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Il lamento dei calabresi La riflessione filologica del giurista blogger Giovanni Cardona su un modo esclusivo di lamentarsi

Il lamento dei calabresi La riflessione filologica del giurista blogger Giovanni Cardona su un modo esclusivo di lamentarsi
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Da tempo mi chiedevo perché nella mia Calabria, il lamento o il grido di dolore vengano espressi con un “aiai” e non il consueto “ahi” o “ahimè”.

Una facile ricerca etimologica mi ha subito dato una risposta: “aiai” deriva dal verbo greco “aiazo”, cioè “gemo”.

Ho però intuito che più ben profonde dovevano essere le radici di tale locuzione, anche perché l’”aiai” viene pronunciato dai calabresi con una prolungata modulazione musicale (aiaaa…i) che sottende una certa teatralità.

Il filo conduttore mi ha portato ai tragici greci.

Alcuni frammenti di Sofocle ci narrano la storia delle due sorelle Procne e Filomela, principesse ateniesi.

Tereo, re di Tracia, aveva sposato Procne e l’aveva condotta nel suo regno. Procne non era riuscita ad ambientarsi nella nuova dimora, anche perché i costumi traci erano ben lontani dalla raffinatezza di quelli ateniesi.

Tereo, stanco di sentire i lamenti della sua sposa, decise di andare ad Atene a prelevare Filomela, sorella di Procne, nella speranza di limitare i suoi attacchi di nostalgia. Sulla strada di ritorno avvenne il fattaccio. Tereo abusò di Filomela e, per impedire che essa riferisse il misfatto alla sorella Procne, le tagliò la lingua.

Giunto in Tracia, la fece rinchiudere in prigione. Procne riuscì però a rintracciarla attratta dal rumore della spola; infatti Filomela, ormai resa muta per il taglio della lingua, aveva raccontato quanto le era accaduto rappresentando su un peplo, in riquadri ricamati, le scene della vicenda.

Procne, venuta in possesso della veste, liberò con astuzia Filomela ed insieme escogitarono una terribile vendetta: quella di uccidere Iti, figlio unico della stessa Filomela e di Tereo, bene supremo di quest’ultimo.

Tereo, alla notizia dell‘uccisione del figlio, pazzo di dolore, si pose incessantemente all’inseguimento di Procne e Filomela, ma gli dei trasformarono la prima in usignolo e l’altra in rondine, mentre egli stesso fu mutato in falco.

Nella tradizione rinascimentale, sulle orme dei poeti latini, poi si invertirono i ruoli e Filomela divenne l’usignolo gemente per la violenza patita e Procne ovviamente divenne la rondine.

Una funzione centrale deve avere avuto, in questa tragedia di Sofocle, il coro di cui rimangono alcune strofe ed antistrofe.

Sappiamo che il grande tragico greco assegnava al coro il compito di enunciare verità di ordine generale.

Egli è stato il supremo cantore del dolore dell’uomo, di cui ha intravisto le ineluttabilità.

Infatti, i suoi personaggi lanciano spesso i loro lamenti al cielo, Sofocle sente che il destino dell’uomo affonda le sue radici in una realtà misteriosa e che la sciagura che si abbatte sul genere umano ha l’aspetto di una fatalità inestricabile.

Nel quadro complessivo della espressione di questo grande dolore, l’usignolo è evocato nel pianto disperato e singhiozzante delle donne gementi.

Al luttuoso e ripetitivo grido “aei” dell’usignolo, fa riscontro l’eco di un “aiai” che prolunga all’infinito l’eternità di un dolore indicibile, lo stesso che caratterizza, dopo due millenni e mezzo, le lamentazioni degli abitanti della Calabria.

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