La Calabria nel periodo della Magna Graecia | ApprodoNews
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La Calabria nel periodo della Magna Graecia La nascita di Locri e la sua espansione

La Calabria nel periodo della Magna Graecia La nascita di Locri e la sua espansione
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Descrivere la propria terra allo stato attuale è cosa assai complessa, perché equivale per tanti versi a descrivere la propria vita ed il rapporto con il proprio mondo interiore. Le nostra radici ci legano in modo indissolubile a questa terra tanto sventurata quanto meravigliosa, amata più di ogni altro luogo che i nostri occhi possano vedere e le nostri menti immaginare.
Il nome stesso “Calabria” evoca letture del suo passato. Pensando a questa terra vengono in mente le avventure di Ulisse e delle sirene, le leggende di Nausicaa, di Scilla e Cariddi, ma anche di briganti con il cappello a cono e maestose coste perlate a strapiombo su un mare dai colori intensi e dalle sfumature indefinite, dall’azzurro al blu, fino al viola. La stessa etimologia del nome “Italia” è da ricercare in un remoto passato, così come descritto dalle parole di Aristotele: «Secondo alcuni dotti un certo Italos diventò re degli Enotri e da lui prese la denominazione di Italia tutta quella penisola d’Europa compresa tra i golfi di Scilletino e Lametico, che distano tra loro mezza giornata di viaggio. Dicono pure che questo Italos fece contadini gli Enotri che erano nomadi e dette loro altre leggi».
Ciò che è sicuro è che questa regione ha vissuto periodi di fulgido splendore dimenticati ormai nello smarrimento collettivo della propria identità, che invece dovrebbe essere molto forte e definita. Non conoscere le proprie origini finisce per snaturare il rapporto essenziale con la propria terra. Non basta amare la propria terra, ma occorre una considerazione critica sulle sue vicende nei secoli, affinché il sentimento si trasformi in coscienza regionale.
Viaggiare nel tempo e ricordare le vicissitudini di un territorio è un po come ricordare le vicissitudini delle vita di ognuno di noi. Quello che siamo allo stato attuale lo dobbiamo al nostro passato, e in virtù di questo dovremmo riaffermare la nostra identità di regione, che un tempo fu “Magna”, quindi “grande” in ogni aspetto. La grandezza del nostro passato è ben tangibile ancora oggi, dai numerosissimi reperti che la fortuna ha sottratto all’erosione del tempo, ai saccheggi, e alle devastazioni dei sismi susseguitisi nei secoli. La nostra regione fu luogo di transito per diversi popoli, spinti da logiche espansionistiche fin dai tempi antichi. I vari stanziamenti hanno fatto sì che la nostra regione si chiamasse in vari modi: Enotria, Bruzia, Italia per l’appunto, Magna Grecia.
Proprio il periodo della Magna Grecia ha lasciato forti testimonianze, sia in termini di repertistica archeologica e in taluni sporadici casi, nell’attuale tessuto economico e sociale. Molti popoli dell’antica Grecia, spinti da carestie e aumenti demografici, cercarono sbocchi e nuove opportunità in terre sicuramente più fertili e ospitali come Puglia, Sicilia e la nostra Calabria, che dal 700 a.C. in poi ebbe l’appellativo di Magna Grecia. Le prime città fondate nel flusso espansionistico furono l’attuale Reggio nel 730 a.C., Sibari e Crotone nel 708/709 a.C. e Locri nel 670 a.C.. Questi insediamenti avvennero in luoghi geograficamente più vicini alla terra madre, di grande fertilità, e prossimi ai corsi d’acqua nonché adatti alla costruzione di porti. Reggio, Sibari e Crotone nel giro di pochi decenni assunsero grande importanza economica e militare, con Crotone che ebbe una popolazione di 300.000 residenti secondo alcuni storici. Locri invece fu fondata inizialmente in un luogo diverso da quello odierno, poco più a Sud, là ove vi è l’attuale sito archeologico (Marina di Portigliola).
