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Un Dio ingiusto? Considerazioni del giurista blogger Giovanni Cardona sul tema della giustizia divina

Un Dio ingiusto? Considerazioni del giurista blogger Giovanni Cardona sul tema della giustizia divina
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Il tema dell’inquisizione è lo stesso della tragedia greca: l’impossibilità di ridisegnare il tessuto del mondo.

Se l’inquisizione ancora oggi esiste e, quindi, arresta, tortura, uccide, ma anche assolve, redime, perdona è perché deve individuare ed indicare, una volta per tutte, l’ordine delle cose, deve garantire la giustizia di Dio, impedendo, qui sulla terra, l’ingiustizia dell’uomo, il manifestarsi del disordine e della dismisura.

Ma c’è un salto teoretico, con rilevanti riflessi politici, estremamente importante sul quale già il pensiero greco aveva richiamato la nostra attenzione.

Il dubbio sull’ingiustizia di Dio non è un problema divino, ma integralmente umano.

Dio non deve fornirci ragioni o giustificazioni del suo potere o delle sue leggi, non deve convincerci o redimerci.

Può anche farlo.

Per i credenti lo fa in tanti modi, con tanti segni; per il cristiano lo ha addirittura fatto, mandando il suo figlio prediletto al sacrificio pur di salvare anche un solo uomo, ma in ogni caso non deve guadagnarsi il nostro consenso per essere Dio.

Questo “onere della prova”, con tutte le difficoltà e le storture che reca in sé, viene assunto dalle istituzioni umane, politiche o religiose che siano, quando intendono fondare il proprio potere, l‘assolutezza e l’indiscutibilità del proprio potere, sulla loro pretesa capacità di rappresentare ed esprimere l‘assolutezza e l’indiscutibilità del potere di Dio.

Chi sulla terra afferma di incarnare l’ordine e la giustizia divina deve dimostrare che vi è l’ordine e non il caso, la giustizia e non l’ingiustizia.

Non per nulla tutto il problema della potentia absoluta o ordinata di Dio viene rispolverato dalla grande trattatistica politica del XVI e XVII secolo per giustificate la teoria dell’assolutismo.

E‘ solo la plenitudo della potestas umana che viene scossa e messa in discussione dal peccato e dall’eresia.

Ci potrà mai essere un peccatore cosi grande e una filosofia cosi immonda da scuotere Dio e turbarlo fino al punto da doversi difendere e discolpare?

Veramente, allora, il male sarebbe eguagliabile al bene e all’uomo resterebbe solo da affinare qualche azione o limare qualche dottrina per trovarsi alla stessa altezza di Dio.

“O la sorte o gli dei”, il grido che lacera la tragedia greca, esprime la fragilità propria dell’uomo, l’aporia dell’esistere che spinge ad una ricerca interiore che può sfociare o nella rabbia o nella disperazione per non avere trovato risposte nell’ansia di scovare le infinite tracce visibili di un Dio da cui il peccato ci allontana.

In ogni caso resta una vicenda esistenziale, enorme, ma personale.

Diventa, invece, un ricatto teoretico, quando è un’istituzione umana, l’inquisizione o la Camera Stellata o un qualsiasi tribunale del popolo, a pretendere di risolvere l’alternativa.

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