Dalla decadenza Magno Greca al dominio Romano | ApprodoNews
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Dalla decadenza Magno Greca al dominio Romano Quando la Calabria assunse il nome di Bruzia

Dalla decadenza Magno Greca al dominio Romano Quando la Calabria assunse il nome di Bruzia
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Lo scenario geopolitico che si presentò nel Mediterraneo all’inizio del IV secolo A.C. fu più instabile e complesso rispetto a quanto delineatosi nei secoli precedenti. Ad Est le poleis greche pagavano dazio della loro debolezza strutturale con la sottomissione alla potenza macedone, guidata da Filippo II, capitolando successivamente in maniera definitiva con la battaglia di Cheronea del 338 A.C.. Ad Ovest era forte la pressione di Cartagine, che arrivò a conquistare la quasi totalità delle coste orientali del Mediterraneo, dall’ovest della Sicilia, fino ad oltrepassare i mitici confini del mondo allora conosciuto, le Colonne d’Ercole. Il destino dell’area centrale mediterranea, ed in particolare dell’area Magna Graecia, fu segnato nel corso di questi secoli da due eventi bellici, prodromi di uno stravolgimento totale dell’assetto geografico dell’intero continente.

Il primo evento fu la distruzione della magnifica e splendida Sibari ad opera di Crotone nel 510 A.C., e va considerato una sorta di filo conduttore con quanto accaduto nei secoli tra le poleis greche, in lotta tra esse fin dalle loro origini. La leggenda narra che in battaglia tra gli schieramenti dei crotoniati, vi fosse uno squadrone di pifferai, che alla carica della cavalleria sibaritide suonarono i loro strumenti sortendo l’effetto di far danzare i cavalli dei cavalieri nemici. Questa leggenda trova fondamento nello stato di dissolutezza e corruzione al quale si era abbandonata da tempo la potente polis magno greca. Distrutta la città nemica i crotoniati cambiarono il corso del fiume Crati per cancellare definitivamente Sibari e solo recenti scavi stanno riuscendo a portare alla luce l’antica polis. Le lotte intestine tra le poleis e l’incapacità di far fronte comune alle minacce esterne furono i due motivi della fine dell’indipendenza della Grecia e delle sue colonie, nonostante la grandezza di questa civiltà rispetto a quella espressa da ogni altro popolo.

Un’altra battaglia che vale la pena di menzionare è quella della Sagra del 560 A.C., combattuta tra Crotone e Locri e svoltasi nei pressi del fiume Sagra, nome dell’antico torrente Torbido. I Locresi, in netta minoranza (15.000 uomini contro i 120.000 crotoniati), decisero di affrontare i nemici, spinti da mire espansionistiche verso il Sud, al di fuori delle loro mura e in un punto stretto tra il mare e le montagne, non permettendo ai crotoniati di dispiegare le loro forze. L’inaspettata vittoria dei Locresi, che riuscirono a fare breccia nello schieramento nemico ferendone il comandante Leonimo, alimentò la leggenda dei Dioscuri, Castore e Polluce, figli gemelli di Zeus, che durante la battaglia, si ersero su tutti distinguendosi per grandissima forza e coraggio, per poi sparire nel nulla a battaglia conclusa. Grazie a tale battaglia la città di Kaulon (odierna Monasterace), fino ad allora sotto l’influenza crotoniate, divenne colonia Locrese. La distruzione della potenza sibaritide, e le ingerenze dei tiranni siracusani, resero il territorio magno greco vulnerabile ed esposto a una minaccia che già da tempo premeva da settentrione. Da Nord, infatti, già da tempo era forte la spinta di un popolo di origine indoeuropea, che già dall’età del ferro aveva trovato il suo habitat lungo tutto il dorsale appenninico del centro sud. Inoltre, nuove popolazione italiche nel V secolo A.C. penetrarono il territorio in maniera graduale con un aumento demografico molto rapido nelle aree occupate, nel corso del IV secolo A.C.

Questo popolo italico si suddivise nel tempo in diverse tribù prendendo il nome di Sanniti, Apuli, Campani e Lucani. Al servizio dei lucani vi era un popolo di nomadi, i Bretti, che resisi indipendenti dopo una vittoriosa rivolta, occuparono l’area che va dall’altopiano della Sila fino ai fiumi Crati e Lao, dandosi un’organizzazione federale con capitale l’attuale Cosenza. Di indole bellicosa e rude, refrattari a qualsiasi forma di arte e senza alcuna inclinazione alla navigazione e ai commerci, approfittarono della vulnerabilità della Magna Graecia, conquistando poleis, fino ad allora apparse impenetrabili, e sottraendo loro territori e risorse. I Bretti usavano creare insediamenti in cosiddette conche, ovvero in prossimità dei corsi fluviali. A tal proposito le aree nelle quali si presentavano il numero maggiore degli insediamenti furono la Conca di Sibari, la zona di Sant’Eufemia e l’area che si estende da Gioia Tauro a Rosarno. In alcuni casi i centri dei Bretti presentavano, oltre a possenti mura di cinta, costruite a difesa di ogni centro, progetti urbanistici molto regolari, come a Laos e a Mella di Oppido Mamertina. Ormai della Magna Graecia poco restava e infatti, già sin dalla prima metà del IV secolo A.C., la nostra regione assunse il nome di Bruzia (da bretti o bruzi).

