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Caso Palamara, compromesso il terzo potere dello Stato? Quelle cene con esponenti del PD che fanno riflettere sul futuro di questo paese. In che mani siamo?

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Prefazione “Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra” (Piero Calamandrei)

Il rispetto delle regole, sancisce il principio di uguaglianza, così come nella vita, così come davanti alla legge. È stata questa una condizione fondamentale che i padri costituenti hanno posto come punto cardine, quando scrissero Costituzione della “neonata” Repubblica.
Oggi, nel terzo millennio, ci (ri)troviamo in un altro scandalo istituzionale che non ha eguali da quando è nata la Repubblica Italiana, c’è il terzo potere dello Stato seriamente compromesso e che sta soffocando sotto l’onta oscura di presunte connivenze politiche, le quali ledono seriamente il principio di indipendenza costituzionale, e soprattutto è corroso da velenosi sospetti di corruzione che hanno travolto il magistrato e uomo forte di Unicost ed ex presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati nonché membro togato del Consiglio Superiore della Magistratura, Luca Palamara.
Secondo le accuse, in breve, Palamara avrebbe ottenuto soldi e regali da alcuni lobbisti vicini a importanti imprenditori per influenzare alcune sentenze, oltre a cercare di influenzare la nomina del prossimo procuratore di Perugia, “in modo da avere un alleato a capo dei magistrati che stavano indagando su di lui (la procura di Perugia è infatti competente per le indagini sui magistrati di Roma, come Palamara)”. Tra le altre cose anche quello di esercitare pressioni per essere promosso a procuratore aggiunto di Roma e altre sistemazioni contro colui che considerava un suo nemico, l’ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone (attualmente in pensione).
Ma c’è una cosa ben più grave ed è quella che lede quell’indipendenza della magistratura, perché dalle indagini emerge che diversi magistrati (e la questione si sta estendendo a macchia d’olio), hanno partecipato con Palamara e politici, i quali si apprende che sono del Partito Democratico, area renziana, l’ex sottosegretario (e magistrato in aspettativa) Cosimo Ferri e l’ex ministro Luca Lotti, fedelissimo di Matteo Renzi, con lo scopo, così sembra, di accordarsi su nomine e promozioni.
Tutto ciò ha portato alle dimissioni di cinque dei sedici membri del CSM, mai nella storia ci fu una questione simile che apre una profonda ferita allo Stato. Tant’è che oggi l’Anm per voce del suo presidente Pasquale Grasso ci va giù duramente, che non bastano le autosospensioni, ma che ci vogliono le dimissioni perché “Chi avesse davvero partecipato a un tale sviamento della funzione, uso volontariamente una locuzione poco impegnativa, non potrebbe essere un mio rappresentante nell’organo di autogoverno dei magistrati. Dovrebbe seriamente pensare alle dimissioni. L’autosospensione non basta”.
Non sono mancate le reazioni politiche, visto che tra i coinvolti ci sono due esponenti politici di spicco del Pd e che tali condizioni, rischiano di affossare la credibilità del partito stesso e dove Nicola Zingaretti, sta vivendo un momento tra l’incudine e il martello perché una sua decisione dev’essere forte e decisa. Vista pure la spinta impetuosa dell’ex procuratore nazionale antimafia e neo parlamentare europeo in quota Pd Franco Roberti ha posto in essere. L’eurodeputato non le manda a dire, “Il Pd è silente, condanni comportamenti certi dei suoi (…) specie se vuole essere credibile nella sua proposta di rinnovamento”. Ma non si ferma qui perché attacca in maniera grave, scoperchiando un dubbio che sa di pericolosa condizione per la credibilità e il futuro del partito, “Il caso Palamara è la prova di un disegno iniziato con il governo Renzi”, così scrive, “Nel 2014 il governo Renzi, all’apice del suo effimero potere, con decreto legge, abbassò improvvisamente, e senza alcuna apparente necessità e urgenza, l’età pensionabile dei magistrati da 75 a 70 anni. Quella sciagurata iniziativa era palesemente dettata da un duplice interesse”. Ci chiediamo, qual è questo “duplice interesse”? Parole dure e gravissime che Zingaretti non può ignorare, anzi, dovrebbe iniziare un processo di “pulizia” a tutti i livelli, eliminando quei rami secchi che impediscono la crescita, il ringiovanimento e la rigogliosità di una proposta credibile del PD con la gente. Ma la cosa triste è che lo stesso Roberti, sembra essere quasi ignorato da Zingaretti che risponde con un laconico, “Auspico che chi è coinvolto collabori”. Risposte e roba da prima repubblica, mentre il problema è più grave di quanto si pensi, fermo restando che il principio di non colpevolezza costituzionale vale per tutti i soggetti coinvolti, compreso Palamara, e non ce ne voglia da lassù il presidente Cossiga.

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