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Riti della Settimana Santa in Calabria Seconda parte

Riti della Settimana Santa in Calabria Seconda parte
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Con l’alba del Sabato Santo, scriveva Raffaele Corso, la scena cambia. La Pasqua è nell’aria e nei cuori e si attende a preparare i pani cerimoniali, in diverse forme e con vari ingredienti.

L’uso vuole che le comari regalino alle famiglie in lutto qualcuno di tali pani, con un piattello di grano del Santo Sepolcro, aggiungendovi talvolta – l’acqua nuova -, che attinta nella notte, in orioli adorni di nastri e fiori, si conserva contro le stregonerie.

Quando la brocca dell’acqua attinta alla fonte arriva, il primo a berne è il capo famiglia; quindi tutti i maschi della casa; e poi, infine, le donne, perché, secondo la tradizione, se non si facesse così, l’acqua si guasterebbe e la brocca acquisterebbe cattivo odore.

Il Sabato Santo veniva detto della “Gloria”, in quanto verso mezzogiorno suonavano le campane, ormai sciolte nello scampanio della “Gloria”; alle parole :”Gloria in excelsis Deo”, pronunziate dal sacerdote durante la Santa Messa, un sistema di funicelle faceva cadere un lenzuolino che copriva la statua del Cristo Risorto e tutti i fedeli gioivano, battendo le mani (era calata la Gloria).

Il suono delle campane si diffondeva nell’aria, facendo ricordare a tutti la resurrezione del Signore.

Era la gioia dei bambini che aspettavano, con ansia, quel momento per mangiare il proprio “cuddhuraci”.

Sàbbatu Santu, joca a veniri,/ ch’ì quatrari ti stannu aspettannu, / Stannu sbattendu a capa alli mura, / ch’e da mamma vonnu ‘a cuddura !”

La sera i giovani accendevano in piazza grandi falò e si sedevano attorno rifacendosi al modo in cui gli Apostoli si erano appartati lontano dalla Croce, per paura di essere aggrediti dai Giudei. Liturgicamente, oggi, il Sabato Santo è giorno destinato al silenzio ed alla riflessione. In questo giorno la Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua Passione e Morte, astenendosi dal celebrare la Messa. Ogni fedele è chiamato alla contemplazione, nutrendo il cuore di quegli affetti suggeriti dalla Liturgia delle Ore. A Caulonia, pittoresco paese dell’alto jonio reggino, ogni Sabato Santo si riparla del Caracòlo. L’usanza è stata tramandata col nome Karacol sin dal lontano periodo dell’occupazione spagnola, Karacol in spagnolo vuol dire chiocciola e deriva dalla parola araba Karkara che vuol dire girare, zig-zagare, fare ghirigoro. Un rito, quasi simile, viene svolto nella Settimana Santa in Spagna e precisamente a Siviglia dove i “pasos” (portatori di statue) rievocano, attraverso un fittissimo intreccio di itinerari, la Passione. Secondo l’arciprete Davide Prota, autore di preziose ricerche su Caulonia, lo scrittore Charheg nel suo libro “Attraverso la palma”, nell’accennare ad una strada a zig-zag così scrive : “Cominciamo il valico del Karacol : è l’ultima salita. Essa è lunga, ripida, interminabile ; e il suo nome di chiocciola gli viene dai numerosi ghirigori che bisogna fare per i suoi fianchi per giungere alla cima”.

Nel primo pomeriggio tre colpi di mortaretto sparati dal sagrato della chiesa del Rosario, danno il via agli “incanti” (asta a cui partecipano, con denaro, coloro che per voto  desiderano portare, nella processione del Karacol, statue ed arredi sacri.)

Poco prima dell’imbrunire, uno per volta gli arredi sacri e le statue dell’Hecce Homo, del Cristo Morto, della Vergine Addolorata e di San Giovanni, portati a mano e a spalla da chi ha più pagato varcano la soglia della chiesa, per dare inizio alla processione. In merito Davide Prota scriveva : “ …è una processione strana e tragicomica..” un tempo vi partecipavano tutte le classi sociali in fila due dietro due, secondo la condizione sociale, il sesso e l’età.

Contemporaneamente un altro corteo muove dalla chiesa dell’Immacolata, trasportando altre quattro statue (Cristo all’orto, Cristo alla Colonna, Cristo che porta la Croce e Gesù crocifisso).

