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Il giudice Riverberi scanzonati ed irridenti del giurista blogger Giovanni Cardona sulla figura del giudicante

Il giudice Riverberi scanzonati ed irridenti del giurista blogger Giovanni Cardona sulla figura del giudicante
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Specie tutta particolare quella del giudice.

Di un uomo che eserciti tale professione è possibile accorgersi a distanza o, ancor più, dopo soli centoventi secondi di convenevoli. Al centoventunesimo secondo, immancabilmente, ti ricordi della immagine che Hegel dette di Napoleone allorché nel 1806 fece il suo ingresso a Jena: “Dal suo caval stendeva la mano sul mondo”.

Qui, è ovvio, il cavallo manca ma vi è lo scanno, i cui venticinque centimetri da terra sono sufficienti, a un giudice, per sentirsi sovrastante.

Dicevo dei caratteri inconfondibili del giudice. Il fisico è generalmente asciutto, tutto self-control, molta ritenzione, giusta parsimonia; i modi severi e misurati (dalla bocca di un magistrato si ha quasi l’impressione non sia mai uscito uno sbadiglio o un singhiozzo). Il passo è quello sicuro di chi sa dover giungere lontano. Anche il volto ha qualcosa di inconfondibile: il piglio di una nuvola incapace di squarciarsi in pioggia e l’occhio guardingo di coloro che, come diceva il Giusti, “per non aver mai avuto la grazia di peccare, si consolano a rompere le tasche a chi pecca”.

La sua forma mentis è tutta concentrata nella certezza di essere il Procuratore in terra del Padreterno, deposto dall’Onnipotente, per competenza territoriale, su quella pedana di tavole chiodate più alta di pochi centimetri dall’altezza del prossimo, a dirimere i casi umani, a giudicare le umane debolezze, a sentenziare anatemi e assoluzioni. In ogni giudice che si ami è custodita, tutta intera la Santissima Trinità: Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Tale deformazione professionale, da giudizio universale, lo spinge a passare in giudicato ogni momento della vita quotidiana.

Quando parla lo fa in nome di qualcuno che, quasi sempre, è il popolo italiano, anche se il popolo italiano, in quel momento, non se ne stropiccia niente. Quando siede a pranzo sfiora l’anoressia per timore del dolo e rifiuta i vini per mantenersi super partes. Quando è a letto ripudia i doveri coniugali per poter meglio giudicare, all’indomani, quel processo per atti di libidine. In bagno è sempre vestito, per non offendere il comune senso del pudore; in auto, per paura che chi lo segue chieda la ricusazione, viaggia un po’ a destra e un po’ a sinistra: a casa, alle domande incuriosite dei figli, quasi sempre risponde che la domanda non è pertinente. A furia di puntarlo continuamente contro uomini e cose, il giudice soffre di artrosi all’indice. Che, manco a dirlo, è un indice alquanto avvilito: privo com’è della gioia di esplorare padiglioni auricolari e scomparti nasali.

Ha il vezzo di opporsi. Agli avvocati, alla moglie, all’influenza, all’evidenza, al cuore, alla dissenteria, al temporale, alle ferie. A tutto. Spesso vanamente, a volte ottusamente. Come quel giudice che un giorno redarguì severamente il difensore dicendogli: “Basta avvocato. Se dipendesse da lei tutti gli imputati sarebbero innocenti”. Al che il patrono: “E se dipendesse da lei, eccellenza, sarebbero tutti colpevoli”.

Abitualmente il magistrato è religioso. E’ in pace con Dio. Il giorno della chiamata presenterà al Padreterno duecento ergastoli e milletrecento sentenze confermate in Cassazione, oltre l’encomio del Ministero.

E il Paradiso sarà suo.

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