Il potere della croce. Quaresima, “epifania” impotenza Dio | ApprodoNews
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Il potere della croce. Quaresima, “epifania” impotenza Dio Riflessione di don Leonardo Manuli

Il potere della croce. Quaresima, “epifania” impotenza Dio Riflessione di don Leonardo Manuli
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La riflessione si muove nella direzione di senso del rapporto tra cristianesimo e cultura post moderna, nel contesto del post umanesimo, dove una grande maggioranza non ne percepisce più la rilevanza della ciclicità rituale e religiosa. La non “visibilità” della quaresima – come lo era un tempo -, del metaforico “pellegrinaggio” esistenziale e spirituale, interroga sulla fedeltà e sull’autorevolezza cristiana del processo dinamico del credente ai ritmi della ferialità. Al cospetto dell’indifferenza o apatia religiosa, può la “restanza” cristiana divenire significativa e qualificante al di là degli aspetti trionfalistici dei grandi raduni e delle solenni celebrazioni? Alla pasqua non si può arrivare senza passare attraverso la quaresima, persuasi della consapevolezza e del significato strettamente intrinseco tra queste due realtà. Interrogarsi sul senso autentico della quaresima, può servire ad approfondire la prospettiva e il gusto della “vita nuova”, di relazioni nuove”, di un’umanità nuova”, in questo periodo di sette settimane, lungo e sostenuto, che invita ad uno sforzo spirituale, appoggiandosi al simbolismo del “viaggio”.

Un punto di vista dal quale guardare questo “tempo”, meta e culmine della rivelazione di Dio, è la croce di Gesù, come egli l’ha vissuta in confronto di alcune realtà di questo mondo, per esempio, il potere, declinato nell’autorità e nella forza. Prima dell’inizio del suo ufficio sacerdotale, Gesù ha dovuto affrontare le tre prove nel deserto, il cui nocciolo sta nella seduzione vertiginosa del potere, presente in tutto il suo “grande viaggio” verso Gerusalemme, cuore nevralgico del potere politico-religioso. Lo Spirito nel deserto lo “getta” innanzi, al cospetto di Dio e nella disputa con il diavolo, nel ruolo di corruttore-seduttore-teologo, e Gesù traccia il suo sofferente itinerario che lo condurrà alla croce. Dopo quaranta giorni (numero convenzionale), viene sollecitata la sua “fame” e la sua “sete”, dimensione oggettiva e inclusiva di ogni desiderio e ambizione umana e mondana. Il diavolo, grande prestigiatore e illusionista, allunga al Figlio dell’uomo alcune condizioni idonee per esibire la potenza divina: trasformare le pietre in pane; servirsi e strumentalizzare il potere di Dio; l’adorazione dell’idolo del potere. L’allettamento è eccitante, perché l’umanità è toccata là dove l’uomo è reso insicuro dal peccato, e la seduzione potrebbe divenire letale e mortifera soprattutto per la missione del Figlio di Dio che liberamente è entrato nella struttura di male e nel groviglio della complessità umana.

Il potere è una tentazione sempre ricorrente, attraente, la sua ricerca è una costante lotta contro l’angoscia della morte. Gesù non ha ambizioni da raggiungere, nemmeno vuoti da colmare, non mira a schiacciare o a distruggere l’uomo ma a salvarlo, dal di dentro. I vangeli descrivono cosa intende per forza, autorità e potere: nelle guarigioni, nella predicazione, nella critica all’autorità religiosa, e sullo spazio decisivo della croce. Ben diverso è il concetto di potere dell’essere umano, il cui possesso è rassicurante, per l’ambizione di sentirsi come Dio, un idolo da servire e a cui prostrarsi, teso a proteggersi da chi gli si oppone e diviene prepotenza, nel timore che un altro potere possa prevalere. Il potere ha un fascino “egolatrico”, crea numerosi adepti, nell’esercizio di dominio, di sopraffazione, quando non è al servizio dell’altro, e quando non si prefigge l’obiettivo di elevare la persona nella sua dignità. Il potere attraversa tutta la vita, la politica, la religione, la scienza, nella prospettiva positiva dell’esercizio del buon governo, nell’affidamento ad un’autorità che promuove l’umano e nel liberare le capacità di crescita e di maturazione dell’uomo: «I potenti ci attirano, aneliamo a stare con loro così da poterci appropriare di un po’ della loro potenza e allontanare l’idea deviante della nostra insignificanza» (T. RADCLIFFE, Parole di oggi, 2018, pp. 176).

Gesù cosa ha rivelato nella dimensione agonica contro ogni potere che tende e creare disuguaglianze e ingiustizie e quale “senso” ha avuto la croce nel rifiuto di ogni compromesso con i potenti del tempo? Quali sono oggi i poteri mondani che abusano del potere per fini personali? Egli ha giudicato i potenti e i poteri assumendo un atteggiamento inequivocabile verso le autorità religiose e politiche del quale si sentivano minacciate dalla mitezza “eversiva” del Maestro di Nazareth. Egli non se ne è servito per la propria gloria, ha scelto la “via stretta” dell’impotenza, rischiosa, suscitando reazioni forti, al punto che è stato eliminato, in quanto considerato disturbatore dell’ordine e nocivo per il bene comune. A questo punto, il percorso del viaggio verso la Pasqua tiene presente che quelli che seguivano Gesù, non avevano una piena comprensione della sua missione. Attorno a lui si era creata una comunità e la folla lo seguiva per le sue doti di autorevole predicatore, di guaritore, anche perché attratta dal potere: «Quegli stessi che lo avevano “osannato”, dopo pochi giorni lo scherniscono, si coalizzano contro di lui, per la sua impotenza» (T. RADCLIFFE). L’impotenza, al contrario, è scartata, è sinonimo di viltà, ci si sta alla larga e l’epilogo tragico ed epifanico è sulla croce, dove Gesù è deriso, schernito, perché senza potere.

Quale motivazione profonda spinge a seguire la logica umile e liberante del vangelo? Cerchiamo Gesù solo per i benefici che aspettiamo da lui? Un teologo racconta che “il potere o i poteri, sono preziosi, risvegliano energie che stringono, pronte a possedere, lo splendore della gloria avvolge ogni trono e vi si attendono grandi compiti, però occorre pagare un prezzo, l’apostasia da Dio” (Cfr. R. GUARDINI, Il Signore, 2005, pp. 768). La libertà sta nell’entrare nella vittoria di Gesù, nel grido: «Vattene Satana!», anche se passa dall’agonia sul patibolo che renderà quel legno un simbolo di amore, «le cui braccia spalancate dai chiodi resteranno fino alla fine degli abbracci» (E. DE LUCA, Nocciolo di oliva, 2012, pp. 122).

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