Perché decarbonizzare? | ApprodoNews
Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image
Torna su

Torna su

 
 

Perché decarbonizzare? Riflessione sulla tematica di Pino Romeo

Perché decarbonizzare? Riflessione sulla tematica di Pino Romeo
Testo-
Testo+
Commenta
Stampa

L’anno scorso plaudevamo alla richiesta del presidente della regione Puglia Michele Emiliano, di chiedere per l’acciaieria di Taranto IlVA la revisione dell’Aia e la decarbonizzazione quale BAT (best available techniques) di settore, nel rispetto degli impegni assunti dall’Italia alla Conferenza sul Clima di Parigi”. Anche dopo la recente ed importante notizia sotto il profilo occupazionale, della riassunzione di 10.700 lavoratori da parte del ministro Luigi Di Maio presso la nuova denominazione aziendale Arcelor-Mittal e la recentissima sentenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, il problema sollevato da Emiliano, è rimasto comunque in piedi. Nel merito, la Corte di Strasburgo ha accertato la violazione del diritto al godimento della vita privata e familiare (art. 8 CEDU) e del diritto ad un rimedio effettivo (art. 13 CEDU).

Ma torniamo a noi, perché decarbonizzare?
Nonostante la letteratura scientifica sia piena zeppa dei segni evidenti di catastrofici danni provocati dal carbone, in Calabria la lotta ambientale è sempre stata aspra e quasi mai ha visto le istituzioni lottare dalla stessa parte, dalla parte della comunità ferita. A Gioia Tauro per un puro caso si è sfiorato l’insediamento di una centrale a carbone al servizio del V° centro siderurgico. Ancora, solo recentemente è stata scongiurata l’ipotesi concreta della costruzione di una centrale a carbone svizzera nel territorio di Saline Joniche (RC), e ciò è stato reso possibile solo grazie al concreto sbarramento operato da movimenti ambientalisti locali.

Da qui dobbiamo ripartire.

In Calabria non abbiamo bisogno del carisma di Emiliano per affrontare e vincere ad armi pari la battaglia sacrosanta del diritto all’autodeterminazione, ma ci necessita la certezza di avere le spalle “coperte” dall’onesta intellettuale della futura “governance”. Chiediamo pertanto al prossimo presidente della Regione Calabria:
– la definizione inderogabile di una nuova Autorizzazione di Impatto Ambientale (AIA) da rilasciare all’unico inceneritore esistente in Calabria (Gioia Tauro), che attualmente opera in spregio alle normative comunitarie e statali e in assenza sostanziale di autorizzazione integrata ambientale. Di più, da 2012 non vengono forniti alla comunità, indicazioni relative agli inquinanti ambientali emessi, a fronte di un aumento fuori scala delle patologie oncologiche, rendendo pertanto impossibile qualunque valutazione tecnica e scientifica a riguardo.
– una moratoria “sine die” di tutti gli impianti impattanti in Calabria che ricadono sotto l’egida della normativa “Seveso III”, convinti che non debbano esistere impianti adattabili esclusivamente ed unicamente alle singole “stagioni politiche”, da sventolare come rituale ricatto occupazionale.
– chiediamo inoltre una stretta vigilanza (alla quale comunque siamo tutti chiamati) delle buone pratiche di salvaguardia ambientale, come la minimizzazione delle emissioni nocive dagli impianti già esistenti (“zero emission”) ed il recupero forzoso della Co2 che gli impianti stessi producono; peraltro si tratta di tecnologie già indicate dalle direttive europee e rese obbligatorie dallo Stato italiano.
Ricordiamo che le BAT non costituiscono variante discrezionale ma sono norme tecniche obbligatorie per le imprese

Con la loro adozione verrebbe meno anche l’applicazione tecnica del rigassificatore “on-shore”, su terraferma, individuato nel retro-porto di Gioia Tauro e considerato con i suoi 12 miliardi di metri cubi di gas, il più grande e pericoloso d’Europa. A dimostrare l’inutilità di questo mostro tecnologico che attende solo lo status di “opera strategica” da parte del governo (e che comunque nascerebbe già inutile e obsoleta) esistono due elementi di grande importanza: sulle coste pugliesi sta (purtroppo) per arrivare il gasdotto TAP, che porterà circa 20 miliardi di metri cubi di gas/anno ed è già stata raddoppiata la pipe-line proveniente dall’Algeria.

Continuare quindi a fare pressione su una ipotesi di rigassificatore a Gioia Tauro denota comportamenti criminogeni e comunque in perfetta malafede tecnica e scientifica non ravvedendosi un singolo punto di convenienza per il territorio e l’intera comunità calabrese, a meno che non si voglia davvero dimostrare alle lobbies e ai portatori d’acqua stranieri, che il nostro Paese può continuare ad essere ancora terra di conquista ed hub del gas, giusto per far accendere il gas alla massaia di Amburgo. Sappiamo bene che se il profitto diventa il timone con cui regoliamo le nostre politiche industriali, allora non potremo nasconderci ex-post dietro lacrime di coccodrillo.
Attiviamoci

Pino Romeo, urbanista

Partecipa alla discussione