Riflessione di don Manuli su commemorazione defunti | ApprodoNews
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Riflessione di don Manuli su commemorazione defunti La morte, l’immortalità, l’aldilà tra enigma e speranza

Riflessione di don Manuli su commemorazione defunti La morte, l’immortalità, l’aldilà tra enigma e speranza
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La ricorrenza del 2 novembre ci ravviva la memoria dei defunti, si rinsalda quel vincolo di amore e di affetto che continua a legarci anche oltre la morte. Dal lato umano è triste, dall’altro è una sosta rispettosa che coinvolge credenti e non, e fa riflettere sul mistero della vita e della morte. Nel libro Il bisogno di pensare, il filosofo e teologo Vito Mancuso si chiede quale è “il punto di orientamento nella nostra vita e che senza un sostegno non si può vivere” (p.11). La consapevolezza della precarietà della vita ci porta a dirigere lo sguardo oltre la morte, al pensiero dell’immortalità e della vita eterna. La visione cristiana si muove intorno a tale direzione di senso, “un tempo senza fine” che ha interessato da sempre anche le concezioni filosofiche e altre visioni religiose. “La morte è il compimento dell’esistenza teologale del cristiano, non è la fine dell’uomo ma l’inizio di una vita piena”, è il punto di vista teologico. L’orizzonte è quello della fede e della speranza e non può non confrontarsi con i vissuti degli uomini e con le domande sulla prospettiva finale, che pur accettando semi di verità presenti in ogni ricerca e visione umana, quella cristiana si colloca su un piano diverso.

Tentare di dare una risposta ci trova vinti in partenza, il dramma della morte è inspiegabile dalle capacità razionali umane. Non esistono facili spiegazioni, non bastano quelle psicologiche di elaborazione della morte, tuttavia non ci sottrae dalla possibilità di riflettere, di appoggiarci alla fede, di cercare soluzioni a cui provano di rispondere anche la scienza e la tecnologia. L’argomento è uno di quelli che angoscia perché presenta un dato oggettivo drammatico, però stuzzica l’interpretazione che ha coinvolto ogni epoca storica, attraverso racconti, miti, leggende, nel quale il sogno umano ha coltivato sempre una vita senza fine. L’inevitabilità della morte è una legge scritta dalla natura, e nonostante si incrementano gli studi per prolungare la durata della vita non potranno garantire l’immortalità. Questa dimensione di finitezza può essere accettata per “disperazione” come può essere accolta nella “responsabilità” a vivere questo tempo non nel senso della sua durata ma nella qualità, a vivere giorno per giorno nella cura per le persone amate, per la ricerca del bene e della bellezza, cogliendo la preziosità di ogni istante.

L’appuntamento di questa commemorazione si può vivere prendendo atto di ciò che siamo e di ciò che saremo per chi crede, senza cancellare il desiderio di infinitezza anche per chi non è aperto ad una prospettiva religiosa, che non consiste nel perpetuare la condizione attuale. Cosa accadrà alla nostra morte? Dove stanno i nostri cari defunti? Ci possono vedere e ascoltare? Le religioni ufficiali hanno convinzioni e dogmi, ma non spengono le domande che abitano dentro di noi. C’è chi insegue la speranza, chi al contrario pensa che tutto finisce con la morte. Per gli uni e per gli altri, si è attraversati dal ricordo, dalla nostalgia dei cari, specialmente quando da poco si è perduto una persona cara. È lecito sperare per tutti? «Io invece ci credo. Ci credo non per la fede in una rivelazione divina depositata in uno dei tanti libri sacri, non per l’obbedienza alla dottrina di una delle tante istituzioni religiose, ma per una mia convinzione; ci credo cioè con quel credere non istituzionale ma personale che si può definire “fede filosofica”» (Il bisogno di pensare, p. 136).

La visita “rispettosa” ai cimiteri non intende interrompere i legami. Questi sono il luogo del ricordo, della pace e della speranza. La giornata in cui noi li commemoriamo unisce ogni popolo, razza, nazione, un culto che sorregge l’esistenza, e varia a seconda delle circostanze culturali e delle visioni religiose. L’aldilà, la morte, l’immortalità, hanno bisogno di interpretazioni, di significati e valorizzazioni che trovano nei simboli donativi delle preghiere, dei lumini, dei fiori, della cura delle tombe e delle cappelle, l’espressione della forte solidarietà con i defunti. Si avverte che dentro di noi c’è un impulso e un istinto che pur essendo attraversato dall’incertezza, ci porta a sperare che non tutto sia finito e che la relazione d’amore e di comunione con i defunti non è interrotta. I nostri defunti non vivono nella tomba. La fede ecclesiale ci aiuta a credere che al sigillo della sepoltura stabilito al momento del loro amen, non è posta la parola fine, condividiamo in questo intervallo l’attesa dell’inaudita del Risorto a cui spetta l’ultimo pronunciamento solenne.

Discussione (1 commenti)

  1. Daniela

    non vorrei mai essere immortale:credo che anche la fine della vita terrena abbia un perchè ed un fine.Anche se non ci è dato di saperlo ed è inevitabile chiedersi,con angoscia,cosa sarà di noi e cosa è stato dei nostri cari,resto dell’opinione che la morte elevi l’anima spogliandola dalle sofferenze fisiche e mentali.

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