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La legge dell’equilibrio Il caso al crocevia della storia narrato dal giurista blogger Giovanni Cardona

La legge dell’equilibrio Il caso al crocevia della storia narrato dal giurista blogger Giovanni Cardona
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La legge dell’equilibrio, legge inesorabile, ineludibile che s’innesta nell’armonia dell’universo e regola le vicende umane come la luna regola le maree; legge che una volta conosciuta non ci farà più imprecare contro il fato o il destino ma solo contro noi stessi spesso illusi di poter barare sul peso.

E, riconosciamolo, tra le leggi non è certo la più crudele.

Se noi non amassimo ignorarla potremmo, se non eluderla, attenuarla, per quanto è nelle nostre possibilità, e più non saremmo atterriti dal mistero delle conseguenze.

Gli uomini saggi, e ne ho conosciuti, mettono un freno alla naturale sconfinata cupidigia di denaro, alla naturale funesta ambizione di onori, di gloria, di scalate politiche o sociali, da una parte, e dall’altra col lavoro, col sacrificio, con l’imporsi delle rinunzie, con l’accettare le contrarietà, fanno sì che i due piatti della ideale bilancia (per restar nell’esempio più convincente) siano alquanto in equilibrio così che, se anche uno spostamento dell’indice si dovesse verificare, sarebbe uno spostamento contenuto. Nel contempo contrarietà e disappunti verrebbero accettati consapevolmente e senza inutili imprecazioni.

Napoleone, col suo strapotere e la sua gloria, sembrava avesse impunemente violato questa legge fin quando non giunse il tempo in cui l’indice della sua bilancia cominciò a spostarsi in senso opposto.

Giunse di Aprile del 1814, un mese segnato: il giorno 6 il Senato lo dichiarò decaduto chiamando a succedergli Luigi XVIII; il giorno 11 nel castello di Fontainebleau sottoscrisse un atto in cui rinunziava per sé e per i suoi ad ogni sovranità; la notte tra il 12 e il 13, in un momento di supremo sconforto, ingerì a scopo suicida una dose di stramonium; venne il 18 giugno 1815: Waterloo; venne, infine, l’esilio amaro a S. Elena. Alla data del 5 maggio, secondo Manzoni e secondo la teoria che stiamo illustrando, il conto pareggiava: “Due volte nella polvere, Due volte sull’altar”.

Una legge questa dell’equilibrio che doveva esser presente a Victor Hugo quando ne I Miserabili tocca il dramma di Napoleone, presente così da osservare ed opportunamente: “Il soverchiante suo peso sui destini umani ne turbava l’equilibrio. Egli contava da solo più che il gruppo universale. Queste pletora di tutta la vitalità umana concentrate in una sola testa, il mondo che sale al cervello di un uomo, se ciò durasse, riuscirebbe esiziale alla civiltà”. Ma non dura.

Paul Bourget, il grande romanziere intimista, in una pagina de “Le démon de midì” sintetizza i principi fondamentali della legge dell’equilibrio da par suo: “Chi ha mai potuto conoscere l’eccesso della felicità senza sentirsi correre per le vene il brivido del pericolo? E non si bada a questo avvertimento. Si trascurano le precauzioni più elementari e più felici. A che pro? Crediamo tutti per istinto, e con forza tanto maggiore quanto più siamo felici, alla legge di compenso simboleggiato dagli Antichi nel dogma di Nemesi. Fatalmente destinati a pagare una gioia sovrumana con un dolore eguale… La felicità umana –dice il poeta greco –giunta al suo colmo genera, non muore senza prole, e la sua posterità è una tremenda sventura”.

E’ per sottrarsi al a brivido del pericolo che l’Alìssa di André Gide prega: “Proteggimi, Signore, da una felicità troppo in fretta raggiunta”.

Se Mussolini, il giorno in cui annunciò il ritorno dell’impero sui colli fatali di Roma (giorno in cui gli furono inviati ammirati telegrammi anche da Nitti, Orlando e Labriola) avesse avuto la rara saggezza di annunciare il suo ritiro della vita pubblica attiva, oggi non vi sarebbe città o borgo d’Italia che non avesse una strada portante il suo nome ed un monumento a lui eretto. Certo la sua fine non sarebbe stata violenta né il suo cadavere vilipeso perché dinanzi a gesti così alti, quanto rari, un popolo resta attonito e ammirato.

Garibaldi, più ispirato, seppe prendere in tempo la via di casa subito dopo la più gloriosa delle sue imprese e mentre ancora le folle gli gridavano il loro entusiasmo.

Sparire allo Zenith e non al tramonto, quando si è in piena luce, quando il secondo versante discendente della parabola è sotto di noi e non sopra, è questo il supremo degli accorgimenti, un accorgimento che gli uomini rifiutano perché l’avidità della gloria dona l’illusione che l’ascesa debba ancora continuare.

Voltaire, in quel suo noto studio sul destino fa dire a Zadig: “Sono i venti che gonfiano le vele della nave, a volte la sommergono; ma senza di loro non si potrebbe navigare. La bile ci dispone all’ira; ma senza bile l’uomo non potrebbe vivere. Tutto è pericoloso quaggiù e tutto e necessario”.

Che sono le evangeliche beatitudini se non la conferma di questa legge? Allorché Gesù dall’alto del monte e del suo impareggiabile prestigio pronuncia l’inimitabile sermone: “Beati gli afflitti perché saranno consolati” non assicura anche il ristabilimento di un equilibrio perduto?

Il motto dannunziano: “Io ho quel che ho donato” non è anche l’affermazione di un conto che torna, di un corrispettivo avuto, di una contropartita eguale ed opposta, di un bilancio in pareggio?

Non v’è chi sfugga a questa legge come nessuno sfugge alla gravità, alla forza centrifuga, alla morte.

Commettiamo spesso l’errore di ritenerne esenti persone che riteniamo felici, ricche di ogni benessere, adorne di ogni privilegio, senza che mai un malanno, una perdita in borsa, un figlio ribelle, una vicenda giudiziaria, le affligga. Il nostro sguardo non va oltre l’aspetto esteriore. Se potessimo vedere dentro, inside come dicono gl’inglesi, nel fondo, fuggiremo atterriti ed impietositi.

O si paga prima o dopo, o si paga a rate o pronti contanti, ma pagare bisogna. E’ una legge perfetta perché non v’è possibilità di sfuggirle ed è davvero eguale per tutti.

La vita – avvertiva Stefan Zweig nella biografia di Maria Antonietta – non dà nulla per nulla, e su ogni cosa affidataci dal destino, sta segretamente segnato un prezzo che presto o tardi si dovrà pagare”.

E, credetemi, la cosa vale sempre il suo prezzo.

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