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Il disagio L’uomo come Prometeo: dalla contemplazione alla manipolazione del mito, nella riflessione del giurista blogger Giovanni Cardona

Il disagio L’uomo come Prometeo: dalla contemplazione alla manipolazione del mito, nella riflessione del giurista blogger Giovanni Cardona
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Il mito del negativo come progresso è l’uomo “reale” che si consegna alla esperienza guidata da leggi naturali descrivibili in termini matematici, e che si serve della libertà per ubbidire alle leggi naturali nella illusione di giungere alla liberazione di tutte quelle forze visibili o invisibili che impediscono la piena realizzazione del suo esistere.

Il progresso in questa prospettiva è nel segno della liberazione mondana. Secondo questo mito il bene dell’uomo e della società si realizzano nella storia, unica terra di salvazione, dove consumare il tempo per vincere le difficoltà e combattere le repressioni. Il disagio della civiltà di Freudiana memoria si risolve nel progresso che, governato da leggi relative alla stessa storia, viene a decifrarsi in valori economici che non sono solamente quelli che regolano l’economia.

Il progresso è nel processo di unificazione tra ordine naturale e ordine della ragione. La speranza diventa perfetta geometria e si delinea come unica teoria della sicurezza nel manifesto esistere. La ragione perfetta è già il reale nella formula di Bacone. Nel procedimento dialettico Hegeliano la problematica si arricchisce di forme e di metodo. Nel marxismo, figlio adottivo dell’idealismo, il razionale-reale si incarna nella condizione economica che dovrà essere necessariamente completa assicurando all’uomo, tramite l’organizzazione tecnica, il dominio completo della natura. La perfezione escatologica è già storia diventata sociologia e che conseguirà la infallibilità scientifica.

L’uomo reale possessore, per merito del progresso scientifico, di tutte le previsioni e della illuminata conoscenza, può organizzare il suo regno di benessere e sconfiggere definitivamente il male; liberandosi anche dal Padrone misterioso che in fondo con la sua drammatica presenza ha impedito la sua maturità. Il progresso con le sue certezze libera l’uomo da Dio che secondo Pierre-Joseph Proudhon è il nemico e secondo Karl Marx è il prodotto del suo stesso cervello. Il mistero viene sostituito qualche volta dalla utopia ma viene sconfitto dal realismo.

Ma questo mito ambizioso dell’uomo reale nella dinamica del progresso si scontra con la contemplazione metafisica. La contemplazione metafisica non è solamente la teologia o la morale ma racchiude problemi molteplici e complessi. Produce imprevedibili conseguenze sul piano personale come su quello sociale. Anche per la azione della contemplazione metafisica la ragione perde la fiducia nelle previsioni e il progresso gradatamente e inesorabilmente si rivela un «mito»: ieri come oggi. Ma, nel pensiero moderno, questa contemplazione, stimola e indirettamente sollecita la cosiddetta autodistruzione.

In questa fase vi sono stati notevoli tentativi di proporre un ordine nella fissazione dei limiti anche per le esigenze che lo stesso Cartesio aveva intuito. Ma questi tentativi rimangono isolati. Somigliano stranamente a quel simbolico personaggio chiamato Tocqueville che come scrisse Raymond Aron “non fu adottato ne dalla destra e né dalla sinistra. E continuò ad essere sospetto agli occhi di tutti”.

La contemplazione metafisica nel pensiero moderno mette in crisi l’uomo reale. E la ragione dell’uomo reale si difende nella maniera più irragionevole. Avendo perduto Dio, perde anche se stesso e si distrugge fino alla perdizione. Il progresso già fondato nella certezza razionale e dopo avere perduto la sicurezza del riscontro storico accentua le paure, le solitudini o le angosce, gli atti gratuiti e le violenze.

La contemplazione metafisica fa cadere le illusioni ma anche orizzonti da raggiungere. Mentre combatte la concezione irrazionale della ragione assoluta (che è solo mito), valorizza l’autentica ragione fondata sul presupposto teologico e sulla grazia del mistero.

L’uomo vero (non più reale) cerca di salvarsi dalla distruzione meditando, per necessità, il trascendente di cui attestando se stesso, testimonia l’esistenza.

La contemplazione metafisica non è chiuso conservatorismo. Considera e sottolinea positivamente le conquiste effettuate ma non confonde la cultura con la informazione, il progresso con la civiltà, la giustizia con l’uguaglianza, il governo con il potere. La conclusione è spesso figlia della ignoranza ma più spesso è volontà di dominio che trova nell’intellettuale il fedele scrivano che crede, obbedisce e combatte per creare il conformismo del consenso.

La contemplazione metafisica descrive e ordina, distingue e non cede ai compromessi. Non nega inoltre le denunce esistenziali ma le avvia sui sentieri della critica costruttiva. Si serve della libertà o del progresso, del vuoto umanitarismo e della ipocrita maschera del consenso per individuare nella storia valori non certificabili storicamente ma ugualmente e sicuramente necessari alla civiltà dell’uomo vero.

La contemplazione metafisica accetta e ama la tradizione, rifiutando la novità del conformismo e lavora per il nuovo che il tempo richiede dalla nostra passione.

Vi sono stagioni nelle quali anche la primavera sembra perduta nelle nebbie. In queste stagioni tutte le aspirazioni e tutti i fermenti devono essere alimentati e generosamente esaminati. Le porte chiuse o sbarrate alle emergenti richieste morali, politiche, culturali e anche ecclesiali sono veramente il compromesso che consacra e giustifica le forme più violente di conservazione del potere. Si tratta di amare la tradizione e di rifiutare il conformismo dell’assenso.

(Prima parte, continua)

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