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È possibile parlare della fede ai giovani? Occorre una testimonianza che disturba Riflessione di don Leonardo Manuli

È possibile parlare della fede ai giovani? Occorre una testimonianza che disturba Riflessione di don Leonardo Manuli
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«La giovinezza è un cammino, un percorso, un itinerario. Ha un inizio e una fine. È una ricerca, un viaggio, un divenire. Ha un avvio e una conclusione. Una meta. Un fine. (…). L’intera esistenza è un cammino: quel cammino che ci renderà pienamente uomini e donne» (A. Matteo, Il cammino del giovane, Magnano 2012, 9-10). Ho sempre avuto a cuore i giovani, non solo per i miei studi e per alcune pubblicazioni dove ho affrontato questa tappa della vita, anche sul campo, come responsabile della Pastorale giovanile. Ciò che mi propongo è di gettare uno sguardo, in generale, e sulla nostra realtà locale che sto iniziando a conoscere, domandandomi il nostro “esserci”, con realismo e fiducia.
Quando si parla di giovani, occorre entrare in punta di piedi, in un mondo complesso, dove non mancano tanti pregiudizi da parte degli adulti, perché è venuta meno la capacità di ascoltarli, si è interrotto quella trasmissione di memoria con le nuove generazioni, al punto che qualcuno è arrivato a definire che viviamo in “una società senza padri” (M. Recalcati, Complesso di Telemaco, Milano 2014, pp. 153), dove gli adulti sono divenuti adultescenti, e i “rapporti tra adulti e giovani sono compromessi” (A. Matteo, p. 51), quanto per specificare la malattia del giovanilismo di cui soffrono essi, al punto che c’è “un tempo senza età dove si muore troppo giovani”, “la vecchiaia non esiste”, scrive l’antropologo francese (cf. M. Augè Il tempo senza età, Milano 2014, pp. 104).
Abbiamo idea con quante etichette sono invece definiti i giovani? C’è una lettura così pessimistica e negativa, che li relega in una marginalità esistenziale e concreta: neet, sdraiati, generazione senza Dio, generazione incredula, nichilisti. C’è spazio per loro nei vari ambiti della vita? C’è spazio nella chiesa?
La Calabria e il resto del meridione soffrono perché ogni anno tanti giovani vanno via, con ricadute sociali e di rinnovamento sul territorio. In Calabria, purtroppo assistiamo allo spopolamento, giovani che vanno via in cerca di lavoro, giovani che vanno a studiare fuori e poi non ritornano, per mancanza di opportunità nei luoghi di origine, con tanto di disinteresse per la classe politica regionale (Cf. S. Leone – A. Rubio, Giovani al Sud e in Italia, in La condizione giovanile in Italia, Bologna 2019, pp. 215-238). Per non parlare della fede, della spiritualità, della religione, in particolare quella cattolica, dove recentemente la Chiesa universale ha celebrato il Sinodo dei Vescovi sui giovani (2018), con la stesura finale del documento Christus vivit, frutto dell’ascolto, del dialogo con i giovani, partendo dall’osservazione della realtà, con alcune proposte pastorali. Nell’ambito ecclesiale sono pochi i giovani presenti, se consideriamo che frequentano il catechismo bambini e adolescenti e poi, dopo aver ricevuto i primi sacramenti, scappano, e di giovani, quindi se ne vedono pochissimi.
«Avere a cuore le generazioni più giovani, averne cura, non può significare voler loro genericamente del bene. Più radicalmente indica volere il loro bene, e il bene passa attraverso quell’attivazione della singolare volontà e libertà del soggetto, che è sempre anche un’esperienza di sofferenza, lotta, esposizione, confronto, fallimento e risurrezione» (A. Matteo, p. 55).
Io mi interrogo, come uomo e come credente, interrogo il mio esserci, in mezzo a un tempo che ha tante opportunità, sfidante, considerando un dato reale, l’indifferenza umana e religiosa, l’individualismo imperante, e una insufficiente ricerca di senso che investe ogni età.
Come parlare di Dio oggi, dove manca la coerenza cristiana, e la nostra testimonianza non è drammatica e sensazionale? Anche fra i cristiani la fede è divenuta un part time: «è un fenomeno di un’ampiezza tale che, anche fra i cristiani, la fede appare come un optional, come la ciliegina sulla torta, come una sorta di casualità che arrotonda, forse non il fine mese, ma almeno il fine settimana: si è in gran parte cattolici della domenica mattina, cioè per quattro o cinque minuti, durante la messa» (F. Hadjadj Come parlare di Dio oggi?, Padova 2013, 139).
Penso che bisogna rivedere molte cose, iniziando dall’abbandonare la fase dell’analista e suggerire delle proposte, senza passare sopra la testa dei giovani. La prima, fondante e più importante, è cambiare lo sguardo verso di loro, ascoltando, accettare di non potere capire tante cose su di essi, smettere di parlare dei valori perduti, creare un clima per dare e generare fiducia, con un atteggiamento non giudicante. È necessario guardare a loro come storie, “ di amare ciò che amano i giovani, perché essi ameranno voi” diceva don Bosco, non con lo scopo di volerli riportare in chiesa, «ma di riportare la chiesa tra i giovani» (A. Castegnaro, Giovani in cerca di senso, Magnano 2018, p. 115), generare parole di salvezza e di vita, di rimettere al centro il loro protagonismo.
Voglio chiudere con un pensiero del teologo domenicano T. Radcliffe, ci sono segni e personalità autorevoli che non passano inosservati, “la vera sfida del cristianesimo, sono i grandi gesti, che sveglino la gente e i giovani da tanta indifferenza” (T. Radcliffe, Una verità che disturba, Bologna 2019, 37).

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