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Il giorno del miracolo Il "segno" della Madonna della Montagna per una ermeneutica antropologica, teologica e pastorale

Il giorno del miracolo Il "segno" della Madonna della Montagna per una ermeneutica antropologica, teologica e pastorale
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di don Leonardo Manuli

L’incarnazione di Dio passa attraverso l’umanità, la carne di Maria di Nazareth, questa è la proposta e lo scandalo del cristianesimo e prima di sostare sul “segno” della statua mariana, ritengo sarebbe edificante approfondire una ricerca sui tanti nomi di Maria: i padri della chiesa la descrivevano come la «pollus onoma», (tanti nomi), per la sua universalità, a partire dal basso, dai titoli che il popolo le riconosce. Pensiamo che in Calabria Ella è venerata come Madonna della Montagna, dello Scoglio, della Grotta, dell’Altomare, della Rupe, della Roccia, del Pollino, e tanti altri ancora. Rileggendo le rare testimonianze e autentiche di coloro che hanno assistito al “prodigio” dell’immagine mariana della chiesa di Radicena, quella sera del 9 settembre 1894, il fuoco che ha acceso gli animi è partito dalla “percezione” del “segno” avuta da un uomo di origini napoletane e, in seguito spicca la narrazione del latinista taurianovese F.sco Sofia Alessio (1873-1943), (Cf. SOFIA-MORETTI D., Radicena. Quel che vidi ed appresi, Ursini, 1998, pp. 179-185).

Mi sono chiesto, considerate le mutate condizioni socio-culturali, l’attualità del “segno” e quale orizzonte religioso e sociale dischiude oggi, se ancora si è “capaci di mistero”, e se l’esperienza del “meraviglioso”, nell’itinerario di fede di una comunità civile mette in crisi sul senso ultimo della realtà e dell’esistenza, altro che il grido “Viva Maria !”. Si interrogano le nostre comunità locali? “I miracoli, sono segni per la fede, non si impongono e si lasciano interpellare nell’aldiquà del mondo di vita, dalla novità che parla di liberazione e di redenzione”, sotto il profilo teologico. Il “miracolo”, però esige nuove affermazioni e sintesi, deve rifarsi forza e crescere nella carità, nella vita della chiesa e dei credenti. Il “prodigio” mariano, non è un atto compiuto per sempre, investe e carica di responsabilità, interrogativi quali teologici, pastorali, antropologici, anche nei giorni a venire. Ho premesso che qui siamo sul terreno del “mirabile”, dell’”inatteso”, che rimanda ad un “oltre” che sfugge all’esperienza quotidiana e rinvia all’aldiquà.

Dopo quel 9 settembre, da lì a poco, il “segno” assume un potere rivelativo e salvifico, sotto il profilo storico, sociale ed ecclesiale. La Calabria sarebbe stata nuovamente provata dal terremoto, dopo quello del flagello del 1793, al quale seguì il terremoto del 16 novembre 1894 e poi successivamente del 1905 e del 1908 che colpì non solo la provincia reggina. Anche Radicena e Jatrinoli (oggi Taurianova), la vita di questa gente fu scossa, avrebbero conosciuto giorni difficili, lutti, tristezze. Il “segno” mariano, della Madonna che “muove gli occhi” – stando ai racconti – in alto e verso il basso, è profezia non solo del dialogo di Dio con l’uomo, è sfida per la comunità, per la società civile e la chiesa stessa, nella potenza del “segno” simbolico e semiologico, c’è una dimensione verticale, e soprattutto una dimensione orizzontale. Quanto questo segno è stato liberante per il popolo?
Prima di stendere l’articolo, ho riflettuto cercando di interpretare e di contestualizzare l’importanza per la chiesa locale e per la società civile attuale il “segno” mariano. Dopo più di un secolo (125 anni), sono cambiate diverse cose, ma si è ancorati ad un passato e ad una mentalità che opprime e tiene legati.

