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I Promessi Sposi Continua la narrazione del giurista blogger Giovanni Cardona dei personaggi de “I Promessi Sposi” visti sotto il profilo antropologico-criminale

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La tesi de’ I Promessi Sposi è affidata alla personalità dell’Innominato, ferrato capitanaccio di ventura.

Ogni sua linea fisiognomica è accentuata dal Manzoni perché – ingigantita la figura nei contorni fisici e criminali – più prodigiosa appare la conversione.

La nebulosità del nome e dei luoghi conferisce all’Innominato, il carattere di simbolo, il carattere cioè che Manzoni voleva dargli perché il caso singolare – non esattamente individuato – meglio servisse a significare il trionfo della fede per tutti i sopraffatti dal genio del male.

Spiega Manzoni che la casa dell’Innominato era un’officina di mandati sanguinosi: “servitori che avevan per mestiere di troncar teste; né cuoco né sguattero dispensati dall’omicidio; le mani dei ragazzi insanguinate.”

Ciononostante, che l’Innominato sia un delinquente abituale – e non delinquente nato – infatti, si coglie in lui una malvagità non originaria né costituzionale, è piuttosto una malvagità accidentale, ambientale e secondaria: “Operò il male, ma non si riscontra in lui quella dilettazione istintiva del male propria ai criminali nati. Diventò criminale per virtù dell’ambiente e per reazione al bando dello Stato”; e lo diventò, spiega Manzoni, a poco a poco: “d’anno in anno, di impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza.”

Nei primi tempi (cap. XX) lo spettacolo perpetuo della violenza, della vendetta e dell’omicidio, ispirandogli una emulazione feroce, gli aveva foggiato una specie d’autorità contro la coscienza.

La ripugnanza provata nei primi delitti, vinta poi, e quasi del tutto cessata, ritorna a farsi sentire di tratto in tratto.

Comincia a provare, se non un rimorso, un tale tedio che diventa inquietudine paurosa.

Dopo la famosa notte di terribili conflitti interiori, l’Innominato si reca dal Cardinal Federico.

Importante ciò che il Manzoni osserva, e cioè che “l’Innominato era stato come portato lì per forza da una smania; inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno”.

Questa vaga paura è il tarlo della sua fittizia personalità di criminale d’occasione: ogni nuovo reato gli richiede uno sforzo penoso.

Si preannuncia in lui quella crisi che culminerà nella conversione.

Incentivo immediato è il rapimento di Lucia.

Quando essa deve giungere al castello, l’Innominato l’attende ansioso, con un senso di ribrezzo.

La carrozza appare in fondo alla valle; egli vorrebbe subito togliere di mezzo il fastidio che l’angustia e concludere l’impresa mandando Lucia a Don Rodrigo che attende la preda; ma l’inibizione agisce, un “no imperioso” lo costringe a desistere; è la coscienza che si risveglia.

L’Innominato comincia a ravvedersi: quel “no” è un colpo che fende la sua corazza già incrinata per logorio; la forza di resistenza della sua fibra è scemata con la maggiore consapevolezza degli anni; l’età gli fa sentire la responsabilità che, incurvando la schiena, affievolisce l’alterigia.

Il fenomeno psico-fisico è conseguenza d’una potente suggestione: la fede che guarisce.

La compassione e la paura deprecate dal Nibbio si sono impossessate di lui; l’Innominato si redime.

La conversione era latente, le parole del buon Federico sono il crisma che la perfeziona e la consacra; le lagrime sono il primo segno espiatorio.

Il delinquente occasionale, riorganato nella coscienza, rivela una reazione vivissima (cap. XXIII) fino alla tenerezza nel discorso ai bravi, ma, non muta carattere mutando vita: si orienta verso il bene.

E’, questa la capacità nei criminali d’occasione, veduta dal criminologo Enrico Ferri, di poter diventare grandi malfattori o benefattori della società, a seconda dell’influenza dell’ambiente.

(continua)

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