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U ’nnacari Riflessione sarcastica del giurista blogger Giovanni Cardona su un vezzoso incedere locale

U ’nnacari Riflessione sarcastica del giurista blogger Giovanni Cardona su un vezzoso incedere locale
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Non si può negare che nell’incedere degli autoctoni si riflettano aspetti della nostra epoca, e non perché abbia ragione Cocteau quando dice che ci si trova con un’andatura dove una parte del corpo si diverte e l’altra si annoia: ma perché vi sono evidenti lo svincolo del muscolo dal pensiero.

Se è vera l’opinione della soave Claude Longhy – la quale ritiene che sono i vecchi a dovere apprendere dai giovani, perché i giovani detengono meravigliosi segreti e offrono, nei loro occhi ancora trasparenti, una insospettata visione del mondo – bisogna aggiungere ch’è difficile vedere questa insospettata visione del mondo quando anche i giovani “nnacano”.

Il verbo “annacari“, come suggerisce il suono onomatopeico “nac”, da cui forse si è formato, è propriamente un verbo di movimento.

La “Naca” era la tavola sospesa a due funi con cui si dondolavano i neonati.

Né si sa se nell’annacamento sia la disarmonica dissociazione fisica, a potere influire sulle coordinate dello spirito, o se sia stato un rovinoso dissesto spirituale a determinare quelle incongrue movenze, già nobili ai tempi in cui le esperimentarono con successo i nostri ndranghetisti.

Tutte le donne, che sono state processate e giudicate sino a qualche anno or sono, conoscevano l’annacamento: poiché la donna è più soggetta a determinate correnti, delle quali l’annacamento è un simbolo, e se priva del contrappeso di un’etica interiore o di una custodia familiare, ella potrebbe raffigurarsi, nello sciamannato annacare, la normale sequenza della vita.

Trasponendo la questione nell’ambito penalistico, ne consegue che, esaminando l’intensità del dolo, ai sensi dell’articolo 43 codice penale, il giudice non deve trascurare queste condizioni individuali, ambientali, sociali, le quali possono talvolta rientrare anche negli elementi caratteristici e idonei a classificare la natura dell’azione umana.

Si è oramai tutti d’accordo nel ritenere che, come non esistono malattie ma malati, così non esistono delitti ma delinquenti.

E’ dell’imputato e non del reato, che il dibattimento deve occuparsi; ma non come avviene nelle pagine de “Lo Straniero” di Camus, dove l’imputato si sorprende che sia il pubblico ministero sia il difensore parlino più di lui che del delitto.

In definitiva era tanto diversa la requisitoria del pubblico ministero dall’arringa dell’avvocato?

L’avvocato alzava le braccia e ammetteva la reità, ma con attenuanti; il pubblico ministero tendeva le mani e denunciava la reità, ma senza attenuanti.

Tutto questo è convenzionale, come la castagnola che si fa quando il pollice scatta sul medio; però ecco una cosa che romperebbe il frasario della convenzionalità: l’annacamento non per se stesso, ma quale sintomo d’un’inclinazione o di un gusto che a loro volta rivelano la piega di un modo di vivere.

Però le inclinazioni e i gusti permangono.

Permangono, perché talvolta si finisce con l’essere quello che si fa.

E anche questo è un diritto degli autoctoni, i quali, non avendone alcuno, hanno il diritto di usurparli tutti.

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