I due cortei si incontrano in località “Lamia”e ordinati, secondo gli avvenimenti storici della Passione, sfilano per le vie del centro storico di Caulonia.

La processione si apre con cinque gonfaloni neri. Simbolicamente rappresentano i cinque continenti in lutto per la morte di Gesù.

Quando è ormai buio, il corteo, da uno stretto vicolo, arriva in piazza Mese, la piazza più grande del paese. E’ qui che ha inizio il vero e proprio “Caracolo”.

Il Sabato Santo a Badolato si svolge la rappresentazione dei Misteri Dolorosi e vede il coinvolgimento di oltre 200 “figuranti”e la partecipazione a pieno titolo di due delle tre ultrasecolari Confraternite presenti e operanti a Badolato: Maria SS. Immacolata e S. Caterina D’Alessandria d’Egitto.
Alle ore tredici sì da inizio alla processione penitenziale con partenza dalla Chiesa dell’Immacolata e con il seguente ordine sequenziale d’uscita: Avvia ed apre la lunga processione la Croce di Penitenza con i Simboli della Crocifissione e a seguire, dei Confratelli facenti parte del gruppo cantori recita, in punti prestabiliti, canti tradizionali della Settimana Santa derivanti dalle Massime Eterne e dalle Vie Crucis di S. Alfonso M. de Liguorì e da S. Leonardo da Porto Maurizio.

I riti della Settimana Santa culminano, a S. Eufemia d’Aspromonte, il Sabato Santo con l’imponente e spettacolare processione dei Misteri della Passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo.

Statue e personaggi viventi muovendo, la mattina alle ore 9, dalla chiesa parrocchiale si snodano per oltre tre ore percorrendo le vie principali del centro seguiti da una fiumana di fedeli, presenti numerosi spettatori provenienti da molti centri, anche oltre il circondario.

La processione coinvolge annualmente circa duecento bambini in tenera età, ragazzi, giovani, adulti per cui quasi tutti i cittadini di S. Eufemia, nel corso della loro vita, vi hanno almeno una volta preso parte da protagonisti.

Ci sono i piccoli angeli che indossano ali e vesti dorate adornati e impreziositi da collane, bracciali e monili d’oro; ci sono le addoloratissime, le Marie che accompagnate dal ritmo cadenzato dalla banda musicale, intonano lo struggente “Stava Maria dolente”; ci sono coloro che impersonano i personaggi più importanti, quali Gesù che porta la Croce, Maria sua madre; San Giovanni e i vari discepoli, i centurioni, il Cireneo, i sommi sacerdoti, Ci sono, infine, i portatori, prevalentemente giovani, che si alternano nel gravoso compito di portare a spalla per tutto il percorso la statua di Gesù con i discepoli nell’orto degli ulivi, che apre il corteo; dell’Ecce Homo, Gesù legato a una colonna e con in testa una corona di spine; Gesù che porta la croce, fustigato da un soldato romano; Gesù crocifisso; Gesù deposto dalla croce; infine l’Addolorata, che chiude il corteo e che è la statua più seguita.

Sabato Santo, a Mammola, nel cuore della notte, sul piazzale davanti alla Chiesa Matrice, viene acceso un grande fuoco, che viene benedetto, così come avviene pure per l’acqua. Durante la Messa di mezzanotte si ripete, con partecipazione festosa dai fedeli, l’evento suggestivo della Resurrezione di Gesù Cristo.

L’attenzione dei fedeli e dei turisti, a Stilo, il Sabato Santo è rivolta alla processione del Cristo morto, che viene adagiato nel cosiddetto “Monumento” (giaciglio coperto di veli, fiori e figure angeliche), a cui partecipano gli abitanti della caratteristica cittadina, portando in mano le tipiche “guccedate” (grosse corolle di pane benedette infilate su croci di canna).

A Paola si svolge, il Sabato Santo, la tradizionale processione di Gesù, della Madonna Addolorata e dei “Misteri”, le cui artistiche statue si conservano nella chiesa del Rosario. Alla manifestazione prende parte, con grande devozione, quasi tutta la comunità cittadina. La manifestazione si arricchisce dei canti tradizionali sceneggiati dai fedeli di Santa Caterina e di altre località del centro storico. La tradizionale processione dei “Misteri”, scrive Antonio Storino, che risale alla notte dei tempi, si tramanda di generazione la consegna di un oggetto simbolico e rappresenta il trionfo del bene sulla cattiveria dell’uomo.