Nei racconti “granitici” dei testimoni del tempo, non si può che leggere un’osservazione degli eventi di un popolo preso dall’entusiasmo incontrollabile, dall’esuberanza di fronte al “segno”, di animi che si lasciano stupire, immersi in un contesto mescolato di sentimenti, di aspettative e di timori, nel quale la comprensione di questa esperienza impegna il credente di ogni tempo, e stimola ad un’appropriata riflessione teologica, antropologica e pastorale. Una breve parentesi, vuole invitare lo stimato sociologo taurianovese, il prof. Mimmo Petullà, ad un suo intervento e parere sul fenomeno mariano, anche a ragione della sua collaborazione con il compianto mariologo calabrese, don Stefano De Fiores, secondo le sue prospettive e le sue ricerche nell’ambito delle dinamiche sociali e psico-religiose dei fenomeni e delle reazioni collettive e culturali. Il fenomeno straordinario della statua della Madonna che “mosse gli occhi”, apre a prospettive interdisciplinari, coinvolgendo non solo la teologia, anche le scienze naturali, la storia, la sociologia, la psicologia, constatando che esso non fu un episodio isolato, infatti, interessò fenomeni che si verificarono in altri paesi vicini della piana di Gioia Tauro.

Nell’allora Radicena e Jatrinoli, l’avvenimento fu toccante, sul versante spirituale, psicologico e sociale. Anche se l’attenzione è stato posta prevalentemente sulla reazione della condizione esistenziale umana davanti al “prodigio” in cui si venne a trovare il popolo, esso si può spiegare come qualcosa di irrazionale. Alla voce del grido: “miracolo!”, il fenomeno attirò una folla incontrollabile, dove molti uscirono dalle loro case per andare incontro a quella che fu una “coercizione” e “convinzione” sul carattere prodigioso dell’evento. La sequenza impressionante della risposta dei fedeli, attirati dal “sacro timore”, in un tempo in cui il fatto religioso era rilevante, fu un assedio popolare dell’edificio di culto, tra preghiere, canti, grida e solo la decisione di portare in processione la statua, riuscì a calmare gli animi, al punto che i due comuni, Radicena e Jatrinoli, vicini ma separati, avvenne quasi “un passaggio dalla babele alla pentecoste”, e in quella circostanza scoprirono la coesione nella diversità, e assistettero ad una conferma del “prodigio” dell’immagine religiosa. Anche il cielo fece la sua parte, “si elevò una croce luminosa con la luna al centro”, lasciando intendere la vicinanza di Dio e del cosmo all’uomo, nel segno della futura trasfigurazione e di un anticipo escatologico.

Quello che vorrei evidenziare, è che il “segno mariano”, è un terreno ontologicamente aperto che rientra nella dimensione del dono, nel quale il mondo e la realtà naturale non perdono la libertà, infatti ci si può credere o no, e l’accadere di tali fenomeni, promossi dalla libera iniziativa di Dio, non costringono alla fede. Noi non possiamo giudicare se i racconti tramandati siano stati oggetto di amplificazioni o accentuazioni degli elementi straordinari, dobbiamo considerare anche questo, tenendo conto del genere letterario, delle condizioni sociali, psicologiche e culturali del contesto. Il “segno” impegna, apre a una lettura e ad una interpretazione non solo verticale, anche orizzontale, all’uomo e alla donna, alla comunità tutta. Dal “prodigio”, emerge una sfida e una responsabilità, per la chiesa e per la società civile. La Madonna, nella sua umiltà, – virtù oggi fuori moda -, come ci dicono i vangeli, indica la direzione di senso da prendere, il richiamo ad una società “inclusiva” nel rispetto delle diversità (vedi la processione comunionale di Jatrinoli e Radicena); l’esodo imprevedibile della gente che esce dalle case e si raduna in un luogo centrale, diviene punto simbolico di dialogo, di incontro e di prossimità, contro l’individualismo imperante e mortifero. Infine, il “segno” espone, ad una sfida, nel quale il “gesto mariano” è universale, non è un benvenuto o un saluto qualsiasi, nemmeno qualcosa di terrificante o di ironico, quanto quel generare la conversione del cuore e dell’esistenza che investe la persona e tutta la comunità a diventare più umani e cittadini più responsabili del territorio.

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