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Il viaggio di Romero

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Il merlo nero ancora protagonista de “Le storie da giardino”

di GABRIELLA CAPPELLI

Il viaggio di Romero

Il merlo nero ancora protagonista de “Le storie da giardino”

 

di Gabriella Cappelli

 

 

Erano trascorsi molti giorni da quando Paciuga la tartaruga si era svegliata ed erano stati giorni pieni dei racconti di Romero il merlo, che l’aveva aggiornata sugli avvenimenti dell’inverno.

Finiti i racconti però, Romero era diventato stranamente taciturno e pigro. Scendeva dal suo nido sul cipresso molto tardi al mattino e passava tutto il giorno dondolandosi da un ramo all’altro di Magnolia, scambiando solo qualche frase con lei o con Paciuga. Gli abitanti del giardino, animali e piante, erano preoccupati. Da sempre avevano conosciuto un Romero chiacchierone e svolazzante da una parte all’altra del giardino!

Una mattina, dopo essersi consultata con gli altri, Paciuga attese che Romero di fermasse accanto a lei:

“Buongiorno Romero – disse – devo parlarti a nome mio e di tutti i nostri amici. E’ troppo tempo che ti vediamo strano: hai sempre un’aria così triste ed imbronciata, sinceramente, siamo molto preoccupati. Non stai bene??

“No, no –rispose Romero, non c’è niente che non va nella mia salute, ma vedi a volte mi sento un po’ prigioniero di questo giardino. Oh, non ti offendere io sto molto bene qui e l’amicizia tua e degli altri per me è molto importante, eppure sento che mi manca qualcosa! Vorrei vedere quello che c’è oltre questo giardino e queste case. In fondo sono un uccello e potrei volare ovunque, invece l’unica volta che mi sono mosso è stato per cercare la famiglia di Spilluccio il riccio, ricordi?? D’altra parte ho anche un po’ paura. Cosa troverei lontano da qui!?? Non ho nessuna esperienza e neppure dei genitori che possano consigliarmi!”

Era così triste e depresso che Paciuga per un attimo si commosse ma poi prevalse il suo animo di vecchia saggia:

“Vedi, io non appartengo alla tua specie, il mio modo di vivere è l’opposto del tuo. Tu puoi muoverti come vuoi e puoi anche volare, mentre io impiego ore solo per fare il giro del giardino. Per me la tranquillità di questo luogo è il massimo che potessi chiedere, invece tu hai necessità di fare altre esperienze. Per questo ti dico: vai, sfrutta il dono di volare che Madre Natura ti ha dato e scopri il mondo intorno. Quando sarai soddisfatto di novità potrai tornare, saremo tutti qui ad aspettarti. Io e le piante sicuramente!!!…”

Romero ascoltò con interesse, ma non rispose.

Passarono altri giorni uguali ai precedenti con un Romero che non era Romero, finché una mattina piena di sole, scese dal nido chiamando:

“Paciuga, Paciuga dove sei?”

La tartaruga che se ne stava beata all’ombra della siepe, sentendo la voce squillante di Romero si sentì felice : “Finalmente – pensò – è tornato il mio vecchio merlo!” “Che cosa c’è di tanto urgente – rispose – ti va a fuoco il nido???”

“No, no – disse Romero – vieni qui sotto a Magnolia ed anche voi piante ed animali statemi a sentire. Ho deciso, parto!”

“Oh, oh !!” di meraviglia si levarono tutt’intorno “Dici davvero??? Davvero vuoi andartene??? Ma dove andrai???” Tutti formulavano le domande più varie.

“Si, non posso più trattenere questa voglia che ho dentro. Domani all’alba partirò e per prima tappa andrò nella pineta a cercare Spilluccio. E’ da un pò che non abbiamo notizie e poi….e poi, non so deciderò sul momento.”

“Bene, bene, bene, – commentò Paciuga – finalmente hai trovato il coraggio di seguire la tua natura. Buona fortuna amico e non ti dimenticare di noi!”

Il resto della giornata trascorse serenamente, con tutti che non risparmiavano consigli ed indicazioni a Romero, anche se molti di loro non avevano mai spostato le zampe, e men che meno, le radici da quel giardino!

All’alba della mattina seguente, Romero si affacciò al nido, si guardò intorno e con un gran sospiro spiccò il volo in direzione della pineta. Non voleva salutare nessuno, altrimenti non gli sarebbe stato facile partire.

Arrivò alla pineta dopo circa un’ora: “Per la miseria – pensò – deve essere passato molto tempo da quando sono venuto qui con Spilluccio, questi pini sono molto cresciuti!”

Girò un pò intorno per orientarsi, infine si posò sul ramo di una quercia:

“Buongiorno Signora Quercia, Sono un merlo e mi chiamo Romero, vengo da un giardino del paese vicino e sto cercando una famiglia di ricci.”

