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Il mito del progresso Riflessione del giurista blogger Giovanni Cardona sul falso mito del progresso

Il mito del progresso Riflessione del giurista blogger Giovanni Cardona sul falso mito del progresso
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In quest’epoca di furioso rinnovamento, di contestazione il più delle volte immotivata, di sovvertimento, di demolizione sine conditio di tutto ciò che appartenga al passato, sia pur esso prossimo, l’essenza, la funzione del progresso viene umiliata, distrutta. Viene umiliata perché l’anima del progredire non è, quella del sovvertire, del demolire, del radere al suolo ma quella di perfezionarsi nella simbiosi feconda tra le esperienze del passato e le conquiste del presente, di affinarsi nella saldezza delle tradizioni migliori e nei rinnovati insegnamenti dei tempi nuovi, forgiare assieme il meglio del passato e quello del presente per tendere ad un miglioramento globale della specie umana.

In questi tempi in cui la folata gelida del materialismo, dell’edonismo, dell’ateismo ha spento il sacro calore di ogni valore supremo, di ogni bene spirituale, di ogni espressione del Bello e forse di tutto ciò che era veramente e superiormente umano, in questi tempi si è portati a considerare superficialmente il progresso solo da un punto di vista preminentemente materialistico, economico, commerciale, sicché di uno straccione vestito in doppiopetto ma pur sempre incolto nei modi e nello spirito noi diremo che è stato baciato dalla prodigalità del dovizioso Saturno.

Ma il vero progredire occorre intenderlo in maniera molto più ampia: migliorare non solo economicamente ma affinarsi nell’arte, nella cultura, nello spirito, dare lustro a quella civiltà che condensa nel suo humus il carattere, i costumi, l’educazione, la laboriosità, l’intelligenza, la tradizione d’un popolo, di una società o di un solo individuo.

Bisogna fermamente riconoscere, senza bizantinismi, senza tortuose prevaricazioni, senza timore di apparire censori troppo severi, che l’uomo di questi ultimi tempi ha battuto solo una parte di quelle strade.

Dalla fame si è passati alla sazietà, dal petrolio alla luce del quale il Tintoretto e il Manzoni pennellarono e vergarono i loro capolavori eterni, all’energia nucleare capace di ogni castigo bellico; dal cocchio dorato di Giuseppina Bonaparte all’automobile per tutti, dal week-end di Axel Munthe nell’Eden terrestre di Anacapri al week-end di fine settimana per tutti; dalla umidità feconda dei tuguri in cui videro la luce illustri personaggi del secolo scorso ai doppi servizi di oggi. Di cammino ne è stato percorso parecchio sulla strada dell’agiatezza ma non basta, per giustificare l’evolversi del progresso, inoltrarsi solo su un tragitto che, come ogni percorso eretto sulle gracili base della materia, è una strada con un fondo chiuso, con dei limiti di transito, tanto è vero che, mentre l’uomo gode ebbramente di questi nuovi beni, constatiamo in lui un senso mortale di insoddisfazione, di noia, di reazione, di tensione, di instabilità, il che è il sintomo peculiare della limitatezza, della mortalità, della relatività della materia.

Progresso? In molti settori non solo noi neghiamo questa evoluzione della specie umana ma addirittura notiamo un deterioramento, una involuzione crescente.

Reprimiamo per un istante la nostra nausea e rivolgiamoci al fenomeno della maleodorante esibizione di squame e di barbe, di baffi e di brandelli, in quel vivere promiscuamente senza ideali né religione, senza scopi né ambizioni, senza i connotati dell’umano essere, in quel vegetare ai margine della società, non è forse tutto questo un parossistico ritorno all’uomo della preistoria, agli Equi, ai Volsci, agli Japigi, agli lnsubri?

E la crisi della Chiesa? La Chiesa è in crisi perché è in crisi la religione, il culto di Dio.

E d’altro canto l’irruenza dei valori materiali ha angustiato i valori dello spirito, ha spento la fede Cristiana, ha spazzato via ogni Croce. Si venerano altri dei ora, più moderni, tangibili, visibili. Niente più Golgota ma strade piane, dritte dove il sacrificio è stato sostituito dalla facilita, dal sollazzo, dove la pietà si è vestita di rancore, di indifferenza, dove in luogo del perdono s’è insediata la vendetta. E la Chiesa ha tentato l’estremo, vano salvataggio alzando con le riforme la sua bandiera bianca. Presto, mettendo fine al celibato ecclesiastico il ritorno ai tempi di Lucrezia Borgia sarà compiuto.

Anche la cultura e l’Arte non sono assenti da questo regresso generale. Ambedue sono state ridimensionate, ridotte su misura per i nuovi tempi dominati dalla tecnologia. La cultura tradizionale, umanistica, e stata soppiantata da quella scientifica e quella confessione del povero Kant che si condensava stupendamente in “Due cose hanno riempito l’animo mio di meraviglia: il Cielo stellato sopra di me e la coscienza morale dentro di me…” ha fatto posto alla meraviglia dell’uomo moderno per i processori elettronici.

E la delinquenza, i delitti, gli stupri, la bestialità umana?

A proposito della contaminazione del delitto al brigante Musolino, durante la cattura, trovarono in tasca un piccolo Crocifisso, un medaglione del Cuore di Gesù, un’immagine di San Giuseppe, un Rosario, una ciocca di capelli di sua Madre, una rivoltella ed un coltello. Ora non si indugia più: si uccidono donne e vecchi, si violentano bambine e adulte, si trucidano amici e nemici, genitori e figli. I moderni codici del delitto hanno infranto ogni diga, soppresso ogni norma fissa. Non è forse questa la strada che porta ai tempi remoti di Tullia, figlia di Servio Tullio, Sesto Re di Roma, che, per conquistare il trono, d’accordo con il marito Tarquinio non solo fa trucidare suo padre ma, sulla via Cipria, all’Esquilino, passa col cocchio sul corpo ormai inanime del genitore!

E la famiglia? Ridotta al sepolcro della sacra tradizione del pater familias, ora lacerata dallo strale del divorzio, svilita dalla feracità di sempre nuovi diritti, sterilizzata dalla pillola e dall’aborto legalizzato, frastornata da un dialogo che è quasi sempre diatriba e ad un’impotenza mascherata da permissività, il suo cammino non è stato che retro marciante.
Ora il concetto di famiglia si accomuna a quello di locanda, di albergo dove si entra, si consumano i pasti, si dorme e non si chiede il conto.

E’ così il concetto di Patria, quell’amor Patrio che tramandatoci dalla romana virtus ha vergato le pagine più belle, più Gloriose, più Dignitose, più Eroiche della storia umana, dai Cesari a Caporetto. Ora il concetto di Patria è diventato concetto di suolo.

Il progresso, che dovrebbe essere la staffetta dei nuovi tempi, è come un grosso diamante all’anulare di una dama: il suo fascinoso splendore è affidato alla grazia, al portamento di Colei che lo infila.

Ogni società, ogni epoca ha il progresso che merita, l’evoluzione in misura alle sue possibilità.

Tornerà primavera? Dante, traducendo un vaticinio di Virgilio, così ci aiuta a sperare: “Seco si rinnova, torna Giustizia e primo tempo umano”.

Sarà? Ma poi chi è questo Virgilio, ci chiederebbero i nuovi liceali. E torniamo a disperare!

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