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Il dannato avvocato Analisi del giurista Giovanni Cardona sulla figura dell’avvocato alla luce di recenti attacchi

Il dannato avvocato Analisi del giurista Giovanni Cardona sulla figura dell’avvocato alla luce di recenti attacchi
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Proprio in questi tempi in cui la giustizia nei mass media fa, per così dire, la parte del leone, con alternanza di esaltazioni e vivaci deprezzamenti, ci si chiede se la morale cristiana possa giustificare un avvocato che, in vista di lauti compensi, non esita a mettere in atto tutti i cavilli del diritto quali – a sentire i detrattori – l’applicazione di istituti di diritto sostanziale come la prescrizione, per far assolvere un soggetto della cui colpevolezza (oggettiva) è del tutto consapevole.

Sant’Alfonso Liguori, protettore degli Avvocati, a soli sedici anni, iniziò la professione forense nei tribunali di Napoli.

Un suo biografo riferisce alcune regole che il giovane avvocato si era autoimposto.

Ecco le prime due, ancora valide, che fanno proprio al nostro caso:

1) Non bisogna mai accettare cause ingiuste perché sono perniciose per la coscienza e per il decoro;

2) non si deve difendere una causa con mezzi illeciti e ingiusti.

Nei brevi anni della sua avvocatura Alfonso si attenne con rigore a tale codice deontologico.

Si accorse però ben presto che giustizia ed equità trovavano scarso diritto di cittadinanza tra avvocati e giudici.

Persa una causa che, secondo la sua coscienza, aveva difeso come giusta, fece un doveroso dietrofront e, senza gesti spettacolari ma con inflessibile decisione, rinunziò all’esercizio della professione forense.

Rendendosi conto che “il potere aveva atterrato il diritto e calpestato l’equità“, come colpito da un fulmine, l’avvocato delle “cause pulite”, rosso di vergogna per la toga che indossava, uscì a testa bassa, esclamando “Mondo ti ho conosciuto… Addio tribunali“.

Perse una causa, ma vinse la “causa di Dio” che lo voleva al fianco dei poveri dell’hinterland napoletano, evangelizzatore e maestro di una morale ispirata alla luminosità evangelica.

Da tempo – per l’esattezza a partire dalla legge forense veneziana del 1537 – è stata avvertita l’esigenza di norme regolatrici dell’esercizio dell’avvocatura, spesso disprezzata.

In Italia l’organizzazione della professione forense è affidata a una legge o codice di recente modifica.

Questo codice, denominato deontologico, raccoglie alcune regole fondamentali che, da sempre seguite nel foro, altro non sono che aspetti di probità ed educazione.

I problemi però e i dilemmi della professione non sono concretamente affrontati né trovano sufficienti e chiare argomentazioni etico-normative.

Ci si limita ad asserire che la “professione forense deve essere esercitata con probità ed equità“.

Ma chi cercasse nel codice risposte pertinenti, ad esempio al problema del segreto professionale, delle intercettazioni telefoniche o dei limiti nella difesa di cause ingiuste (assassini, terroristi, mafiosi) resterebbe deluso.

Il principio della difesa di imputati anche colpevoli di gravi delitti è sacro e doveroso.

E’ giusto perciò chiedersi: questo dovere obbliga l’avvocato fine a chiedere la piena libertà di individui che egli sa bene essere colpevoli e pericolosi per la comunità?

Il buon senso dice di no.

Ma, in proposito, cosa possiamo ricavare dal Vangelo?

Esso non è certo riducibile a un sistema di etica normativa.

Tuttavia Gesù porta a compimento le dieci grandi Parole veterotestamentarie, compresa quella di “non dire falsa testimonianza”, e propone delle beatitudini e nel discorso del monte un orizzonte morale amplissimo e inedito dove il credente trova ispirazione profonda per una vita all’insegna della verità senza infingimenti (“il vostro parlare sia si si, no no” Matteo 5,37) di una giustizia che oltrepassa quella farisaica di un amore che raggiunge i nemici e non conosce barriere.

Adoperarsi per sete di lucro, o per malinteso perdonismo per la liberazione sicuri colpevoli, con manovre ambigue e scorrette, costituisce nell’ottica evangelica, un peccato contro verità, giustizia e carità, come espressamente riconosce anche il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2476: “Una affermazione contraria alla verità, quando è fatta pubblicamente, riveste una gravità particolare… Simili modi di comportarsi contribuiscono sia alla condanna di un innocente sia all’assoluzione di un colpevole, oppure ad aggravate la pena in cui è incorso l’accusato. Compromettono gravemente l’esercizio della giustizia e l’equità della sentenza pronunciata dai giudici”.

Ma in fondo l’avvocato aiuta un uomo, innocente o colpevole, gradito o sgradito ai pregiudizi popolari, a percorrere il cammino difficile nel quale la vera minaccia non è la legge, ma quei perniciosi assolutismi che hanno lastricato di martiri la storia dell’umanità.

Solo una cultura ideologica e demonizzatrice può concepire che esista un uomo pravo, prima del giudizio e al di fuori di un preciso rituale che consenta di accertarlo.

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