vi fosse stato un errore, oppure che il Procuratore Generale fosse rimasto vittima di una svista, oppure che egli non avesse saputo chiarire bene le sue cose, oppure che la Giustizia lo avesse machiavellicamente trascinato in aula più per averlo testimone d’accusa che per perseguirlo come imputato.

Per lui il magistrato era un sacerdote e la Giustizia non poteva sbagliare.

Diversamente dagli altri imputati, che solitamente, non nutrono sentimenti di amore verso i loro accusatori, egli si esprimeva sempre nei riguardi dei suoi inquirenti con ossequio, cercando disperatamente nelle risorse del suo ingegno una giustificazione al loro spesso ambiguo operato.

Il primo interrogatorio colpì la fantasia del Collegio. Si scorse chiaramente l’animo dei magistrati piegarsi sul discorso dell’imputato, con una sorta di eccitamento che si manifestava in una visibile tensione intellettuale.

La sua forza dialettica aveva creato nell’aula un clima suggestivo. Il personaggio era balzato nel pretorio in tutta la sua umanità e la sua vicenda si vivificava nel calore e nel colore d’una narrazione serrata, puntualmente controllata dai fatti.

Parlò per due giorni.

Così dopo aver narrato i fatti salienti della sua azione moralizzatrice contro il dilagare della illegalità nel grande cuore della sanità, dopo aver posto nel dovuto rilievo le persecuzioni subite, dichiarandosi innocente dalle accuse formulate, fu costretto a tacere.

E quando a conclusione della udienza, il Presidente lo congedò, rimase quasi deluso.

Se la sua indiscussa intelligenza avesse captato quella vaga e impalpabile simpatia che il suo “show” aveva diffuso nell’aria, avrebbe certamente obbedito alle direttive defensionali; tacere o più precisamente disincantarsi dal processo, sino a sbiadire la sua figura di imputato in un anonimato giudiziario, spesso destinato ad essere accolto nel limbo di certe assoluzioni date per convinzione, ma anche per inerzia.

Invece lui non si preoccupava di se stesso. Le esigenze difensive non lo preoccupavano: la strategia e la tattica processuale non lo interessava, no.

Vedeva il processo da una posizione diversa: mentre i difensori sedevano vicino a lui imputato, lui sedeva idealmente dall’altra parte, vicino al Pubblico Ministero, il quale invero non perdeva occasione per dimostrarsi schizzinoso e indifferente.

Avvenne ciò che rientrava nell’ordine naturale delle cose.

Il dottore che fino a poco prima appariva un cavaliere dell’ideale, pian piano cominciò ad assumere nella visione dei giudici un profilo nuovo e, del tutto errato.

Bastò il suo contegno dibattimentale, per trasformare un uomo generoso, pulito e legalitario in un ambizioso, vendicativo e ricattatore.

Questo fu il convincimento a cui si ancorò l’animo dei giudici, un convincimento che, nonostante tutto non riuscì a varcare le anticamere delle apparenze.

Così dopo una lunga attesa, il Tribunale uscì con una lugubre sentenza.

Aveva condannato il dottore ad una pena severissima.

Il dottore ascoltò la sentenza sull’attenti, con l’atteggiamento del “mirate al petto, salvate il viso”.

Sentì nelle carni il morso della ingiustizia giungere fino al midollo delle ossa, e non capì che quella decisione aveva in fondo una sua logica: era la logica impersonale e burocratica del formalismo giuridico che aveva ricalcato la visione del Procuratore Generale.

Quel giorno gli sembrò che il mondo dovesse finire.

Invece le cose del mondo si sa come vanno, pure se a volte uomini dalla tempra morale del dottore non finiscono per ottenere Giustizia.

Discussione (1 commenti)

  1. Attilio battaglia

    Piacevole …istruttiva

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