Dopo le battaglie contro Alessandro d’Epiro, zio di Alessandro Magno, e il tiranno Agatocle di Siracusa, iniziò la parabola ascendente di questo popolo, che fu però molto breve a causa dell’inarrestabile ascesa della potenza romana. Infatti, le mire espansionistiche dei Bretti, volte a dare unità alla Regione, furono frustrate dall’avanzata dei Romani. Alleati già con Taranto e Pirro, durante la prima guerra punica, nel quale furono coinvolti nella sconfitta insieme ai Lucani e ai Sanniti, dovettero cedere parte della Sila. Il secondo, fondamentale, evento bellico che segnò le sorti della nostra regione e quindi dell’assetto intero del Mediterraneo, fu la sconfitta di Annibale, stabilitosi permanentemente per circa 4 anni in territorio Bruzio, durante la seconda guerra punica. Questo evento costò molto caro alla regione che rimarrà aggregata alla Lucania della III regio augustana, nonostante la fondazione successiva di almeno 5 colonie dal 192 A.C. in poi (Croto, Vibo Valentia, Copia-Thurii, Scolacium e Temesa). Crotone e Temesa dovevano garantire le comunicazioni tra Jonio e Tirreno mentre Thurii e Vibo dovevano vigilare sui Bruzi e sui collegamenti con Roma. I romani costruirono le prime vie di comunicazione terrestre in Calabria realizzando la Via Popilia, detta anche Via Annea, nel 132 A.C.. Tale strada collegava Reghium a Capua.

La regione sotto il dominio romano subì una profonda involuzione, le città furono ridotte in villaggi, i commerci inariditi e le campagne suddivise in latifondi, destinati per lo più alla pastorizia, con le popolazioni locali ridotte in schiavitù al servizio degli aristocratici romani o di qualche fedele italiota. Questa aristocrazia divenne la classe dominante nel Bruzio ricoprendo le più alte cariche municipali, mentre il disagio della classe subalterna causò la formazione di bande di briganti. Una speranza di riscatto si accese negli animi dei Bretti quando prima Tiberio Gracco e poi Caio Gracco proposero una riforma dell’agricoltura, con una ridistribuzione delle terre eccedenti ai coltivatori poveri. Tale speranza però, naufragò con la violenta scomparsa dei due fratelli e i Bretti restarono nella condizione di servi fino a quando non si concesse loro la cittadinanza romana con la legge Julia (90 A.C.). Tale concessione fu fatta in seguito ad una rivolta che coinvolse tutte le popolazioni meridionali e fu combattuta in Bruzia. L’apice della rivolta fu capeggiata da un gladiatore trace, Spartaco, che dopo anni di battaglie con alterne fortune fu sconfitto nel 71 A.C. a Petelia (odierna Strongoli). La leggenda narra che Spartaco non fu catturato ma cadde in battaglia e il suo corpo non fu mai riconosciuto, probabilmente a causa delle ferite inferte. Successivamente i 6.000 rivoltosi al suo seguito, dopo essere stati catturati, furono crocifissi lungo la via Appia tra Capua e Roma.

L’avvento dell’impero con Augusto vide l’inizio di un periodo di rinnovamento per la Bruzia. Le città divennero municipi romani dotati di una certa autonomia e si consolidarono ville rustiche con colture specializzate, con la conseguenza di un aumento della produzione di cereali e di bestiame. Ville rustiche di particolare rilievo furono Tropea, Nicotera, Villa del Naniglio, odierna Gioiosa Ionica, Mella di Oppido (sorta su un preesistente complesso brettio) e, secondo alcune fonti storiche e ritrovamenti, sorse una rilevante villa romana anche a Cittanova. Nei secoli successivi alcuni fattori, come la possibilità alle classi più povere di arruolarsi nell’esercito, una forte concorrenza estera su vino e olio e il consolidamento del latifondo, determinarono una graduale decadenza delle Ville Romane. I contadini si avviarono nel frattempo a diventare servi della gleba e si andò verso una organizzazione prefeudale con molti uomini liberi che, per svariati motivi,donarono a latifondisti ogni avere, preferendo vivere alle loro dipendenze.

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