“Buongiorno a te, – rispose la quercia – è come cercare un ago nel pagliaio. Questa pineta è piena di ricci, istrici ed altri animali. Non hai qualche informazione più precisa?”

“Beh, – disse Romero – uno dei piccoli ricci si chiama Spilluccio, certo che adesso non sarà più tanto piccolo, è passato del tempo…”

“Spilluccio, Spilluccio… – rifletteva la quercia – Spilluccio…. Ah si, si quello Spilluccio, quel piccolo terremoto! Madre Natura, quante ne ha combinate! Ha fatto venire l’esaurimento ai genitori…. Beh, dicevo, sei un merlo fortunato, la tana di Spilluccio è proprio ai piedi del mio tronco.”

Romero non credeva ai propri orecchi: era riuscito a trovare Spilluccio al primo tentativo e ringraziando la quercia, volò fino ai piedi del tronco:

“Spilluccio, Spilluccio, Spilluccio” – gridò tutt’intorno.

Dopo qualche minuto vide affacciarsi da una tana un musetto curioso che annusava in aria.

“Spilluccio, – riprese – sono io Romero il merlo, ti ricordi di me???”

A quelle parole il riccio uscì dalla tana e:

“Romero sei proprio tu, che piacere, che ci fai qui, e Paciuga dov’è…” non la finiva più di fare domande.

Romero gli si avvicinò e si rese conto che anche Spilluccio era cresciuto, non aveva più l’aria del piccolo combinaguai che ricordava. Si guardarono entrambi e non stavano più nella pelle e nelle piume dalla felicità. Romero diede notizie di tutti gli abitanti del giardino, poi gli affibbiò una delicata beccatina sul naso:

“Un saluto particolare da Paciuga” gli disse.

“Anch’io ho una bella sorpresa da mostrarti… Tenerina, Graffietto, Ghiandella , Spinetto…. Venite fuori, è un amico.”

Dalla tana uscirono quattro ricci: uno era grande più o meno come Spilluccio, mentre gli altri erano molto più piccoli.

“Questa è la mia famiglia, Tenerina, mia moglie e loro sono i nostri piccoli.”

“Oh, – rispose meravigliato Romero – hai una famiglia e che bella famiglia, complimenti davvero!”

I piccoli ricci si erano avvicinati a Romero e lo guardavano con curiosità; il più piccolo si avvicinò più di tutti, con la zampetta gli toccò le ali e Romero, colto di sorpresa, spiccò un piccolo volo.

“Questo è Spinetto, – sorrise Spilluccio – è la nostra croce; ne combina di tutti i colori…”

“Non mi dire, – rispose divertito il merlo – mi ricorda un piccolo riccio che conobbi tempo fa…”

Tutti risero e a loro si unì la grande Quercia che aveva assistito a tutta la scena!

Quando si fece buio, Romero e Spilluccio erano ancora ai piedi della Quercia a ricordare i vecchi tempi mentre Tenerina, Graffietto, Ghiandella e Spinetto ascoltavano estasiati quei racconti che parevano venire da un altro mondo. Era arrivato il momento dei saluti e Spilluccio si fece promettere dal merlo che prima di ritornare al giardino sarebbe passato di nuovo per informarlo sulle sue avventure, dopodichè si ritirò nella tana con la sua famiglia, mentre Romero salì in cima alla Quercia:

“Posso passare qui la notte, Signora??”

“Sicuro, merlo simpatico, buonanotte.” soggiunse la Quercia ormai mezzo addormentata.

All’alba Romero riprese il volo spostandosi ad est della pineta. Volò per molte ore e verso sera si trovò di fronte ad un albero immenso. Non aveva mai visto niente di così grande: la chioma dell’albero sembrava un ombrello gigantesco e la sua ombra riparava due grandi vigne, per abbracciare il suo tronco ci sarebbero volute quattro o cinque persone; era impressionante !… altro che Magnolia! Romero si posò su uno dei rami più bassi, temeva di avere le vertigini salendo più in alto…….

“Per tutti gli alberi di tutti i boschi, – esclamò – che razza di pianta è mai questa…”

Dalla grande chioma si levò come un tuono che fece sussultare Romero:

“Sono un leccio e sono il re di questo bosco, come fai a non conoscermi, piccolo merlo!?”

“Mi perdoni. Sua Altezza, – e mai aggettivo fu più appropriato – sono forestiero, vengo da un giardino di paese e non pensavo che esistessero piante come Lei, per me è già immensa Magnolia”

“E chi è Magnolia?” borbottò contrariato Re Leccio

“E’ una pianta che si trova nel giardino, ma , seppur grande, in confronto a Lei è un germoglio!”

“Ah, Ah, Ah, – sorrise compiaciuto il leccio, per un momento aveva temuto di perdere il primato degli alberi della zona, – Sei simpatico, – aggiunse- se vuoi puoi pernottare su uno dei miei rami e cibarti delle mie tenere ghiande, se ancora non hai cenato.”

