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Il silenzio e la parola Riflessione del giurista Giovanni Cardona sull’importanza della parola

Il silenzio e la parola Riflessione del giurista Giovanni Cardona sull’importanza della parola
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Si dice sempre che la parola sia d’argento e il silenzio d’oro. Ipocrisia dei proverbi!

Il silenzio livella e la parola distingue. Il silenzio accomuna il pensatore e l’idiota; solo la parola è misura dell’intelletto.

Il silenzio è isolamento; la parola è comunione. Nessun grande sentimento vive senza il bisogno di esprimersi.

La parola è atto divino, perché può prescindere, deve prescindere dal consenso della folla: non secondarne, ma formarne l’animo.

Cleone, peculatore, predicava contro gli sperperatori del pubblico danaro e prometteva farina a buon mercato: era un demagogo, non un oratore.

Ma Focione, generale ateniese, che sapeva combattere contro Alessandro come contro Demostene, quando la folla ne accoglieva con applauso un passo delle orazioni, si volgeva ai vicini domandando meravigliato: «Ho detto qualche sciocchezza?».

L’eloquenza è bontà: la migliore definizione, nei secoli, rimane sempre quella di Marco Porcio Catone che, in un precetto al figlio Marco, scrive: «Orator est vir bonus dicendi peritus».

La parola, come ogni cosa divina, ha pagato il suo tributo di sangue ed ha avuto i suoi martiri.

I Romani fecero dell’eloquenza un modo di vivere.

Vi fu un’epoca in cui essi scolpirono la taciturna dea Angerona, la dea sempre vestita, col dito sulle labbra, in segno di silenzio.

La dea Angerona non appartiene all’età dei Quiriti. Ma Roma innalzò un tempio al dio dell’Eloquenza, «Aius Locutius».

Anche i Greci, come i Romani, credettero nella forza dell’eloquenza ed a significarne il mito crearono la leggenda di Agariste, madre di Pericle, la quale, pochi giorni prima del parto, avrebbe sognato di dare alla luce un leone.

La parola è luce: fu decretato che i giorni in cui Gorgia pronunciava le orazioni fossero chiamati «lampades».

Solo la parola, difatti, anche se muore nell’attimo in cui nasce, può lasciare vivo il ricordo come la luce.

La religione, idea di ogni tempo e di ogni popolo, non vive senza eloquenza: il silenzio appartiene al dubbio, non alla fede.

Anche Gesù ebbe la sua ora di dubbio, quando prima di rinunciare alla vita fu silenzioso nell’orto; ma ebbe la parola per trascinare le folle alle rive del Giordano.

Francesco d’Assisi, giovane, non parlò: era il tempo in cui godeva la giovinezza, cantando la notte sotto i veroni delle fanciulle: «…S’io moro innamorato non vi meravigliate che il colpo mi fu dato con lance avvelenate».

Dopo i santi, l’umanità si accorse che esisteva anche il Genio.

Ma quanti si affannarono a definire il Genio non seppero prescindere dall’attributo dell’eloquenza.

Platone credeva che il Genio fosse inviato dalla Provvidenza per «condurre» il popolo sulla retta via, nell’ora dello smarrimento; Carlyle credeva che il Genio fosse la manifestazione del divino nel mondo umano, però è prima «la parola» che distingue il mondo umano dal mondo animale; Emerson pensava il Genio come il prodotto della psiche collettiva, che il Genio stesso «esprime e rappresenta»; Mazzini intendeva il Genio come «l’interprete» del pensiero nazionale.

La parola «scritta» ha minore potenza della parola «detta»: eppure tutte le arti piegano dinanzi all’espressione della parola anche scritta.

Senza l’oratoria non vi sarebbe storia ed in fondo il destino dell’umanità è stato quasi sempre in funzione della personale funzione eloquenziale del singolo che sovrasta i suoi simili generazionali con l’attuazione della parola scritta.

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