Con la processione del Sabato Santo, si raggiunge, a Serra San Bruno, il culmine delle manifestazioni religiose che si svolgono durante la Settimana Santa. La manifestazione religiosa vede, ogni anno, protagonisti i confratelli appartenenti alla congrega di Maria SS. Dei Sette Dolori. Questi, vestiti con il tradizionale abito bianco, ricoperto all’estremità superiore da un drappo nero che ne contraddistingue l’appartenenza, precedono il corteo composto dalla “Naca” ornata con gli angioletti che custodiscono il corpo di Cristo raffigurato da una statua lignea che rappresenta uno dei migliori esempi dell’arte serrese. La “Naca” è seguita dalle rappresentazioni di Maria SS. Dei Sette Dolori, di San Giovanni e della Maddalena, ricoperti rispettivamente con tipici mantelli nero, rosso e verde. La processione, che prende l’avvio dalla chiesa dell’Addolorata, percorre il corso Umberto I fino al “Monte Calvario”, dove, scrive Mirko Tassone, si svolge la consueta orazione del sacerdote (lu priedicaturi) che presiede ai riti della Settimana Santa. Muovendo in direzione opposta, la comunità dei fedeli celebra la Via Lucis, con la quale vengono ripercorse le tappe delle quindici apparizioni di Cristo seguite alla Resurrezione. Nel corso di quest’ultima cerimonia la processione osserva una breve sosta presso la chiesa di Maria Assunta in Cielo di Spinetto nella quale viene introdotta la “Naca” per una breve “giaculatoria”, successivamente la processione percorre la via  “Sette Dolori” per poi terminare presso l’omonima chiesa, con la benedizione dei fedeline in generazio Nella notte tra il Sabato Santo e la Domenica di Pasqua, a Vibo Valentia in Piazza San Leoluca, si svolge il rito della “Cappuccina”, che consiste nella “Svelata” della campana del Duomo, precipitata a seguito del terremoto del 1783.

