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Siamo tutti “puttane”? Giornalismo tra “infimi sciacalli” e “pennivendoli”

Siamo tutti “puttane”? Giornalismo tra “infimi sciacalli” e “pennivendoli”
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Prefazione “Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere”.
(Gaetano Salvemini)

A proposito di “puttane”, “infimi sciacalli”, “pennivendoli”, ossia i giornalisti., rei di aver massacrato il sindaco di Roma Virginia Raggi con “disonestà intellettuale” a seguito delle vicenda giudiziaria, poi assolta dalle accuse, e da lì, si sono accese le polveri su chi la sparava più grossa, come un tiro al piccione contro i “pennivendoli”.
Premesso che sono stato sempre contrario all’iscrizione in un “ordine dei giornalisti”, in quanto condizione “costituzionalmente” inutile che non ha più senso, oltre a essere inoltre, un retaggio del fascismo. Molti giornalisti hanno negli anni dimostrato che si può dire la verità e avere gli attributi, pur non essendo iscritti ad alcun “Ordine”, e mi riferisco a Peppino Impastato, a Beppe Alfano, caduti sul campo per mano della violenza mafiosa, così come di altri, così come tanti ai giorni nostri. L’abolizione dell’Ordine sarebbe un toccasana per la libertà di parola e di stampa.
Dalle parole degli “scienziati” penta stellati, Di Battista e Di Maio, occorre estrapolare l’essenza della loro anima, al di là del mancato rispetto che hanno per le vere puttane che si guadagnano da vivere facendo il loro lavoro, certo lo sono anche i giornalisti, politici, dipendenti pubblici e professionisti, che si inquadrano tra i lacchè, gli opportunisti politici, quelli che stanno con tutti e non se la guastano con nessuno, leccano a destra e a manca. Sia a livello locale che in contesti nazionali più ampi. Quindi, un fondo di verità c’è. Ma è pur vero che Virginia Raggi da quando si è insediata è stata massacrata in tutti i modi, anche vigliaccamente, a livello personale. Ci sono stati degli sciacalli mediatici del potere dei grandi giornali, sono entrati anche nella sua camera da letto, e non facciamo gli ipocriti perché se non lo comprendiamo, finiremmo a essere come i “Di”  Battista e Maio a sparare a zero senza filtri, cavalcando un becero populismo antidemocratico e peggio, ancora non chiedere scusa, quantomeno alle puttane vere e proprie.
Come se i problemi di Roma siano stati creati tutti dalla Raggi compresa “Mafia Capitale” che è stata un copyright di centrosinistra e centrodestra messi assieme. Come se l’avvento della Raggi non sia stato creato dal PD (e dal “cazzaro” toscano), il quale ha ordinato ai suoi, di sfiduciare Ignazio Marino (del PD), con delle firme in uno studio notarile. La memoria ha un senso e va sempre posta in primo piano, quantomeno per affrontare il futuro e non rischiare di essere davvero delle prostitute di ricordi. Roma è incancrenita da tempo, e la Raggi si è trovata in un fiume in piena, a prescindere dalle sua capacità amministrative, discutibili o no.
Ma tutti quei giornalisti che criticano il potere per poi sedersi con loro, cosa sono? Qui giornalisti che scrivono libri a comando, pontificavano su mafia e corruzione, e poi vanno in quei luoghi per vendere copie dei loro libri, ma soprattutto sono nelle buste paga di sindacati e politica, cosa sono? Esistono o no queste “prostitute” che venderebbero la loro anima per quattro spiccioli? Io dico di sì, e quindi, non scandalizziamoci troppo su quanto hanno detto i “Di”, magari cerchiamo prima di rispondere, di vedere chi sono le “mele marce”, perché ce ne stanno ovunque. Vediamo chi “infetta” la categoria e oscura gli atri, quelli buoni, che si nutrono di dignità e professionalità, ma soprattutto di verità, linfa vitale di questa professione, sottopagata e maledettamente sempre a rischio. E comunque, al di là di tutto questo, chi pensa che un giornalista o un operatore dell’informazione, scriva cose false, insulta o frasi che non hanno a che vedere con la verità, secondo loro, ci sono due strade, si chiede una rettifica o si querela all’autorità giudiziaria. Non si telefona all’editore per lamentarsi o per “minacciare” querele o altro, si querela e basta, e poi ci si vede al tribunale. Se si pensa che si è in buonafede, altrimenti come i “Di”, si dovrebbe stare zitti e non perdere occasioni per contemplare il silenzio perché la merda sarebbe tanta, molto più del sangue.

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