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Don Giacomo Panizza, un itinerario spirituale e apostolico con i deboli e i poveri Don Leonardo Manuli, intervista don Giacomo Panizza

Don Giacomo Panizza, un itinerario spirituale e apostolico con i deboli e i poveri Don Leonardo Manuli, intervista don Giacomo Panizza
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Uno dei sensi che dovrebbe essere riconosciuto all’umano, è l’utopia, attiva e concreta, sfidante, come quella vissuta e realizzata da don Giacomo Panizza, anche se lui preferisce essere chiamato Giacomo. Ho avuto l’opportunità di avvicinarmi a questa utopia, la Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme, “la casa madre”, dalla quale si è estesa una grande famiglia, un’idea che parte dal lontano 1976, autogestita anche da persone con disabilità, ed opera nel campo delle dipendenze, nelle attività di recupero con i minori, con gli immigrati, e i malati di Aids. I locali che ospitano questo progetto, sono stati riutilizzati per finalità sociali, è uno dei tanti beni confiscati alla ‘ndrangheta della ‘ndrina del luogo, e riqualificati da persone coraggiose che ci credono e scommettono per l’avvenire della terra di Calabria. Non ci sono solo locali, sono presenti persone, volontari, competenze, guidati da un uomo, Giacomo, il prete operaio che prima di entrare in seminario ha lavorato nelle fabbriche, che gentilmente mi ha accompagnato a visitare questa realtà, e abbiamo conversato del suo impegno nella diocesi di Lamezia e in Calabria: «la Calabria è una terra sottomessa, sfruttata, non compresa e valorizzata per la sua bellezza e cultura, che non si dovrebbe abbandonare o abbindolare e usare solo per i voti elettorali», risponde alla mia domanda se la Calabria è periferia geografica ed esistenziale.
Lui è un prete senza clergyman, semplice, senza interporre distanze, bresciano di origine, che non osserva dall’esterno la Calabria, ma è esposto sul campo. Dopo avermi fatto conoscere la sua comunità, mi ha dedicato un fecondo tempo per una intervista, nonostante i suoi impegni e la stagione estiva che dovrebbe essere dedicata anche ad un po’ di sano riposo. Egli è autore di diversi libri e di ricerche sui fenomeni della povertà, dove racconta la sua esperienza in Calabria, l’amore e la passione per l’uomo e la donna, per i giovani e i più deboli, non senza rischi, perché deve fronteggiare un male sociale e una mentalità che si chiama ‘ndrangheta, e lottare contro quelli che soffrono di allergia al bene, vivendo sotto protezione.

La ‘ndrangheta, è solo questione pastorale o solo teologica? «Entrambi. La chiesa deve riuscire a gestire questo servizio, allontanando chi si serve della fede per i propri interessi, ed è auspicabile una rilettura che faccia riferimento alla teologia. Occorre dire basta ai silenzi conniventi e a chi si serve dei segni religiosi per comandare e legittimarsi socialmente».

La ‘ndrangheta è un problema o un opportunità per le chiese locali? E perché la chiesa se ne dovrebbe occupare? «La chiesa è chiamata ad “approfittare” per rilanciare una evangelizzazione stanca, debole, conservativa, e vivere la compassione del popolo calabrese, come proclamiamo nel Credo, secondo la passione di Gesù, ed è un “segno dei tempi” da non sottovalutare. Non bisogna avere paura dell’incontro e di essere scomodi».
La formazione nei seminari e negli istituti teologici calabresi è al passo con i “segni dei tempi”? Cosa pensi dell’accompagnamento dei nuovi preti e delle difficoltà che incontrano sul territorio? «I seminari in Italia sono diversi. Devono formare un prete che serve il popolo, e non mettersi al di sopra del popolo. Tutti siamo sacerdoti nel battesimo, io ho solo il compito di presiedere e non di dominare. I seminari non stanno generando una nuova svolta nella chiesa, non basta un sapere, occorre un “saper fare pastorale”.

In Calabria, le materie di approfondimento e di apprendimento sono belle, ma servono per le attività pastorali?».
Ho avuto l’impressione che i vescovi calabresi, al di là dei “documenti di carta”, non siano unanimi su alcuni temi come la sanità, la ‘ndrangheta, la politica. È vero?
«La Conferenza episcopale calabra, tematizza gli argomenti, organizza incontri, solo che non riescono a concordare in maniera operativa per aiutare la vita delle chiese locali sul territorio. Mancano le risposte pastorali, per la conversione negli ambiti della carità, della giustizia, della sussidiarietà, dei servizi alla persona».

Nella diocesi di Lamezia come vivi i rapporti con gli altri preti? Ti sostengono? «Quando sono venuto c’era chi negava l’esistenza della ‘ndrangheta, e il vescovo è stato dalla mia parte, e questo è stato importante. Ci sono stati “pezzi” della chiesa che mi hanno incoraggiato e difeso, alcuni vescovi e cardinali. La chiesa è fatta di tanti livelli. È un popolo, bisogna riprendere in mano questo concetto e farlo divenire esperienza.
Giacomo ha saputo responsabilizzare ogni soggetto della comunità, cresciuta nel tempo, che gestisce diversi servizi, un seme che è cresciuto, una collaborazione, l’auto ai più poveri e ai più fragili, un tema che la chiesa non può trascurare per essere più fedele al vangelo di Gesù».

Perché si rimuove il passato e quale avvenire per la Calabria? È possibile sperare?
«Il calabrese deve rileggersi. Egli è grande, i problemi e le sfide si affrontano non ritardando al domani, ma collaborando insieme. Il problema è mettere insieme, l’invidia o il protagonismo distrugge le cose belle, e poi, non possiamo aspettare che il mondo lo cambi Dio».
Il potere e il denaro, sono una malattia sociale. La chiesa come vive tutto questo? Nell’educazione con i giovani, quale esperienza si fa dell’accoglienza, della solidarietà? «La chiesa si lascia andare, invece deve partecipare al potere, disporre della ricchezza ma intesa in un senso spirituale, un itinerario spirituale per la condivisione, per la liberazione».

Nella sua biblioteca, dove mi ha accolto, mi ha fatto conoscere i suoi studi, le letture preferite, i libri degli anni di seminario, l’approfondimento della teologia della liberazione, ed ho compreso la spiritualità e l’operatività di Giacomo. Alla fine gli ho consegnato il mio libro, Chiesa, giovani e ‘ndrangheta e Calabria, con una dedica, «dimmi ciao!», e ci siamo lasciati con un augurio, perché la sua forza e testimonianza di fede, incoraggi ogni calabrese a “smuovere le acque in Calabria”, per “svegliare” le istituzioni e le chiese locali, tanto imborghesite, ad uno sguardo di cuore, a farsi incontro e responsabilizzare ciascuno ad una “spiritualità incarnata, liberante e apostolica”.

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