A San Demetrio Corone, all’imbrunire del Sabato Santo vengono ricordati i fatti avvenuti nell’Antico Testamento e dopo la lettura dell’Epistola il sacerdote lancia sui fedeli foglie di alloro. A serata inoltrata la popolazione si reca alla fontana dell’Abbazia di Sant’Adriano, la tradizione vuole che ci si rechi in silenzio, e solo dopo aver bevuto l’acqua si può rompere questa regola. A mezzanotte si accende un grande falò sul sagrato della chiesa mentre si intona il canto della Resurrezione: Christó Anésti (Cristo e risorto). All’inizio della Messa dell’alba i fedeli accendono una candela e, in processione si recano fuori, il sacerdote benedice il fuoco e, dopo aver ascoltato la lettura del Santo Vangelo della Resurrezione, rientrano nuovamente in chiesa per concludere la celebrazione Il  Sabato Santo, a Pizzo, è tutto incentrato alla “Processiòni d’’u Signuri Mortu”,  detta, anche ”Processiòni di I’Angialèji”, che accompagna il Cristo Morto, dentro una bara coperta di veli. La bara oggi è portata dai fratelli della Arciconfraternita di San Sebastiano, vestiti con abiti neri, guanti bianchi e con la testa cinta da’ una corona di spine. L’imponente processione, a cui partecipano anche autorità civili e milita­ri, apre con lo stesso tamburo  listato a  lutto che ha accompagnato l’Addolorata e San Giovanni nella processione della sera di Venerdì Santo. Segue la Croce nera, bordata con un nastro bianco. Il corteo, scrive Orlando Acceta,  è accompagnato. dalle tristi nenie di una banda musicale, appositamente invitata, oltre che da canti e preghiere dei fedeli. Esso si avvia intorno alle ore 9.30 dalla zona alta del paese, attraverso la Via Nazionale. “Si sente la banda “forastèra”, mentre un tempo c’era la banda di “Cicciu Rosi”, popolare Maestro, del posto, conosciuto ed apprezzato anche fuori del­la Calabria.” la processione è accompagnata da una vera e propria, fiumana di gente, che arriva a Pizzo da tutti i centri del vibonese e non solo. Il corteo supera la via Nazionale e percorrendo la via M. Salomone,  arriva nel centro storico, con le sue stradette ed i caratteristici vicoli medioevali. Da qui si procede, al suono lamentoso della banda, verso la Piazza della Repubblica che è  il cuore ed il polmone del paese: qui,  il corteo si ferma per alcuni minuti, per proseguire, poi, verso la “Marina”. Si concluderà intorno alle ore 14, “tutti stanchi, ma emotivamente coinvolti in un avvenimento ‘che di anno in anno, nonostante il “progresso”, non va mai scemandosi.” La sera dél Sabato Santo, l’Addodorata, che al termine della processione, insieme alle altre statue, viene portata nella Chiesa di San Sebastiano, scende in processione verso la Chiesa di San Giorgio, alla quale appartiene; è un trasferimento, ma viene accolta dal popolo con la stessa intensità e benevolenza di quella del Venerdì Santo. Un’altra manifestazione particolare di religiosità popolare, è quella dei “Vattienti” di Nocera Terinese. Si rinnova annualmente, un rituale, che era già in uso nell’undicesimo e dodicesimo secolo. Ogni anno, al Sabato Santo, si possono vedere, per le strade di Nocera Terinese, uomini con le gambe arrossate dal sangue delle ferite da loro stessi provocate, che destano davvero il raccapriccio dei forestieri, increduli della caratteristica cruenta del fenomeno. Questi uomini sono chiamati “Vattienti” e il termine ci richiama, a quello, forse più noto, dei “Flagellanti o Battenti”. I preliminari del rito avvengono in un luogo chiuso a cui hanno accesso solo i parenti più intimi di sesso maschile del “Vattiente”. Qui egli indossa, allo stesso modo in cui la portava il Cristo, una corona si spine detta sparacogna, una maglia nera, un paio di calzoni corti, che lascino il più possibile scoperte le gambe. Si procede poi alla vestizione dell’Acciomu, il ragazzo che accompagna il Vattiente e che rappresenta Cristo, egli è coperto unicamente da un panno rosso chi gli lascia scoperta la vita, a cui viene data una corona di spine conosciuta come spina santa. Il Vattiente, dopo essersi vestito, immerge le mani in una pentola, in cui è stata fatta bollire acqua e rosmarino, e con tale infuso si lava le cosce e i polpacci, a questo punto il Vattiente con un disco di sughero, sul quale è applicato un disco di cera indurita e vetro, opera una vera e propria “scarnificazione” e il sangue sgorga abbondante; così è pronto a cominciare il suo giro per il paese, seguito dall’acciomu, mostrando i tagli e le abrasioni. Nel suo itinerario, il Vattiente si ferma a versare il suo sangue ora davanti alle chiese, ora sull’uscio di casa di amici e parenti, ora davanti alla statua della Madonna. In tal modo, ripetendo quanto aveva fatto al momento della preparazione, lascia vistose chiazze di sangue, ritenute da tutti propiziatorie. Dopo aver completato il giro del paese, si riveste e si unisce alla processione con gli altri credenti. I motivi che spingono i Vattienti, alla maniera dei flagellanti, sono da ricercare sia nel desiderio di purificazione, di autopunizione per i peccati commessi, o di voler tenere fede ad un voto promesso, per grazia ricevuta.

Con il giorno di Resurrezione l’umanità si rinnova per mezzo di Cristo. In molti paesi si procede la Domenica di Pasqua, alla benedizione del fuoco e in esso vengono bruciate tutte quelle cose che non si usano più. In molti centri, grandi e piccoli, della Calabria meridionale (province di Catanzaro, di Vibo Valentia e di Reggio Calabria) i riti della Settimana Santa si concludono, domenica di Pasqua, con l’Affruntata (in alcune località viene chiamata Cunfrunta o Cunfruntata, Svilata o addirirrura ‘Ncrinata) o meglio ancora l’incontro tra il Cristo Risorto e sua Madre, Maria SS. Tale rappresentazione, come tutta la Settimana Santa, affonda le proprie radici fin nel XVII secolo, quando i PP. Predicatori, venuti per evangelizzare il Sud, diedero vita ed impulso a queste pratiche devozionali. ‘A Cumprùnta, quindi, rappresenta un momento particolarmente importante nelle tradizioni e nella pietà popolare, ha inizio con la processione della statua del Cristo Risorto nella caratteristica e gloriosa raffigurazione: le tre dita della mano destra alzate, il labaro in quella sinistra e sotto il calcagno sinistro un teschio a rappresentare la vittoria sulla morte.

