Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image
Torna su

Torna su

 
 

Incontro nell’Arsenale di pace con Ernesto Olivero fondatore del SERMIG "Per me una provvidenza, è stata l’opportunità di parlare con lui"

Incontro nell’Arsenale di pace con Ernesto Olivero fondatore del SERMIG "Per me una provvidenza, è stata l’opportunità di parlare con lui"
Testo-
Testo+
Commenta
Stampa

Un imprevisto, come ama dire Ernesto Olivero, per me una provvidenza, è stata l’opportunità di parlare con lui e della «Fraternità della Speranza», il Sermig (Servizio missionario giovani). Ernesto si è raccontato, preferisce gli imprevisti, nella cittadella della pace, “nata di notte”, in un quartiere difficile di Torino, nel quadrilatero della carità, tra san Benedetto Cottolengo, San Giovanni Bosco, il beato Fàà di Bruno e san Leonardo Murialdo: «Quando un povero, una situazione ci interpella, noi scopriamo che Dio parla», confida Olivero. Tra l’accoglienza di giovani, di tossicodipendenti, di immigrati, di disabili, di transessuali e l’opera di tanti volontari e benefattori che sostengono questo arsenale di amore, di solidarietà agli ultimi degli ultimi, degli scartati della società, ci fa capire la strada da percorrere per allargare l’amore.
Olivero, seduto, accanto ad una statua di legno di circa un metro che raffigura la Vergine Maria, racconta dal vivo la sua esperienza partita dallo sguardo assieme ad altri giovani, negli anni sessanta, “di notte”, di fronte a poveri senza tetto, e davanti ad una struttura decadente e in disuso, l’arsenale militare abbandonato, dove si fabbricavano armi da guerra, poi divenuto luogo per rifugio di animali e di persone emarginate, stava per essere convertito in opera di pace.
Non sono parole, occorre andarci di presenza per vedere e toccare con mano l’opera del Sermig: «un monastero metropolitano», come lo definisce Ernesto. Sono diversi gli episodi che hanno segnato Olivero e un gruppo di giovani che passo dopo passo è andato crescendo. È passato più di mezzo secolo, adesso la Fraternità è aumentata, competente e specializzata, e opera in altri paesi del mondo. È Torino, il quartier generale, la cui «porta è sempre aperta» come dice lui, consapevoli di avere davanti a chi bussa una persona, nella sua interezza. I volontari accolgono non un problema ma il prossimo come una ricchezza: «È sempre una benedizione».
Candidato al premio Nobel per la pace, è spesso invitato per incontri, convegni, a dialogare con i giovani, con intellettuali e politici. All’interno del Sermig, tra i tanti servizi, l’ambulatorio, corsi per di formazione, percorsi di integrazione con ragazzi provenienti da altri Paesi, l’ospitalità notturna per i senza tetto, la mensa, e il cuore di tutto, due cappelle, la preghiera quotidiana e la celebrazione eucaristica che sostiene ogni “imprevisto” e incontro che farebbe più abbattere invece che sorridere:
«Abbiamo potenzialità immense, l’amore è dare da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, accogliere lo straniero. È difficile, è faticoso, ma questo è l’amore», afferma Olivero, e continua: «mi sono sempre affidato al Signore».
Questa è la scommessa vincente, il segreto di chi non si ferma ai propri limiti e a quelli degli altri, ma sa andare oltre, dove tutto è nato in una notte: «Quella notte fondai il Sermig, anzi, lasciai fare a Dio e promisi quella sera, da quel mattino di non rovinare troppo quella venuta di Dio», ribadisce Ernesto. Alla fine un regalo, uno dei suoi libri dove racconta l’esperienza del Sermig. Nella sua vita, oltre ad essere stato bancario, padre di tre figli, c’è spazio per l’apostolato della penna, in particolare in un libro «Per una chiesa scalza» (Priuli & Verlucca, 2014, pp. 287). Domando come fanno a sostenere l’intensa attività della Fraternità, e lui parla della speranza, in un modo realistico e al contempo spirituale: «Non so cos’è la speranza, ma ho visto donne che avevano chiuso con la vita, fatte a pezzi, ritrovare il sorriso perché qualcuno le ha accolte e, nel silenzio, ho pianto con loro. Non so cos’è la speranza, ma so come far felici gli altri».
Ho imparato anche io da questo incontro, la logica di Dio, che le mani servono per pregare e per fare spazio agli altri, che l’indifferenza è complicità, ed è bello far sorridere gli altri quando bussano alla porta della vita, riuscendo ad accogliere ogni imprevisto.

Partecipa alla discussione