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Halloween? E’ cosa nostra

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Quando in Calabria la vigilia di Ognissanti si chiedevano i morti

DON SALAZZAR

Halloween?  E’ cosa nostra

Quando in Calabria la vigilia di Ognissanti si chiedevano i morti

 

DON SALAZZAR

Halloween  l’abbiamo inventata noi. Noi calabresi. Ma non lo sapevamo.  Si chiamava la “cerca dei morti”.  E succedeva che i ragazzini dei quartieri e dei rioni, proprio alla vigilia dei  tutti i Santi,  si mettevano in gruppo e bussavano alle case dei vicini, dei parenti e degli amici. A volte anche al portone di sconosciuti. Ma non mascherati o travestiti  (come succede nell’Halloween , che, non dimentichiamolo, è una festa nord americana).  Ci presentavamo così come eravamo, nature.  E a chi ci faceva entrare (praticamente tutti) chiedevamo :  “ci date i morti?”.  E puntualmente venivamo riforniti dei frutti della stagione: fichi secchi, castagne crude, noci, mele limoncello. Di rado dolciumi (altro che “scherzetto, dolcetto”). Sovente, e incuranti della nostra tenera età, ci veniva offerto anche qualche bicchiere di vino, da bere lì per lì. Benché piccoli, e da buoni figli di puttana, non ci sottraevamo all’invito e ciurlavamo a cannarino aperto.

Quando, a notte fatta (non c’era l’ora legale, vigeva per tutto l’anno quella solare), facevamo rientro a casa (dopo esserci divisi  tutto il raccolto), eravamo brilli, per non dire ubriachi fradici. E qualcuno le buscava dalla mamma (dai padri no, perché erano già avvinazzati del loro, ed erano orgogliosi di avere la prole maschile avviata sulla buona strada di Bacco). 

Altro che questi slavati giovani di oggi, che fanno di Halloween una seconda carnevalata.  Che si divertono spruzzando sulle auto e suonando stonate trombette.

Ritornando alla “cerca dei morti”, va riferito un ricordo personale. Per dare l’idea dello spirito della ricorrenza.  Nel novembre del 1959, con la solita comitiva dei questuanti abbiamo  suonato al campanello  di una casa (l’unica nel quartiere a essere dotata di campanello) abitata da donna Rosa. Una signora ancora giovane, benestante,  ma che si diceva non fosse a posto con la testa. Non usciva mai di casa. E la mattina del 1° novembre,  verso le cinque, si affacciava sul balcone e bestemmiava  uno per uno tutti i Santi, con il calendario in mano.

Quella sera, fattici entrare,  senza darci il tempo di chiedere, aprì il frigorifero e ci porse una misteriosa pietanza. “Prendete e mangiatela qua, al mio cospetto”.  Era un impasto di carne con mollica e uovo, cucinata in padella.  Dopo aver terminato, e bevuto il bicchiere di vino, donna Rosa ci chiese: “Vi è piaciuto?”.  “Sì”, fu la risposta cumulativa. “Volete sapere che cos’era?”. “Sì”. “Era il corpicino del mio bambino che ho abortito giovedì scorso”, rispose seria e con gli occhi sbarrati. Al nostro gesto di incredulità, aggiunse,  sghignazzando a più non posso: “Volevate i morti e un morto vi ho dato!”.

Eravamo figli di puttana e abbiamo riso anche noi. Indecisi se credere o meno.  E d’altronde quel piatto era davvero squisito.  Solo che l’anno dopo, nella cerca del 1° novembre,  l’abitazione di donna Rosa l’abbiamo saltata.  Eravamo sì  figli di puttana, ma fino a un certo punto.

redazione@approdonews.it

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