Le statue del Cristo risorto e della Madonna Addolorata generalmente sono collocate in chiese diverse e sono portate da appartenenti a una o più confraternite. L’incontro è preceduto, in molti paesi, dai viaggi di S. Giovanni che, per tre volte, si sposta da una chiesa all’altra per annunziare a Maria la Resurrezione del Figlio. I viaggi di San Giovanni sono, generalmente, gioiosi. Il rito prevede l’iniziale incredulità della Madonna. Al terzo viaggio San Giovanni si dirige verso la Madonna insieme a Cristo Risorto. Maria finalmente si convince dell’avvenuta Resurrezione e incomincia a correre verso il Cristo, quando le statue sono ormai vicine, Maria va avanti e indietro per tre volte, non sa se avvicinarsi o allontanarsi. I portantini mimano in tal modo lo stupore e la commozione della Madonna. Al suo fianco procede alla stessa velocità la statua di San Giovanni. L’incontro avviene, all’uscita della messa, a mezzogiorno o subito dopo in un luogo centrale o emblematico del paese. Nell’ora cruciale del mezzogiorno si verifica una sorta di “sospensione del tempo”. Come se tutto, il mondo e la vita potessero finire. Come se il destino della comunità dipendesse dalla riuscita di quell’evento. Al momento dell’incontro, la Madonna perde il velo nero e si presenta vestita di bianco. Sia la svelazione, sia i giri e i movimenti che i portantini compiono per disporre le due o tre statue nella stessa direzione, sia l’incontro, sia l’inchino che in alcuni luoghi la Madonna fa al Cristo al momento dell’incontro richiedono una grande attenzione ed abilità, una lunga attenzione e consuetudine. Dalla riuscita dell’incontro in passato si traevano auspici sulla produzione e il raccolto sulla vita della comunità. In caso di “cattiva riuscita”dell’incontro (la caduta di una statua, il manto della Madonna che resta impigliato) incombe sulla comunità qualche disgrazia (guerra, carestia, pestilenza). Degne di essere citate, nella piana di Gioia Tauro, sono: le affruntate di Rizziconi (In questo centro si svolge, ogni anno, un rito che affascina e commuove i fedeli, che elevano preghiere, tra l’inno trionfale della banda e lo scoppio di fuochi d’artificio.), di Polistena (La Settimana Santa, a Polistena, si conclude, ogni anno, domenica di Pasqua in piazza del Popolo, dove avviene la sacra rappresentazione dell’Affruntata. Il rito che avviene verso mezzogiorno, scrive Mario Sergio, è uno degli appuntamenti più cari al cuore dei polistenesi.), di Cittanova (In questa bella cittadina, nel giorno della Domenica di Pasqua, a mezzogiorno in piazza Garibaldi, davanti alla chiesa Matrice e lungo la via Muratori – dove si trova la chiesa del SS. Rosario-, subito dopo la Santa Messa, si conclude il ciclo dei riti sacri della Settimana Santa con la famosa “Affruntata”), di Cinquefrondi, di Rosarno, di Giffone, di Laureana di Borrello, di San Ferdinando, di Serrata, di San Pietro di Caridà, di San Giorgio Morgeto, di Melicucco. Nel Vibonese sono da citare le affrontate di Sant’Onofrio, Vibo Valentia, Soriano Calabro, San Gregorio, San Calogero, Acquaro, Arena (lunedi di Pasqua), Dasà (martedì di Pasqua). Nella fascia jonica, importanti sono le affrontate o svelate di: Mammola, Bovalino, Bruzzano, Bagaladi, Monasterace, Caulonia, Siderno, Soverato, Squillace, Guardavalle. Famosa è anche l’affruntata di Bagnara Calabra, dove, sulle note dll’Alleluja di Handel, si ripete, ogni anno nel giorno della Santa Pasqua, una delle tradizioni secolari tra le più antiche della città: L’”Affruntata”, un rito religioso, consumato collettivamente, ma che segna in modo profondo l’animo di quanti vi partecipano.

Si dice che “l’Affruntata” sia stata inserita tra le celebrazioni religiose della Pasqua locale, dai frati domenicani. Tale testimonianza è suffragata dalla circostanza che da sempre gli organizzatori sono gli adepti della confraternita del Rosario, una Congrega di origine, appunto, dominicana. I bagnaresi e tutti gli abitanti dei centri limitrofi s’incontrano in questo giorno di gioia per assistere ad un rito che si tramanda, come sopra detto, da secoli di generazione in generazione, ma che è rimasto immutato nei suoi momenti peculiari.

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