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Cinque scioglimenti per mafia Storia di una democrazia malata

Cinque scioglimenti per mafia Storia di una democrazia malata
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Prefazione. “La democrazia è nata dal presupposto che siano assolutamente eguali quelli che invece sono eguali soltanto sotto certi aspetti”.

La democrazia in questo paese è gravemente malata. Il consiglio dei ministri ha sciolto cinque comuni calabresi in un solo colpo e tutti ricadenti nel territorio calabrese. Il ministro dell’interno Marco Minniti ha tratto il dado ed ha concluso che questi comuni, Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Jonica, Lamezia Terme e Petronà, andavano sciolti. Lamezia Terme nonostante la “partigianeria” del sindaco Paolo Mascaro, tra scioperi della fame e altre azioni di protesta per rivendicare il suo corretto operato da primo cittadino, non è riuscito a bloccare il terzo scioglimento per infiltrazioni mafiose nella città di Lamezia.

Non entrando nel merito delle condizioni mafiose che hanno colpito queste città con diverse operazioni antimafia molto pesanti, vedi Lamezia, Isola Capo Rizzuto, lo stesso Cassano e in passato anche Marina di Gioiosa, il problema sta nell’applicabilità continua di questa legge nonostante ci siano stato dei commissariamenti. Ed allora si chiede, ma vale la pena ancora di applicarlo questo art. 143 del TU degli Enti Locali? È ancora attuale o sembra, i presupposti ci sono tutti, che stiamo applicando una condizione legislativa anacronistica e vetusta rispetto ai tempi ed ai danni che sta producendo? Non sarebbe il caso, ma seriamente, di modificarla questa norma? Non vi è alcun dubbio che questo modus operandi con una norma fuori da ogni contesto moderno e quindi non al passo con i tempi, sta creando un attacco alla democrazia di proporzioni indefinite che va fermata. Qui non si tratta di essere favorevoli o meno allo scioglimento per mafia, o fare il gioco delle ndrine s esi criticano gli scioglimenti, come qualche imbecille ha voluto dire negli anni passati.

Comuni come Lamezia Terme con tre scioglimenti per mafia ce ne stanno diversi, basti pensare a Gioia Tauro, Taurianova, Melito Porto Salvo, San Ferdinando e Roccaforte del Greco. Un comune come Taurianova che ha subito il primo scioglimento per mafia della storia repubblicana, nel 1991 con l’applicazione di un decreto che porta appunto il nome della città, all’epoca con la Legge 55/1990 art. 15 bis, poi abrogato perché recepito dal TU EE.LL. con il famoso art. 143. Subisce due scioglimenti a seguito di due commissioni di accesso a distanza di pochi anni, 2009 e 2013, è una condizione insostenibile e sconfortante, procurando la sfiducia verso le istituzioni dei cittadini.

Se c’è stata una commissione di accesso nel 2009 che ha prodotto uno scioglimento, poi per due anni una triade di commissari nominati da prefetto, di nuovo elezioni e a distanza di soli quattro anni un’altra commissione di accesso, c’è qualcosa che non va! Il lavoro della prefettura e dei suoi emissari, sa molto di fallimento. E tale fallimento si avvalora quando alla scadenza dei 18 mesi si chiede la proroga per altri sei mesi e si scrivono frasi del tipo che si è ancora in rischio permeabilità mafiosa, per poi si va ad elezioni, si rivota e si eleggono democraticamente i nuovi assetti amministrativi, per poi dopo due anni si reinvia una nuova commissione di accesso? Quindi, ci si chiede, che senso ha? E per dire cosa l’ennesima commissione di accesso? Sui “rapporti diretti e indiretti” degli amministratori e quindi per prevenzione si consiglia lo scioglimento? Ma così è un attentato agli organi democratici e al volere costituzionale del popolo!

Ma poi, i collusi sono solo i politici? E gli organi amministrativi, mai? Dirigenti, funzionari, etc., loro non entrano mai in gioco, non vengono mai “sciolti”, perché? E perché molte volte gli stessi che sono stati a dirigere uffici poi li ritroviamo quasi sempre confermati con i commissariamenti? È così ovunque, in ogni contesto comunale.
Alcuni giorni fa, il presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno davanti alla commissione antimafia ha dichiarato, “Dal 1991, quando fu introdotta la legge, “al 2014 sono stati sciolti per mafia quasi 300 Comuni, con aumento del 380% nel 2012, e del 220% nel 2013”, ovvero di un’espansione territoriale molto articolata e profonda delle consorterie mafiose. Giusto, va bene. Ma poi non va bene, quando dice che non ha nulla da proporre per cambiare questa legge perché c’è il rischio di una “inflazione legislativa”.

Il problema non si tratta di creare ingorghi legislativi, ma semplicemente di modificare ciò che è vigente modernizzandola. Non sciogliendo più i comuni, ma eliminando le mele marce, togliendo quella benedetta parola che è “rapporti indiretti”, ma indiretti di cosa? Non consentire a monte alle mele marche nemmeno di fare campagna elettorale. Una preventiva interdizione per chi ha dei seri e concreti collegamenti mafiosi. Una parentela o un caffè preso al bar con presunti “soggetti controindicati” o che hanno delle parentele che non si sono nemmeno scelti loro, possono mettere a rischio la democrazia di una città? Possono mettere a rischio delle imprese che subiscono delle interdittive antimafia? E allo stesso tempo, mettere sul lastrico solo perché c’è una discrezionalità prefettizia che si basa sul concetto della prevenzione? No, non è possibile. Non più!

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