La leggenda narra che circa 200 anni prima della nascita di Pitagora (V secolo a.C.), un manipolo di avventurieri fuggirono dalla Locride Opunzia (l’attuale Beozia, che si trova a sud est della Grecia) alla scoperta di nuove terre, approdando nell’attuale zona di Capo Bruzzano, conosciuto all’epoca come Capo Zefiro a causa del persistente soffiare dell’omonimo vento di ponente. Secondo Aristotele questo manipolo di avventurieri, non erano altro che servi fuggiti con le mogli dai loro padroni impegnati in guerra contro i Messeni. Proprio perché l’aristocrazia di questa città aveva una componente solo femminile, anticamente Locri ebbe l’appellativo di “Città delle donne”. I Locresi inizialmente stabilitasi nei pressi di Capo Bruzzano decisero dopo qualche decennio di spostarsi più a nord, alla ricerca di terre più fertili ed ospitali, dove eventuali approdi marittimi non fossero disturbati dal persistente vento di ponente. Mossero quindi più a nord di circa 20 km, fino a stabilirsi nell’attuale zona archeologica sita a Portigliola, scacciando una preesistente colonia di Siculi.
Nel corso del secolo successivo la città sentì necessità espansionistiche, al fine di rendere più fiorente l’economia locale, ma essendo stretta ad una morsa dovuta alla presenza di due potenze del Nord che premevano dall’alto, e due dal Sud, Reggio e Zancle (l’odierna Messina), che esercitavano controllo assoluto sullo Stretto, tentarono l’avventura verso l’entroterra, trovando alcuni valichi nel tratto cha va da Locri all’attuale Rosarno. Tra i valichi ne esiste uno in particolare che poi nel corso degli anni divenne quello principale per i commerci tra Ionio e Tirreno. Questo valico in prossimità del Monte Limina, ancora oggi è chiamato Passo del Mercante. Giunsero quindi in prossimità dell’attuale Piana di Gioia Tauro, restando estasiati dello spettacolo che gli si presentò agli occhi, infinite distese di faggi e lecci su un terreno fertilissimo e rigoglioso. Quello che sorprese ancora di più questi avventurieri fu la presenza di enormi tori che pascolavano liberamente, da qui l’attuale nome della Pianura di Gioia Tauro, che fu chiamata Valle del Tauro.
Locri fondò sul tirreno le colonie di Medma (l’attuale Rosarno), Metauros (l’attuale Gioia Tauro) e Hipponion (l’attuale Vibo Valentia), assoggettando nel corso degli anni quasi totalmente le popolazioni indigene alla loro lingua, usi e costumi. Trovarono percorsi alternativi ai viaggi via mare, resi difficili dalla presenza delle flotte delle altre città e dalla presenza di azioni piratesche. La loro vita sociale fu regolata dalle leggi scritte da Zaleuco, il primo legislatore del modo occidentale, al quale si ispirarono tutte le altre città, anche della stessa Grecia. A Crotone intanto fiorì la scuola Pitagorica, a Reggio nacque Ibico e a Locri la scuola musicale di Senocrito, mentre a Metauros si dice sia nato il poeta Stesicoro.
La situazione della Magna Grecia cominciò a tramutare quando all’interno delle singole colonie ci furono lotte interne dovute ad interessi privatistici, e Locri in particolare, stretta dalla morsa esercitata da Reggio e Crotone, chiese supporto al tiranno Dionigi di Siracusa. A ciò si aggiunse l’azione dei Bruzi, spinti verso sud dalla scarse risorse delle zone silane e dagli incrementi demografici. Cosa rimanga di questo periodo di fulgido splendore ai giorni nostri credo sia difficile affermalo con certezza. Sembra che i gruppi linguistici esistenti fino a pochi decenni fa a Bova, Condofuri, Roghudi e Roccaforte nella provincia di Reggio, possano ricondursi a quel periodo. Il fascino suscitato dal periodo ellenico in Calabria tuttavia, potrebbe essere visto come disimpegno ed evasione, in quanto i problemi del presente vanno ricercati nei periodi successivi, sicuramente meno felici e fiorenti.

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