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Duecento anni di Infinito nella critica letteraria di Raffaele Gaetano Recensione di don Leonardo Manuli

Duecento anni di Infinito nella critica letteraria di Raffaele Gaetano Recensione di don Leonardo Manuli
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«Sempre caro mi fu quest’ermo colle …» è l’immortale idillio del 1819 di Giacomo Leopardi, L’Infinito, ha compiuto duecento anni, croce e delizia che ha fatto sognare e innamorare attraversando la memoria di ogni alunno passato sui banchi di scuola. Questa celebre opera, maturata negli anni giovanili del poeta, riflette il suo animo, solitario e incuriosito del mondo, ricco di immaginazione, facoltà naturale che rapisce l’anima. Leopardi dichiara dalla sua inquietudine che non ci può essere vita senza poesia, dove l’uomo respira una danza e una festa al di sopra dell’oppressione del dolore della vita.
Nel libro di Raffaele Gaetano, «Leopardi e l’Infinito. Un breviario del sublime» (Cosenza 2019, pp. 156), offre in un saggio scientifico una critica letteraria con tutto il background filosofico del Settecento inglese ed europeo, che il poeta recanatese si è confrontato, frutto delle sue letture giovanili e del suo sistema filosofico. L’Autore è uno studioso del pensiero leopardiano, e presenta all’attivo diverse pubblicazioni, in particolare dirige importanti rassegne di cultura e di filoosfia.
Leopardi fu un uomo affamato di vita e di infinito, architetto della poesia, appassionato ricercatore del senso del vivere, uno dei più grandi poeti e scrittori della letteratura di tutti i tempi ed esponente principale del romanticismo letterario. Nato a Recanati il 29 giugno 1798, ha spesso tratto ispirazione dal “natio borgo selvaggio”, gettandosi in un’attività letteraria ricca di sfumature che nell’Infinito esprime la profonda maturità stilistica, opera appartenente al gruppo di liriche di temi che accompagneranno tutta la sua vita: il contrasto tra felicità e infelicità, le promesse vane della natura, l’amore percepito come miraggio e soprattutto il grande tema del dolore.
L’idillio esprime l’inclinazione dell’uomo ad allargare lo spazio della sua anima, in una vastità che la natura offre, del quale il Leopardi se ne occuperà anche nell’opera dello «Zibaldone». L’opera è pervasa dall’icona del silenzio e della malinconia, del “tremendo e fascinoso”, in una visione laica, maturata a contatto con un universo puramente fisico che sprigiona l’animo del poeta, affamato di vita e di infinito: «L’infinito dal gusto tipicamente romantico, spazia nella malinconia e il silenzio tale da far vibrare le corde più profonde della sensibilità» (pp. 24-25)
I temi delle sue opere sono connessi con l’immaginazione e il dinamismo del suo processo interiore dal quale emerge il dramma del dolore, condizione umana che si riverbera in diverse sue opere. Leopardi, fedele alla sua vocazione poetica, alla ricerca del senso e del vivere, è stato uno dei più grandi poeti e scrittori della letteratura di tutti i tempi, ha una visione cupa e cruda dell’esistenza umana, il cui dolore è la cifra. Muore a Napoli, il 14 giugno 1837, e la rilevanza poetica è spesso segnata dalla sua salute cagionevole, e dalla malattia agli occhi, contribuiscono al pessimismo. L’Infinito, è presieduto dai contrasti sensoriali, del silenzio e dalla visione della natura quale gran madre. L’originalità del saggio dell’Autore, sono il minuzioso lavoro dell’humus culturale del periodo del Leopardi, i riferimenti alle ascendenze, i rimandi, a cui il poeta avrà avuto accesso e che con ogni probabilità era ben presente a lui. Si riflette nel saggio, l’esame particolareggiato dell’animo sensibile del poeta, sospeso tra la spazialità e la verticalità, che definisce l’ermo colle di Recanati il Tabor della sua fertile e fervida attività speculativa, del quale lo sfondo della natura, offre lo spettacolo che l’artigiano poeta descrive nel diletto dei sensi: «Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare».

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