Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image
Torna su

Torna su

 
 

Elogio del Conservatore La riflessione del giurista blogger Giovanni Cardona sulla cultura conservatrice

Elogio del Conservatore La riflessione del giurista blogger Giovanni Cardona sulla cultura conservatrice
Testo-
Testo+
Commenta
Stampa

In tempi dl feroce progressismo (o di opportunismo: come a me piace chiamare il progressismo più diffuso), in cui gli eredi di Giuda sposano i nuovi tempi col matrimonio riparatore che li affranchi dal coraggio di essere se stessi, vi sono parole, specie nel vocabolario politico, che hanno assunto il valore di veri e propri epiteti.

Tra le parole messe all’indice da questi progressisti senza tempo (rinnegano il passato, non hanno futuro e accattano solo il favore del giorno per giorno), una delle più appestate è senza dubbio conservatore.

L’appellativo di conservatore oggi equivale presso a poco al graffio del “figlio di cento padri”: un vilipendio, considerato tale da chi lo subisce e da chi lo impartisce.

In una confusione lessicale, ideologica, politica e culturale veramente caotica, presi dalla foga dell’allineamento con la corrente del giorno e dell’ora, pochi si soffermano a pensare che esser conservatore vale mille commendatizie.

Perché conservatore lo è sempre chi ha qualcosa da custodire: una idea acquisita dal tempo e nel tempo, un valore etico collaudato dalla Storia, un patrimonio culturale sopravvissuto alle tempeste generazionali, una eredità di tradizioni immutata attraverso il mulinare degli eventi.

Non certo può definirsi conservatore chi le idee le imbratta, le sciacqua e le risciacqua nel torbido dell’opportunismo, chi i valori morali li considera merce di baratto e moneta di compromesso e, di conseguenza, non si pone problemi di conservazione: il loro involucro, il loro «vuoto» è a perdere, come quello della Coca-Cola.

Non possono certo chiamarsi conservatori coloro che hanno la morale pronta ad ogni uso e un’idea con il servizio ad ore. Costoro nulla hanno da conservare perché nulla costruiscono: il loro “patrimonio” è continuamente esposto alla demolizione della precarietà, alla temporalità della moda e della speculazione, alla fragilità della viltà e all’infedeltà del doppiogioco.

Anche dal punto di vista economico cade nel grottesco l’accanimento di tanti progressisti senza futuro verso le epoche d’oro dominate dalle classi conservatrici. La Storia ha incontestabilmente dimostrato come il conservatore abbia sempre fatto da “cassaforte” ad un certo tipo di progressista.

In Italia, dall’inizio del secolo, i governi conservatori, protagonisti di epoche di grande sviluppo economico, hanno offerto ai governi progressisti, poi succedutisi, la materia prima per alimentare la loro dissipatezza, il loro raptus di demolizione, la loro febbre di consumismo. Le dissennate scelte di politica economica degli ultimi trenta anni non sono state forse consumate a spese del consolidato benessere economico degli anni ’50?

E se si osservano gli eventi della Storia con occhio indagatore piuttosto che con rabbia di setta, a nessuno sfugge che nel momento della rovina, della conta delle macerie che ogni volta fa da epilogo ad un’epoca di progressismo isterico e demagogico, sempre si richiamano a consulto e sempre ci si rivolge nuovamente alle ricette economiche di quelle classi conservatrici che, ogni volta, fungono da forza rigeneratrice del benessere economico. Conservatori e progressisti: la cazzuola e il piccone: chi costruisce e chi demolisce, chi cuce e chi scuce, chi produce e chi consuma.

In un discorso tenuto alla Camera nel luglio del 1920 nella veste di Ministro della Pubblica Istruzione, Benedetto Croce, uomo illuminato prima che filosofo insigne, pronunciò parole sulle quali gli arrabbiati progressisti di oggi dovrebbero a lungo meditare. Disse Croce: «Io non nutro alcuna fiducia per le riforme che pretendono di riformare radicalmente ciò che esiste, come se ciò che esiste sia il male e le nostre escogitazioni siano il bene».

Così Benedetto Croce. Chi era costui? Un conservatore che nel giugno del 1946, non ritenendosi degno, rifiutò la carica di primo Presidente della Repubblica e poi, nel maggio del 1948, per lo stesso motivo, il laticlavio di Senatore a vita propostogli da Luigi Einaudi.

Altre epoche, altri uomini!

Partecipa alla discussione