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Le tradizionali feste di Tutti i Santi e dei Defunti Ecco le usanze legate a queste ricorrenze

Le tradizionali feste di Tutti i Santi e dei Defunti Ecco le usanze legate a queste ricorrenze
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In quasi tutte le regioni d’ Italia possiamo trovare pratiche e abitudini legate alla ricorrenza di Tutti i Santi.

Il giorno dei morti fu ufficialmente collocato alla data del 2 Novembre nel X sec. d.c. circa, praticamente fondendosi con il 1 Novembre, gia’ festa di ognissanti dall’anno 853, per sovrapporsi alle piu’ antiche celebrazioni di quei giorni. (Samhain, Calenda, Halloween).  Il giorno prima di Ognissanti, ovvero il 31 Ottobre, è Halloween. Ma la tradizione cattolica vieta di essere festeggiata, in quanto la festa cristiana del 2 novembre è stata fissata proprio per soppiantare quella di origine pagana

In tutte le regioni italiane possiamo trovare pratiche e abitudini legate al 2 Novembre, il giorno della commemorazione dei defunti. Secondo la credenza popolare, nella notte tra l’ 1 e il 2 novembre le anime dei defunti tornano sulla terra, ed il viaggio che li separa dal mondo dei vivi, è lungo e faticoso, per questo, in molti paesi è tradizione imbandire tavole a cui i propri defunti trovano ristoro, e per renderli benevoli verso i giorni a venire. Nelle comunità italo-albanesi, presenti in tutta la provincia di Cosenza, ci si recava in corteo verso i cimiteri: dopo benedizioni e preghiere per entrare in contatto con i defunti, si approntavano banchetti direttamente sulle tombe, invitando anche i visitatori a partecipare. In alcune zone c’e’ l’usanza di preparare dolci per i bambini, ai quali viene detto che sono regali portati dai parenti trapassati. Si racconta ai bambini infatti, che se durante l’anno sono buoni e hanno recitato le preghiere per le anime dei defunti, i “morti” porteranno loro dolci e doni. Alcuni genitori preparano anche una calza di dolci per i bambini. I dolci dei morti simboleggiano i doni che i defunti portano dal cielo e contemporaneamente l’offerta di ristoro dei vivi per il loro viaggio. Ogni regione ha i suoi dolci tipici. In Calabria abbiamo le ” Dita degli apostoli”, dolci  della zona di Reggio Calabria, Bagnara in particolare, preparati con pasta di mandorle dalla tipica forma allungata, che hanno la forma delle dita di una mano. Altro tipico dolce:  l’ “ossa ri morti” ( “ossa di morti”), dolcini di “pasta di miele” ricoperti di glassa bianca, In questo periodo le pasticcerie di Reggio Calabria e di Messina si riempiono di colori. I dolci, oltre ad essere buoni, sono anche più belli. Stiamo parlando naturalmente della frutta di martorana, dolce tipico della festa dei morti. La frutta martorana è un dolce composto da ingredienti semplici: zucchero e farina di mandorla e decorato con coloranti alimentari, dalla forma di mandarini, arance, melograni, limoni, zucche, carciofi. In verità questa bellissima frutta, fatta di pasta reale, venne importata nella zone del reggino dalla zona di Messina e della Sicilia. Questo dolce tipico della festa del 2 novembre è stato creato dalle monache del convento di Santa Maria dell’Ammiraglio, a Palermo. Realizzato per le nobildonne dell’ordine di San Benedetto e voluta dalla nobildonna Elisa Martorana. Nella gastronomia tradizionale, il piatto rituale del 2 Novembre è la “Lagana e ciciari” (fettuccine con i ceci). Si dice che durante il giorno si devono mangiare i ceci, e il pomeriggio si va a seminare un pò di grano per garantire la fertilità. L’altro importante cibo tradizionale presente sulle tavole il giorno dei Defunti è il grano. In tutte le culture e le religioni il grano è il simbolo stesso della vita e della fertilità. . Nella tradizione culinaria italiana il grano è presente sopratutto nelle regioni meridionali e della Magna Grecia. il “Grano de Morti” è una preparazione a base di grano tenero in chicchi, lessato e condito con mosto cotto, acini di melagrana, cioccolato, noci e canditi, e viene usato ancora in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Nell’antichità le fave erano il cibo rituale dedicato ai defunti e venivano servite come piatto principale nei banchetti funebri. I Romani le consideravano sacre ai morti e ritenevano che ne contenessero le anime, molto probabilmente questa credenza era legata ai caratteri botanici della pianta: le sue lunghe radici che affondano in profondità nel terreno; il suo lungo stelo cavo, secondo le credenze popolari faceva da tramite tra il mondo dei morti e quello dei vivi, ma erano soprattutto i suoi fiori bianchi con sfumature violacee e con una caratteristica macchia nera, a ricordare la lettera greca theta, lettera iniziale della parola greca thànatos che significa morte. In seguito con l’avvento del Cristianesimo la tradizione popolare mutò dal mondo Romano questo uso delle fave, e cosi’ a seguire nel X secolo le fave divennero cibo di precetto nei monasteri durante le veglie di preghiera per la Commemorazione dei Defunti. Per la stessa ricorrenza vennero usate come cibo da distribuire ai poveri o da cuocere insieme ai ceci e lasciare a disposizione dei passanti agli angoli delle strade. In Toscana, in Veneto e in Calabria era tradizione recarsi al cimitero e mangiare fave sulle tombe dei propri cari. Sempre secondi le tradizioni nella notte fra il 1° e il 2 novembre, i morti ritornino sulla terra ciascuno alla propria casa e stanchi del viaggio, quindi bisogna alzarsi prestissimo per lasciare il letto ai morti, con un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane. In questa festa, le fave, come sopra detto, sono il cibo tipico e, in clima cristiano, esprimono devozione e carità in suffragio delle anime dei trapassati. Sempre in Calabria, la notte della vigilia del 2 Novembre, è usanza accendere una “lampa” o una candelada tenere sul davanzale della finestra, in modo da indicare ai defunti la strada del ritorno. La mattina bisogna alzarsi presto, perchè si dice che i morti devono andare a riposare, perciò bisogna liberare il letto.  In alcune zone, vicino a Laureana di Borrello, le donne usavano recitare, al cimitero, uno strano rosario pieno di fede e devozione: “Animi ‘mbiati / chi o Prigatoriu stati / Quandu jati o Redenturi / ‘nci cuntati peni e duluri / Grazi pe’ nui cercati / e pe’ vui requi e paci / Pregati ‘nzini fhini / Animi, Sacerdoti e Cappuccini / Beneditti morti tutti / Animi santi e corpi rutti / Dov’eravu no’ nci siti / Duvi siti no’ nci simu / Aundi siti nui venimu / Nommu scura stà jornata / pemmu sugnu cunsumata”.

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