Romero ringraziò caldamente e dopo essersi saziato si appollaiò sul ramo più riparato e si addormentò sereno.

Era notte inoltrata; in cielo splendeva una magnifica luna piena che illuminava quasi a giorno, campi e boschi, quando Romero fu svegliato da un forte tremore del leccio. Sembrava ci fosse una tempesta di vento

“Per la miseria, che succede!” pensò Romero ancora assonnato. Aprì gli occhi e…….Non ci credeva,non era possibile, ma che diavolo erano quelle creature ??? Intorno al tronco di Re Leccio c’erano una ventina di animali, che a turno davano forti groppate alla pianta per far cadere le ghiande sulle quali poi si abbuffavano facendo dei golosi grugniti.

Il terrore si impadronì di Romero.

“Se mi vedono sono fritto – pensò guardando quelle bestie così grosse e pelose con un lungo muso e delle zanne enormi: – con un merlo come me ci fanno l’aperitivo…” pensò scherzosamente per farsi coraggio. Re Leccio sembrò aver captato i suoi pensieri e con la sua voce tonante, disse sorridendo:

“Non temere, merlo, quegli animali sono cinghiali e sono erbivori, non mangiano carne, vedi sono ghiotti delle mie ghiande, dormi tranquillo!”

“Dormire, – pensò Romero – dice bene, ma come si fa a dormire con questo baccano!!!”

Si appollaiò di nuovo cercando il sonno, ma…..

“Adesso trema anche la terra, ma in che posto sono capitato!”

Si alzò di nuovo e vide in lontananza un branco di animali diversi, molto diversi dai cinghiali. Questi erano grandi ma molto belli ed eleganti. Avevano delle lunghe zampe snelle, un corpo armonioso ed un bel musetto nel quale spiccavano due enormi occhi dolcissimi, alcuni di essi avevano delle piccole corna sulla fronte.

“Ho capito, sono in un bosco magico!”

“Ma che magico e magico , – borbottò con la sua vociona il leccio – questi sono daini ed anche loro vengono a cibarsi delle mie ghiande. Nelle notti di luna piena gli animali che mangiano ghiande, si riuniscono intorno al mio tronco, banchettano tutti insieme e si scambiano le novità dei boschi – così dicendo salutò: – Salve amici scoiattoli, buonasera topi di campagna, benvenuti anche a voi ricci ed istrici. Ciao Messer Piggy, sempre di buon appetito, eh!!?? Ben arrivato anche a te Signor Bambi, sempre più elegante…” Si vedeva che conosceva tutti da molto tempo.

“Ma tu da dove vieni piccolino, – riprese guardando Romero – non conosci proprio niente della natura!”

“Le ho già detto, Sua Ombrellità, che vengo da un giardino di paese. Li ci sono case, uomini ed anche animali e piante, ma niente di questo genere…”

“Beh, tutto il mondo è paese!”sussurrò il Leccio e Romero non capì a che proposito lo dicesse.

Era quasi riuscito a riprendere sonno, quando sentì un leggero fischio, si guardò intorno e vide su un ramo vicino un uccello molto diverso da lui:

“Buonasera Signor Uccello, io sono un merlo. Tu chi sei? Vivi qui?”

L’uccello rispose: “Sono Armando il Passero e questa è la mia casa, ma non ti ho mai visto prima, da dove vieni?”

Romero gli raccontò la sua storia: del paese, del giardino, di Paciuga.

“Come sei fortunato amico, – gli disse alla fine Armando – hai tanti amici e soprattutto hai tanta tranquillità. Qui nel bosco è molto bello, è vero, ma per noi piccoli uccelli ci sono anche tanti pericoli: gli animali più grossi, il freddo, la mancanza di cibo nell’inverno e non per ultimi i fucili.

Sì, nei mesi di caccia dobbiamo sempre nasconderci per evitare di essere impallinati…e fra qualche giorno si ricomincia…Beato te, che non hai tutti questi problemi!”

Romero passò il resto della notte a rimuginare quelle parole. Quel mondo era bello, immenso, straordinario, ma era pur vero che lui era un merlo di paese, non era abituato alla “natura selvaggia”.

Improvvisamente sentì nostalgia del giardino dove non mancavano mai delle belle briciole di pane neppure negli inverni più rigidi, dove non c’era il pericolo dei fucili, dove aveva tanti amici pronti ad aiutarlo e soprattutto c’era quel bel cipresso con il suo nido ben protetto. E allora capì anche quello che aveva voluto dire Re Leccio con la sua frase sibillina

“Quando in un luogo ti senti a casa, la tua casa, non importa dove questo sia, lì troverai anche il resto del mondo.”

Felice per quella scoperta ed ormai soddisfatto delle avventure che aveva vissuto in quei due giorni allo “stato brado”, spiccò il volo a ritroso per tornare nel suo giardino portando negli occhi e nella mente le meraviglie e le stranezze di quel mondo.

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