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Blind trust Emanuele Pecheux commenta la sentenza comminata a Carlo e Franco De Benedetti, dell'Olivetti di Ivrea

Blind trust Emanuele Pecheux commenta la sentenza comminata a Carlo e Franco De Benedetti, dell'Olivetti di Ivrea
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di Emanuele Pecheux   

Omicidio colposo plurimo. Cinque anni e due mesi. Il Giudice di Ivrea ha dunque accolto le tesi del PM e ha comminato una durissima sentenza, in primo grado, per Carlo De Benedetti e suo fratello Franco, per anni i padroni dell’Olivetti di Ivrea.

Secondo l’impianto accusatorio all’Ingegnere e al fratello, già senatore del Pds-Ds, sono addebitabili sette omicidi e due casi di lesioni personali gravissime.

La notizia è clamorosa ma non del tutto inattesa. I media hanno riservato al processo un’attenzione minima ma dal dibattimento sembra sia emersa chiara quantomeno la trascuratezza della dirigenza dell’Olivetti che non avrebbe approntato fino alla metà degli anni novanta i necessari sistemi di sicurezza contro il rischio amianto che ha provocato morti di lavoratori.

Carlo De Benedetti, per chi non lo ricordasse, per diciott’anni è stato amministratore delegato e presidente dell’Olivetti.

Lapidario il commento del PM che ha sostenuto l’accusa: “Queste erano morti che si potevano e si dovevano evitare”.

L’ingegnere si è detto “stupito e amareggiato” e ha preannunciato appello.

Un imputato, anche per reati gravissimi (e i reati per cui De Benedetti è stato condannato lo sono) ha diritto alla presunzione di innocenza fino a che la sentenza non è definitiva. Dunque nonostante quella di primo grado lo condanni, anche l’Ingegnere, che per anni dai suoi giornali ha condotto battaglie a difesa della legalità, contro la mala politica, ergendosi a paladino della questione morale, ha diritto ad essere considerato innocente.

Se non che, grazie anche alle campagne giornalistiche condotte dal suo gruppo editoriale, va osservato se simile sorte fosse toccata ad un “politico”, magari di terza o quarta fila, con un potere infinitamente inferiore a quello che detiene chi ha quasi il monopolio della stampa nazionale, sarebbe scattata immediatamente la crocifissione in effige, il pubblico ludibrio, magari l’applicazione della famigerata legge Severino.

Chi ha obbiettivamente orientato per decenni la politica italiana e magari pretenderebbe di continuare a farlo dovrebbe sentire il dovere morale di adottare, motu proprio, una forma di “blind trust” poichè il conflitto d’interessi che, a maggior ragione in vista della pronunzia della Corte d’Appello, è evidente e non accettabile.

 

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