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Il “nemico” inceneritore Messi definitivamente al bando sono altamente nocivi ma in Calabria pare di no

Il “nemico” inceneritore Messi definitivamente al bando sono altamente nocivi ma in Calabria pare di no
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Diciamolo subito, gli inceneritori sono stati definitivamente messi al bando dalla letteratura scientifica internazionale come causa certa dell’insorgenza di neoplasie specie quando si trovano nelle vicinanze di centri abitati e comunità (fonte ISDE). Nella normativa italiana rientrano tra le industrie insalubri di classe I, e indipendentemente dalla tecnologia adottata, danno origine a diverse centinaia di elementi inquinanti. Diciamo pure che l’uso disinvolto del termine “termovalorizzatore” – usato solo in Italia – sottende che non ci sia alcun tipo di emissione nociva, o quasi … Si tratta invece di  impianti altamente inquinanti e sottoposti peraltro alla rigidissima normativa “Seveso III“ che li inserisce nelle “attività a rischio di incidente rilevante” in grado di innescare il letale effetto dòmino; ovvero la possibilità che un incidente possa essere maggiore a causa della vicinanza con stabilimenti industriali di analoga natura.

Eppure, nonostante le preoccupanti incongruenze di natura tecnico-gestionale dell’unico inceneritore calabrese, (i dati sulle emissioni degli inquinanti sono indisponibili sullo stesso sito Arpacal oramai da anni), le argomentazioni fornite dalla stessa Agenzia Regionale ad un recente convegno, sembrerebbero disegnare un quadro rassicurante. Siamo certi della correttezza dei dati presentati in quella sede, ma proprio per questo motivo essi trovano forti resistenze nella popolazione, laddove l’evidenza di una crescita dei decessi e delle patologie tumorali nell’hinterland (un vero dramma per gli abitanti dei contigui comuni di Rosarno, San Ferdinando e Gioia Tauro) è comprovata nei valori assoluti, dagli stessi medici di base. Purtroppo la perdurante mancanza di un Registro Provinciale dei Tumori, in grado di fornire agli “stakeholders” interrelazioni tra l’insorgenza delle malattie ed i fattori di rischio ambientale, non fa altro che alimentare ulteriori dubbi ed incertezze.

Non esistono purtroppo elementi utili per poter adottare immediati strumenti di controllo e protezione per il territorio: non esistono infatti neanche le centraline di controllo (fisse o mobili) dell’inquinamento ambientale, deputate all’esame della qualità dell’aria. La gravissima assenza di un monitoraggio h24, in tempo reale e accessibile alla cittadinanza, fa il paio con i mille punti interrogativi che costellano questa costruzione “abusiva” per la comunità e per l’ambiente. A tutt’oggi non vi sarebbero notizie certe neppure di dove vengano smaltite le ceneri residue dall’incenerimento dei rifiuti, altamente cancerogene e per legge da conferirsi in discarica speciale non presente a Gioia Tauro o nelle vicinanze.  Le ceneri sono infatti considerate rifiuti pericolosi e corrispondono a circa il 10% in volume e 30% in peso del rifiuto introdotto.

Inoltre, la prima delle due linee dell’inceneritore in funzione dal 2005, opera in assenza di Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.). Non è dato conoscere se sia intervenuta una valutazione d’impatto ambientale per il raddoppio, e qualora vi fosse, ci si dovrebbe chiedere com’è possibile che sia stata rilasciata in assenza di una V.I.A. per il primo impianto … Si tenga presente che il raddoppio dell’inceneritore è proseguito in sordina nonostante le proteste dei comitati ambientalisti e dell’amministrazione comunale di Gioia Tauro dell’epoca, ed è solo uno degli esempi di scelte assurde nei confronti della comunità della Piana di Gioia Tauro.

Intorno all’inceneritore da 120.000 tonnellate annue, nello stesso fazzoletto di terra “rubato” all’agricoltura, sono concentrati un mega-depuratore consortile (al centro di varie indagini della magistratura), una centrale a turbo-gas da 800 MW, un elettrodotto da 380.000 Volt che collega Rizziconi a Laino Borgo, considerato dall’associazione Medici per l’Ambiente ISDE “potenzialmente nocivo per la salute delle persone – rischio cancerogeno certamente, ma anche possibili gravi alterazioni cardio-vascolari, comportamentali, endocrinologiche e altre ancora, senza dubbio scientifico alcuno”. Ancora, nella seconda zona industriale del porto, si attende che il governo conceda lo status di “opera strategica” al più grande rigassificatore d’Europa con 12 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (GNL) espandibili a 16 miliardi, seduto letteralmente sopra diverse faglie sismogenetiche attive, il cui progetto è stato bocciato per due volte di seguito dal Consiglio Superiore dei LL.PP.

