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Ingenti quantitativi di kiwi italiani ancora acerbi inviati in Russia: a chi giova?

Ingenti quantitativi di kiwi italiani ancora acerbi inviati in Russia: a chi giova?
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Mentre da più parti si lavora per tutelare e promuovere il “made in Italy” nel mondo, c’è chi, puntualmente ogni anno, quando ancora la stagione del kiwi italiano non è nemmeno alle porte, invia carichi di frutti ancora acerbi sul mercato russo.

Ingenti quantitativi di kiwi italiani ancora acerbi inviati in Russia: a chi giova?
Mentre da più parti si lavora per tutelare e promuovere il “made in Italy” nel mondo, c’è chi, puntualmente ogni anno, quando ancora la stagione del kiwi italiano non è nemmeno alle porte, invia carichi di frutti ancora acerbi sul mercato russo.

 

Segnalazioni di questa pratica ci erano già pervenute in precedenza, ma questa volta abbiamo da mostrarvi una prova fotografica: il pallet che vedete fa parte di una spedizione (per un totale, sembra, di dieci camion) che ha raggiunto la Russia in data 26 agosto 2010, dopo una settimana di viaggio. Fate voi il conto di quando questi frutti sono stati raccolti e a quale grado di maturazione.

Ci si domanda a chi possa giovare un’azione del genere e se non sia ora di finirla, nel nostro Paese, con questi comportamenti da “furbetti del quartierino”, cioè da soggetti che, per un meschino ritorno personale, danneggiano tutti quanti.

Ve l’immaginate l’industria neozelandese del kiwi tollerare simili “iniziative”? Lì hanno imparato da tempo cosa significa “fare gioco di squadra” e curare attentamente l’immagine internazionale di un prodotto: a guadagnarci è il sistema paese nel suo complesso.

Forse sarebbe il caso, anche qui da noi, di riorganizzare la filiera del kiwi (e non solo quella) alla maniera “neozelandese”: con un unico soggetto esportatore a livello nazionale che non soltanto pianifichi e coordini l’invio del prodotto sui mercati esteri, ma che si preoccupi di curarne l’immagine, di ampliarne la notorietà, di orientare gli investimenti in senso costruttivo e di stroncare ogni tentazione a prendere “scorciatoie” lesive del buon nome del “made in Italy”.

Se finora non ne siamo stati capaci, è arrivato il momento di interrogarci seriamente non tanto sulle ragioni, ma sulle conseguenze – in termini economici – di questa mancanza di strategia unitaria.

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