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Identità e privacy al tempo di internet tra curiosità o pettegolezzo La riflessione di don Leonardo Manuli

Identità e privacy al tempo di internet tra curiosità o pettegolezzo La riflessione di don Leonardo Manuli
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Noi, già da quando veniamo al mondo siamo es-posti, siamo al vaglio dei giudizio degli altri, e il tribunale non è poi così misericordioso. Lo sapevi che? Perché l’ombra non si può toccare? Perché non abbiamo le ali? Ci sono tanti perché. Se andiamo su Google, forse, otterremo una serie di risposte, tuttavia, se desideriamo “morbosamente” informarci su qualcuno, potremo ricavare tante informazioni, ma con superficialità. Tutto ciò fa parte di un comportamento istintivo, la curiosità, quello di spingersi a cercare, a sapere, quasi in una maniera avida e famelica, ma dall’altro lato, rimarremo poveri, impazienti, perché quando si vuole sapere qualcosa, di originale, come se fosse la trama popolare di una telenovela, non saremo meglio informati andando su Google. Ad esempio, nel caso di una persona, non scopriremo se egli è timido, se diventa rosso quando parla, il tono della voce, le preferenze dei suoi vestiti, e altri misteri che la “rete” non può catturare: «Attraverso internet troppa possibilità di sapere, che rende impossibile un’approfondita conoscenza; troppa facilità di connettersi tra le persone, che però non vuol dire relazione vera; troppa rapidità nell’appassire delle cose e dei desideri, che vengono immediatamente sostituiti dai miti del nuovo» (L. VERDI-M.T. ABIGNENTE, Torniamo umani, Romena 2019, 65).
In questa veloce trasformazione epocale, siamo passati all’homo technicus, direbbe lo psichiatra Vittorino Andreoli, «L’Uomo con il cervello in tasca» (Milano 2019, pp. 332). Non possiamo “demonizzarli”, internet, i social, google, gli smartphone, dobbiamo saperli intelligentemente utilizzare come mezzi sì, perché hanno ridisegnato la nostra vita, riconfigurando quasi come le impostazioni da consultare la trama del quotidiano, soprattutto di noi adulti, mentre i più giovani, ci vivono a casa propria, è il loro abituale territorio. Quale è la nostra identità sui social? Oggi è messa in grave pericolo, tanti profili, pluri-identità, doppia vita, con un dato di fatto, l’identità di sé, è sconosciuta, nascosta, fa paura, al punto che non la si vuole più scoprire: tutto ciò solleva una domanda affascinante: che cosa significa avere un’identità? «Dal 1980, anno che segna approssimativamente l’inizio della cosiddetta generazione dei millenial, i giovani tendono a concepire l’identità come qualcosa che si sceglie o si costruisce. Su Facebook si sceglie quale selfie presentare agli amici. In pratica ci si inventa il proprio marchio di fabbrica (…) prendi l’immagine che ti piace. Ma se è così che molti giovai vedono l’identità, il pericolo è quello di compiere in seguito un’altra scelta di consumo, come se si andasse a fare shopping in un nuovo centro commerciale. L’identità, infatti non è tanto una scelta quanto una scoperta» (T. RADCLIFFE, Una verità che disturba, Bologna 2019, 121-122).
È una nuova terra, quella dei social, che però non potrà mai evitare il contatto tattile dei nostri sensi, la cura, la sollecitudine, l’incontro vis a vis. Essi saranno “utili” per frugare nell’intimità degli altri, anticamera dell’invidia, del pettegolezzo, andare a caccia delle indiscrezioni, sentenziare, con condanna definitiva e inappellabile al costo grave della calunnia, per alimentare le chiacchiere. Onestamente, nessuno di noi è immune da questa fragilità, sintomo di una società dispersiva, elitaria, che emargina e preferisce stare in non luoghi, sfugge alle relazioni, ma anche frutto della cattiveria, dove si sprecano energie, si incrinano relazioni. Anziché di concedere spazio ed essere più curiosi di domande più profonde, esistenziali e religiose, si opta per il rumore, al posto del silenzio che fa crescere e riflettere, schiacciando la capacità di ascolto, in una sordità reciproca, in un ambiente saturo di slogan. L’avvento di internet doveva portare il trionfo della democrazia, della tolleranza, invece, c’è un aumento esponenziale della violenza, si fa parte di gruppi di pensiero fondamentalisti, dove si condividono le stesse opinioni, si fa parte se si è d’accordo, altro che accettazione della differenza e il privilegio del dialogo. Aristotele affermava: «Noi dovremmo amare due tipi di persone: quelle che condividono le nostre opinioni e quelli che rifiutano. Perché tutte e de queste tipologie di persone studiano per trovare la verità e, in un certo senso, tutte e due ci offrono il loro aiuto» (Sententia super metaphysicam, XII, 9, 2566).
Oggi, la nostra identità è in pericolo, non solo perché non abbiamo più privacy, non solo perché si è esposti al giudizio degli altri, e non riusciamo più ad incontrare lo sguardo del proprio simile, costantemente attaccati allo smartphone. Chi non è su facebook, instagram, whazzap, è ai margini, è escluso, soprattutto quando non la pensa come il gruppo dominante, una identificazione che spersonalizza, atomizza, togliendo la libertà e la dignità della persona. In conclusione, un primo dovere, è essere critici, fedeli all’umanità, ritornare umani, a quella sensorialità della realtà, di esserci sui social, una presenza significativa, qualitativa, pensando, che la prossimità, l’empatia più sfidante, è quella di non evitare mai l’incontro, di occhi capaci di guardare, di orecchie capaci di ascoltare, senza vergognarci di un abbraccio e di una litigata, che ci fa ridire: grazie della tua presenza e stammi vicino!

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