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Quelli che se ne vanno… Giovani, società e religione: c’è campo? Nuova riflessione di don Leonardo Manuli

Quelli che se ne vanno… Giovani, società e religione: c’è campo? Nuova riflessione di don Leonardo Manuli
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L’argomento è impegnativo per la sua stringente attualità che non ha la pretesa di essere esauriente. I giovani se ne vanno … emigrano in cerca di migliori prospettive, sono indifferenti alla religione, sono definiti nichilisti, e addirittura senza passioni. Esiste molta letteratura al riguardo, – questione che mi ha impegnato negli studi e nella vita –, e mi limiterò a selezionare alcuni testi. Mi sono capitati alcuni libri tra le mani, attirato dai titoli e dal contenuto. Quelli che se ne vanno (Il Mulino, 2018), l’autore è il sociologo E. Pugliese che rileva in uno studio empirico lo “tsunami demografico” che ha colpito l’Italia e il Mezzogiorno. L’emigrazione interna ed esterna dei giovani, è un fenomeno che ha sempre interessato l’Italia, oggi di più, e incide sulla struttura demografica della popolazione con la conseguenza di un grave danno per la perdita di capitale umano, con la rarefazione per la vita comunitaria e locale. Ad andarsene dall’Italia e dal Mezzogiorno – è retorica dire le motivazioni primarie –, sono il lavoro e la qualità della vita. “Il Sud è quello a destare più allarme”: all’appello mancano oltre mezzo milione di giovani!

Un altro testo che indaga sulla categoria giovanile dalla prospettiva religiosa è quello del sociologo F. Garelli: Piccoli atei crescono (Il Mulino, 2017). L’indagine effettuata su un campione di giovani tra i 18 e i 29 anni accerta l’indebolirsi del rapporto con la chiesa e l’affermarsi di un “sentire religioso sempre più soggettivo e autonomo”. Le spiegazioni sono diverse, dal quale emerge “un’incapacità della chiesa a parlare alle nuove generazioni”, “di aggiornamento del linguaggio, della mancanza di accompagnatori credibili”. Nei confronti della chiesa i giovani hanno “un’ambivalente percezione, tuttavia è grazie a papa Francesco che è ripresa un po’ di fiducia”. È significativo che i giovani vogliono una persona che si rivolge a loro con un “linguaggio schietto e con molta onestà”. La chiesa universale a tal proposito ha dedicato anche il Sinodo dei vescovi nel mese di ottobre, una novità importante per mettersi in ascolto, e per riprovare a ricucire il rapporto.

Un altro testo più discorsivo è quello del filosofo e psicologo U. Galimberti: La parola ai giovani (Feltrinelli, 2018). Sono pubblicati una serie di dialoghi intrattenuti con i giovani, corrispondenza avvenuta non solo attraverso il quotidiano della Repubblica. I giovani confidano che “il futuro non è così promettente”, “manca il fine”, è una generazione con le ali spezzate dagli adulti, del quale vivono un rapporto di incomprensione e di distanza, di sogni infranti, dialogo che porta Galimberti a teorizzare il nichilismo attivo. Ho voluto presentare brevemente tre diverse prospettive che riguardano la dimensione integrale del giovane, un argomento che avrebbe bisogno di più approfondimento confrontandolo con uno sguardo alla vita reale. Al di là gli slogan e delle solite frasi di circostanza, occorre chiedersi come la politica, le istituzioni (scuola, università, famiglia, chiesa, associazioni), ascoltano il disagio che i giovani vivono. Esistono questi giovani? Chi sono? I giovani si interrogano: Che ci stiamo a fare in un mondo che non ci considera? A livello macroeconomico l’investimento in politiche di formazione, di sostegno del lavoro sui giovani è molto carente. Riflettendo sull’istituzione ecclesiale, quale impatto avrà la sinodalità sulle chiese locali e sul territorio?

Passando al versante scolastico, si assiste ad un collasso, pur essendo uno dei più importanti punti di aggregazione e di formazione. Mancano insegnanti carismatici e motivati e la scuola e le famiglie sono scollegate. Se non si investe sulle nuove generazioni in termini di cura, di fiducia, di progetti, saremo obbligati a fare i conti sullo scenario di un futuro molto incerto. Condivido il pensiero di Galimberti: “oggi ci si ritrova in un contesto di nichilismo attivo, manca il fine, si paralizzano le iniziative, si spegne l’entusiasmo della giovinezza”. Se ne vanno … e non bisogna accettarlo, per tutta la società che ha un bisogno urgente di giovani che la rendano forte. Sono riflessioni che ci invitano a lavorare sulle pieghe e le increspature della vita nel quale è necessario un rinnovato sguardo e contatto con la realtà.

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