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Casa di cura San Francesco di Rizziconi Le facce della disperazione contro gli indifferenti

Casa di cura San Francesco di Rizziconi Le facce della disperazione contro gli indifferenti
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Prefazione. “Il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni”.

“Facciamola finita, venite tutti avanti, nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto assurdo bel Paese”, così il maestro Guccini canta quel personaggio di Rostand, quel “tutto e niente” di nome Cyrano. E così che appena finito di guardare il Tg regionale, viene in mente di getto un’indignazione di quelli che ti fa perdere finanche l’appetito. E ascolti, a pochi chilometri da te, Rizziconi, un gruppo di lavoratori della “Casa Di Riposo Fondazione Opera S. Francesco Francesco d’Assisi”, che protesta con un’azione disumana di sciopero e con l’immagine, anch’essa disumana, di una povera donna stesa a terra perché colta da un malore. Il tutto perché non vengono pagate le spettanze economiche del loro lavoro, e per tali motivi, cosa grave nel terzo millennio (ma non in Calabria), non hanno nemmeno la possibilità di mandare i figli a scuola, di fargli fare la colazione, ma di poter acquistare a malapena il pane (sic!). Un’altra lavoratrice, quasi con le lacrime agli occhi, che nella disperazione asseriva che qualcuno le avesse detto che, “Se ti piace così perché questa è la Calabria”. Ho provato un senso di indignazione che ha percosso la mia anima, facendomi davvero perdere l’orientamento del vivere civile, riflettendo che ci troviamo nel terzo millennio e sembriamo in uno scenario surreale come nell’immediato dopoguerra. Mentre c’è un Paese che zoppica, osservi scenari politici apocalittici fatti di corbellerie e coglioni della politica moderna che si pavoneggiano con i loro accoliti, lacchè o in poche parole i cosiddetti “portaborse”. Che retribuiti dal politicante istituzionale di turno, questi problemi non li vivono e nemmeno li sfiorano. Addirittura se vai a chiedere aiuto, ti trattano con disprezzo e senso di superiorità. Come se fossi un marziano al di fuori di una comunità oramai dalla sopportazione satura.
È inutile far finta di non guardare, di non ascoltare, non è più concepibile questa immane incompetenza governativa ed amministrativa che sta colpendo una regione sempre più in piena crisi tranne per i “i figli di”, i lecchini di alto bordo e i paraculi della pletora al seguito. Osservare gli occhi della disperazione di quella gente che non ha la possibilità nemmeno di “un tozzo di pane”, mentre guardi chi ci governa quanto è grasso (e pure orripilante esteticamente) che elargisce migliaia di euro a società per lo sviluppo del turismo, a enti i quali non si conosce a che titolo e perché e soprattutto qual è la loro utilità, ecco, tutto questo fa rabbia, molta rabbia.
E se rischi di porre in essere tali questioni, visto che vai a toccare fili poco trasparenti sei accusato di populismo, di qualunquismo, di tutto quello che serve per far sì che tu venga delegittimato ai loro occhi, perché le loro intelligenze sono più acute, sviluppate, sono di quelle che hanno avuto l’unzione del signore. Per non parlare di quei trecento e passa lavoratori del porto di Gioia Tauro licenziati e senza alcuna speranza, mentre in giro si vedono spot vergognosi in cui si parla di sviluppo, Zes, addirittura si ringrazia in un manifesto il Governatore Oliverio (sic!), ripeto, si ringrazia non si “insulta” che è cosa ben diversa. Perché l’insulto è quello che vedi negli occhi di queste persone che senza speranza cercano nella loro disperazione di far capire la loro esistanza. Attraverso le loro grida perché ne hanno tutti i diritti in una società civile. Anche più dei politici, dei loro lacchè, di quelli con i petti gonfi che si sentono padreterni, e che alla fine sono come i “bravi” del Manzoni. Coglioni al servizio del potente. Senza capire che in questa terra, proliferano i Don Abbondio e i Conte Attilio.

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