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La condanna preventiva Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sul controverso rapporto tra processo e mass media

La condanna preventiva Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sul controverso rapporto tra processo e mass media
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E’ l’esigenza di informazione oggetto recentemente dell’attenzione pubblica a seguito di note vicende giudiziarie di enorme diffusione, a farci rammentare di una annosa questione un po’ astratta, desueta e barbosa, quella relativa al segreto d’indagine.

Certo è che l’esigenza d’informazione deve essere rapportata alla gravità ed importanza del processo sotto il profilo oggettivo ed alla “appetibilità” dei personaggi coinvolti sotto il profilo soggettivo, in quanto la pubblicità delle questioni che riguardano gli uomini politici è uno strumento per rendere effettiva la responsabilità politica, cioè per affrontare uno dei nodi in cui si manifesta l’odierna crisi italiana.

In effetti il ruolo egemonico, e non mitigabile da un insufficiente diritto di rettifica, della libertà di stampa fa si che i malcapitati indagati restino ingiustamente e non di rado disastrosamente penalizzati dalla pubblicazione dei loro nomi sulla scorta di una informazione ideata quale strumento di garanzia, e sovente per converso, emessa a detrimento non solo della figura morale, ma finanche incidendo sulla loro posizione difensiva.

La inammissibilità della fuga di notizie espressamente tutelata dall’art. 335 del codice di procedura penale, dovrebbe costituire il normato ostacolo onde limitare l’accesso ad estranei al riservato registro delle notizie di reato.

Quindi la questione potrebbe risolversi decidendo in primo luogo quale valore si debba considerare prevalente: da un lato, il diritto alla riservatezza, supportato dalla necessità investigativa della segretezza processuale, dall’altro il diritto-dovere di informazione, ergo della libertà di stampa.

Sembrano, purtroppo, prevalere sempre più valutazioni atecniche, alle quali i mass media prontamente si appiattiscono al facile consenso di chi dilata la notizia segreta e ghiotta delle disgrazie altrui.

Ma il problema non è solo tecnico, infatti, quando si diffondono informazioni di garanzia che vengono apprese dal beneficiario anche per il tramite dei media, sono le stesse credibilità e stabilità democratiche a vacillare insieme alla giustizia, lasciando immensi spazi a qualsiasi abuso, osannato dall’eccitazione indiscriminata e truculenta di una collettività stoltamente entusiasta delle continue decapitazioni mediatiche degli indagati di turno.

Paradossalmente la notizia sostituisce il reato, perché equivale a condanna e conseguentemente l’uso deviato ed illegale che si fa di atti coperti dal segreto istruttorio finisce col privarci di un bene prezioso ed irrinunciabile in un paese civile ossia del processo penale, unico baluardo di libertà, di garanzia della certezza del diritto e presupposto della fiducia nella giustizia.

Una sana democrazia deve metodologicamente garantire la libera esplicazione di tutte le opinioni, non solo quelli degli organi inquirenti ed accusanti, educando così il lettore a comprendere il vero significato dell’indagine, senza costringere l’indagato a subire una ingiusta, preventiva e frettolosa condanna popolare definitiva ed irrevocabile.

Si potrà parlare di ritorno alla civiltà ed alla legalità solo nel momento in cui l’opinione pubblica saprà riconoscere e la giustizia saprà punire gli abusi, nel rispetto della obbligatorietà dell’azione penale e della tripartizione dei poteri dello Stato.

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