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Una Repubblica di pazzi Riflessioni del giurista blogger Giovanni Cardona sul tema della follia

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La bancarotta della legge 180 ha aperto le porte dei manicomi senza dare ai malati di mente una valida assistenza alternativa e senza creare nuove ed efficienti strutture che sostituiscano le antiche.

La Pazzia?

Qual è il segreto che dentro vi annida?

L’interrogativo è pauroso e ingenuo; eppure attorno a esso fanno ressa gli alambicchi degli scienziati, le sottilizzazioni dei filosofi, le trasfigurazioni degli artisti: ognuno batte per entrare, però le porte restano chiuse.

Qualcuno ha osservato, con scardinante ironia, che il folle è folle per noi; ma noi siamo folli per il folle.
La qual cosa non è poi così paradossale come sembra.

Provate a rispondere alla domanda che Gustavo Flaubert vi pone nelle “Memorie di un pazzo”: “In quale categoria ti collocheresti tu, lettore? In quella degli sciocchi o in quella dei pazzi? Se potesse scegliere la tua vanità preferirebbe l’ultima condizione…”.

Perché? Perché il pazzo fa paura – è vero -, ma in fondo appare come il declamatore d’una dialettica che ha smarrito i binari della vita collettiva.

Il pazzo è l’anarchico: un individuo che si è annoiato di pensare come gli altri e ha dato fuoco alle micce per far saltare il senso comune: un io alla rovescia, dunque; ma dov’è il dritto? Punti di vista!

Questo è press’a poco anche il pensiero di Gilbert Keith Chesterton, il quale vede nel pazzo un pellegrino in cerca di tutto, fuorché della ragione: “Pazzo non è chi ha perduto la ragione, ma chi ha perduto tutto, fuorché la ragione”.

Se volete un pensiero più icastico e sconcertante, sfogliate Jean-Étienne Dominique Esquirol: egli vi dimostra come nel manicomio si trovino le stesse idee, gli stessi errori, le stesse passioni, lo stesso mondo nostro; ma linee più accentuate, più forti graduazioni, colori più vivi, tonalità più alte, “con un che di migliore forse, perché ivi l’uomo si palesa, non dissimula più i suoi pensieri e non nasconde i suoi vizii.”.

Forse soltanto così si possono spiegare tante cose: le evasioni dalla coscienza, le fughe dell’io, l’incomunicabilità degli individui, la fatica di ritrovare se stesso, l’antagonismo tra l’essere e l’apparire, il suddividersi dell’uomo nelle molteplici personalità della visione altrui.

E ancora: gli sconfinamenti della ragione nelle zone imperscrutabili, ove nessuno riesce a vedere se la pazzia sia l’ombra del genio, e il genio si esaurisca nella notturna corsa verso il mondo dell’impossibile: da Robert Schumann, che compone il “Carnaval” nelle prime manifestazioni della demenza, a Gaetano Donizetti, che muore pazzo dopo aver elevato soavi melodie; dalle ossessionanti psicosi di Fryderyk Chopin alle ansie misantropiche di Franz Listz, dall’erotomania di Vincenzo Bellini alle manie di persecuzione di George Gordon Byron, dal delirium tremens di Paul Verlaine all’anemia celebrale di Guy de Maupassant, è tutta una teoria di grandi spiriti orchestrati dalle misteriose anabasi nelle tenebre delle notti boreali.

Ma questo è forse l’errore: credere nell’altrui sventura senza accorgersi che il mondo gira a dritta perché una maggioranza è d’accordo nel farlo girare a dritta.

Se invece si pensasse che la vita è in noi e non fuori di noi, ognuno coglierebbe l’io caduco e saprebbe comprendere i volti della follia.

Alla ricca letteratura, che si potrebbe citare, si può sostituire la sintesi di Miguel De Unamuno, il quale, commentando i casi di Alonzo Chisciano, dice: “Il cardine della vita è qui; sapere chi si vuole essere. Poco conta chi tu sia; l’importante è che tu sappia chi vuoi essere. L’essere che sei non è se non un essere caduco e perituro; mentre ciò che vuoi essere è la tua idea di Dio”.

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