Il peccato di Lolette | ApprodoNews
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Il peccato di Lolette Critica letteraria del giurista blogger Giovanni Cardona sulle passioni dell’universo femminile in relazione ai precetti e agli obblighi imposti dalla istituzione matrimoniale

Il peccato di Lolette Critica letteraria del giurista blogger Giovanni Cardona sulle passioni dell’universo femminile in relazione ai precetti e agli obblighi imposti dalla istituzione matrimoniale
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Un grande libro, una specie di Bibbia del matrimonio (e come la Bibbia quindi non letto e trascurato), s’intitola “Piccole miserie della vita coniugale”: è di Honoré de Balzac.

Per essere felici nel matrimonio, bisogna o essere un uomo di genio accoppiato con una donna di spirito e di delicatezza; oppure occorre che ambedue i coniugi, per un caso che non è affatto comune come si potrebbe credere, sieno bestie sino all’eccesso”: l’ironia punzecchiante di sentenze come questa pervade l’intera scrittura delle Piccole miserie della vita coniugale.

Victor non era uomo di genio, e bestia non era Lolette.

Victor era uno spirito massiccio, uno di quei temperamenti che filtrano la vita trattenendone solo i residui positivi: era fatto di quella pasta sanguigna e spessa in cui sono tagliati gli uomini della terra, che stanno in armonia con sé stessi, senza batticuore e senza cruccio, dal vivere facile, immuni dai desideri veementi, immuni dalle ingordigie dagli stimoli dalle insonnie dai rimpianti che fanno rapace e sconvolta la vita di coloro pei quali non esiste che il perpetuo tormento. I sogni? Victor non conosceva che il sognare della digestione difficile, quando si dorme sulla parte sinistra, quella del cuore, e si ronfa nel sonno agitato e sconnesso.

Lolette era invece tutta un battito di esser viva del quale sono malate le creature fantasiose, pazze di sé stesse e di incontenibili desideri disformi; respirava la giovinezza come si aspirano, nelle colme ottobrate, nel ronzio dei bimbi, quei fermenti di vinacce che dànno il senso del capogiro; subiva i malestri del fantasticare che esagita la carne e che anche dopo la gioia dei sensi non è pago ma è solo tramortito.

Cosi spaiati, gli sposi misero casa; e già sin d’allora cominciarono le ore dei rabbuffi o dei silenzi amari che incupiscono fra coniugi e sotto cui il male riarde: la parola discioglie, ma il silenzio coagula il dispetto.

Victor voleva riempire la casa col quadrato senso della vita rustica: gli armadi massicci di Normandia profumati di timo e rosmarino, le larghe poltrone a manichi rococò, il salotto Louis XV a raso paglierino con i pastelli sanguigni del Boucher.

Ma Lolette, scapigliata donnina dal gusto bizzarro, voleva l’alcova a fior di terra con le lampade multicolori e le pelli soffici e gli arazzi rari e le stoffe umbre a ricami quattrocenteschi e gli stucchi color di reseda e i Pierrots e le Pierrettes che sbadigliano sulle savonarole e le antiche porcellane di Kioto e di Kang e i vasi di Sèvres e gli alabastri di Sassonia.

I mesi passarono. Venne un figliolo. Però la vita rimase sorda e opaca. Fu, dapprima, il tedio della sazietà sensuale; poi il peso della catena comune, come i forzati d’un tempo.

Non è vero che un figlio allieti la casa: son più figli che la fanno garrula, triste è la casa del figlio unico.

Vi è troppo silenzio nella vita del bimbo solo, ch’è sempre un po’ vizzo come il garofano del giorno prima: sano ma non esuberante, vivace ma non allegro, sereno ma non cantaiolo, egli non può distrarre la pena d’un babbo e d’una mamma discordi: e accanto a questa discordia cresce un po’ spaurito, pavido della vita che gli si rivela già nei dissensi più grandi di lui, con qualche rara tregua serena che solo serve a serrarlo nella precocità della sua rassegnazione.

Cresce serio in anticipo: il fanciullo con le rughe non è che la caricatura del fanciullo.

Intanto, Victor e Lolette manifestano i loro contrastanti sentimenti: un rimpianto ed una delusione.

Victor, dinanzi al discordevole umore di questa bimba padrona, rimpianse gli anni in cui, solo padrone di sé, respirava d’un fiato la bella distesa della campagna.

Egli avrebbe voluto la donna virgiliana della “domus casta”, felice e feconda come le belle mucche che “demittent ubera lactea”, Lavinia o Andromaca: invece si ritrovava una creatura galante e lasciva scappata via da una pagina di Catullo.

Lolette, dinanzi al marito che si elevava quale muro di fronte ai suoi capricci di bella donna spocchiosa e viziosa, sentì la delusione dei sogni segnati quando, come una ninfa riversa, fra ciuffi odorosi di veroniche fiorite, con a serto le braccia che rialzavano i seni e ne approfondivano il solco, sentiva fremere il corpo vivo negli improvvisi sussulti dei formicolii che traversano la colma ora del dolce languore.

Sempre, fra un rimpianto ed una delusione, si genera il tradimento che germina il dramma.

Lolette fu una peccatrice destinata ai colpi di rivoltella, condotta per mano al peccato dallo squallore della sua solitudine, ma più ancora dal vaneggiamento dell’uomo che la prese e che con lei peccò.

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