Va da se che tutti gli impianti citati ricadono nella già citata “Seveso III”, potendo  – ognuno di essi – innescare il devastante “effetto domino”. I danni collaterali prodotti dall’inceneritore di Gioia Tauro incidono poi enormemente sull’intero territorio della Piana. Tra le principali categorie di inquinanti emessi troviamo il particolato inalabile (PM10), fine (PM2.5) ed ultrafine (PM0.1), oltre a metalli pesanti, diossine, composti organici volatili, ossidi di azoto e zolfo, ozono.
Tutte sostanze che “esplicano i loro effetti nocivi o per inalazione, o per contatto cutaneo, o ancora per contaminazione alimentare; molte fra esse sono tossiche, mutagene, persistenti, bioaccumulabili, con distruzione dell’equilibrio endocrino” (fonte ISDE). Alcune di queste sostanze sono già classificate dall’”International Agency for the Research on Cancer” (IARC) come cancerogeni certi, probabili e possibili per l’uomo (Gruppo 1, 2A, 2B).

La stessa presenza dell’inceneritore nega qualsiasi soluzione al problema: se bruciare rifiuti ad una temperatura più alta, significa diminuire la formazione di diossine, dall’altro significa anche ridurre la dimensione delle particelle presenti nei fumi. Aumentando la temperatura, le particelle incombuste, metalli pesanti e altre sostanze inquinanti riducono la loro dimensione a pochi micron, rendendo letteralmente impossibile intercettarle. Quanto più è ridotta la dimensione del particolato, tanto più sono dannosi i suoi effetti, perché in grado di penetrare sempre più a fondo nell’apparato respiratorio. Le particelle di dimensioni inferiori a 1 micron, non vengono trattenute neppure dai più moderni sistemi di abbattimento e non sono soggette ad alcun tipo di monitoraggio; sono in grado di attraversare la parete degli alveoli polmonari, entrare nel circolo ematico e giungere in ogni distretto dell’organismo (fonte ISDE).

L’Istituto Superiore della Sanità certifica inoltre come dall’incenerimento di una tonnellata di rifiuti, venga prodotto un chilo di elementi contaminanti dispersi in aria, come ossidi di azoto, ammoniaca, diossine, mercurio, ecc. il cui fall-out riguarda in larga parte il territorio circostante. Oltre alle diossine, il grande problema per l’inceneritore di Gioia Tauro è determinato dalle emissioni acide, e visto che in un grande impianto (a Gioia Tauro vengono trattate circa 120.000 tonnellate/anno di RSU) la quantità di fumi in uscita è dell’ordine di milioni di mc/anno, tali emissioni in atmosfera ammontano a centinaia di tonnellate ogni anno.

Vengono inoltre emesse ammoniaca e metalli pesanti (principalmente mercurio, cadmio e piombo), nell’ordine di diverse tonnellate ogni anno, che ricadono per fall-out sui terreni circostanti.

Al termine di queste prime riflessioni, auspichiamo un più intenso coinvolgimento della popolazione della Piana di Gioia Tauro alle tante criticità ambientali che la riguardano direttamente, con la costituzione di un tavolo tecnico permanente concertato con le autorità delegate in materia, che si faccia carico dell’applicazione di politiche ambientali resilienti e di una moratoria per potenziali impianti distruttivi per l’ambiente nell’ambito della Città Metropolitana di Reggio Calabria, tenendo infine presente che la Convenzione di Aarhus, adotta un approccio nuovo alla tutela ambientale, disponendo che “deve essere garantita la possibilità (per chiunque) di essere coinvolti nel processo di gestione dell’ambiente, mediante l’accesso all’informazione, la partecipazione ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia”.

Pino Romeo – Responsabile politiche ambientali fascia tirrenica Federazione Verdi provincia Reggio Calabria

 

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