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La degenerazione Riflessione del giurista blogger Giovanni Cardona sulla crisi di idee e sulla anestesia delle coscienze

La degenerazione Riflessione del giurista blogger Giovanni Cardona sulla crisi di idee e sulla anestesia delle coscienze
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La nostra è l’epoca della malvagità, l’epoca in cui tutto crolla e tutto è ridotto ad un cumulo di rovine.

Non avendo l’uomo ideali e miti ed essendo disancorato dai grandi principi morali, non crede più nei valori eterni della vita, e, non credendo più in nulla, accumula odio e rancore, perché è fatale che quando manca la fede, tutto diviene oggetto di disprezzo.

Dappertutto troviamo crisi di onestà, oscuramento delle idee, crisi individuali che si risolvono in drammi di coscienza e peggio ancora in anestesia delle coscienze: la confusione concettuale è assoluta.

Ma quel che è più grave e che la crisi delle idee ha creato la crisi di certezza e quindi marasma generale, confusione, scontentezza e malumore, irrazionalità, scetticismo ed impoverimento dell’intelligenza.

L’inquinamento ideologico e morale, gli aspetti anarchici della nostra società, la crisi dissolvitrice hanno creato un’estrema povertà di sensibilità, di percezione, di iniziative e di comprensione.

Viviamo, come non mai, una vita neurotizzante, sospesa nel vuoto, perché l’emozionale prevale sul razionale, tutto è in crisi: l’autorità, lo Stato, la famiglia, la scuola, la società, l’individuo, e poi ancora crisi etica, politica, amministrativa, crisi della fede, della capacità di amare, crisi della disponibilità al sacrificio.

Il diritto alla libertà è stato sostituito con l’arbitrio, il libertinaggio e l’arroganza; la suggestione del male ha vinto le istanze superiori dello spirito; i ribelli eretici, con la loro forza nientificante, hanno distrutto pensieri, impulsi, sentimenti ed emozioni. La povertà e la disperazione del divenire hanno ucciso la speranza e quindi il tempo muore di schianto.

La crisi dei valori dello spirito ha determinato stati d’angoscia della coscienza, e quindi una crisi di disagio, di disarmonia psichica, di disorientamento, di turbamento morale. Al posto dei valori tradizionali ed eterni, troviamo una vita spietata, egoistica, satura di aggressività e di competizione, troviamo il culto della personalità, la volontà di potenza, il desiderio smodato di avere, l’arrivismo più spietato, la libertà anarchica, la contestazione selvaggia, la violenza indiscriminata ed una attività criminosa che fa davvero spavento.

Da ciò scaturisce anche la crisi della speranza, che è crisi di fiducia e di credibilità; lo scetticismo che serpeggia anche negli uomini migliori, fa pensare al tramonto della civiltà, una specie di tanatofila che sembra inarrestabile.

Ovviamente, come sempre succede nei drammi della storia, non mancano gli ottimisti e sono coloro i quali affermano che noi stiamo vivendo la «nostra rivoluzione culturale», la quale ha aumentato il senso di responsabilità e di partecipazione del popolo alla vita pubblica. Per costoro si tratta di una crisi di crescita, superata la quale spariranno gli errori, le deviazioni e le alienazioni, e rimarrà l’avanzamento culturale, politico, civile. A motivo di tale credo, essi finiscono col trovare esaltante l’attuale drammatica situazione e non condannano affatto le potenti cariche di negazione e di dissoluzione che hanno creato tanto malessere alla nostra vita collettiva.

In questi ultimi tempi si è molto parlato di un’altra grande crisi, quella della cultura, perché si dice che le condizioni socio-culturali del mondo presente sono veramente basse.

In effetti ciò è vero, perché il concetto di cultura, inteso come educazione ideale, tendente alla formazione umana, o meglio allo sviluppo della personalità, è oggi adulterato, in quanto manca quella ricerca che l’uomo dovrebbe fare di se stesso, per sapere chi egli è, e in che modo deve impiegare la vita per realizzarsi pienamente.

Una sana cultura dovrebbe sopire i conflitti interiori ed allargare sul piano deontologico il pensiero e la sensibilità; dovrebbe sgretolare le barriere dell’egocentrismo, della cupidigia, dell’ambizione sfrenata ed infine dovrebbe combattere la diseducazione, la superbia e la vanità.

II clima di smarrimento che si è venuto a creare si trova riflesso anche nella decadenza della letteratura, della narrativa e dell’arte in genere.

In sostanza nel campo dell’arte in genere, abbiamo una vita concettuale complessa e povera.

I maligni influssi di questo corrosivo clima morale, l’avidità di questa epoca detta del «benessere», la mancanza di pathos umano, derivano da un malinteso realismo, sciolto da ogni orientamento spiritualistico.

Nei fratelli Karamazov, Dostoevskij ha scritto «sulla terra noi siamo tutti erranti e se non avessimo la preziosa immagine di Cristo per guidarci, soccomberemmo e ci smarriremmo del tutto, come il genere umano prima del diluvio».

Ebbene, mi sembra che lo smarrimento, il decadentismo, l’angoscia, il vuoto di coscienza, sono le condizioni spirituali del nostro tempo, perché manca il senso religioso della vita.

Gli uomini sono vittime del loro smarrimento, sono chiusi, isolati, inanimati, incomunicabili, hanno un’assoluta impossibilità di penetrare nella viva essenza della propria e dell’altrui personalità.

Questa incapacità si riflette nell’arte in genere, che si muove su strade deserte e ostili, in balia dell’assurdo, con uomini smarriti in un universo senza scopo, impigliati in un sentiero sul quale avanzano la tristezza, l’inquietudine e la disperazione.

La seconda guerra mondiale ci ha lasciato la letteratura della resistenza, una letteratura di testimonianza retrospettiva, piena di rancore e di amarezza, di disorientamento e di dubbio, senza ideali e senza speranze.

«I popoli – dice Gentile – non muoiono se alle sconfitte sopravvive indomita la loro volontà di indipendenza. In questa volontà è la vita. Non distruggete tale volontà, questa e la condizione per non perire. Comunque bisogna volere se stessi, la Patria costruisce questo volere, Io spirito, la coscienza nazionale. Ond’è che i partiti ci possono dividere, ma c’è un sentimento che ci unisce: che l’Italia sia, abbia coscienza di sé, come intelligenza, come carattere e personalità».

Gli uomini di oggi anziché costruire incitano a demolire, perché sono guidati dall’oscura liturgia del rancore, ma col rancore non solo non si costruisce, ma non si partecipa nemmeno alla storia, che non è mai stagnazione, ma continuo divenire.

Il risultato di tutto ciò è che l’uomo oggi vive di menzogna, che è l’anima difensiva del mondo attuale.

Nella vita umana – ha scritto Gide – il compito della menzogna è immenso, ed è quello strumento che caratterizza l’espressione amministrativa dei governanti, i quali consapevoli della loro palese menzogna propinata ad un popolo vuoto, ne condiziona esasperandole le atmosfere della vita interiore, conducendo ad un assoluta degenerazione e corruzione culturale, oltreché morale.

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