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La menzognera vanità del politico Riflessione del giurista Giovanni Cardona sulla falsità ingloriosa dei rappresentati del popolo

La menzognera vanità del politico Riflessione del giurista Giovanni Cardona sulla falsità ingloriosa dei rappresentati del popolo
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Certamente uno dei difetti maggiormente inutili che un essere politico possa portare con sé è la vanità.

La patetica auto gratificazione, non solo non offre nessun vantaggio pratico, ma è l’ostacolo principale alla realizzazione di relazioni umane vere e durature con l’elettorato.

Oggigiorno se ne denotano le strabordanti rappresentazioni umane, sia per il tramite del mezzo catodico, che nella carta stampata.

Sostanzialmente del blaterare molestamente vacuo dell’homus politicus esistono due tipi di vanità: quella cosciente e quella incosciente.

La vanità cosciente è ripugnante con una sua ragione di essere: produce una esultanza effimera, che dura finché la condizione di privilegio è sostenibile e sostenuta dall’accolita di plaudenti idioti.

Ma non appena le condizioni facilitanti il privilegio non certo ereditato per casta o censo si incrina, il vanitoso altero politico, deponendo la grande euforia passata deve necessariamente conteggiare nel carnet della vita non solo la delusione ma l’ostilità degli ascari tramutatisi in giustizieri inquisitoriali.

Molto più patetica è la vanità inconscia: politici apparentemente normali fanno di tutto per poter apparire migliori di quello che sono, illudendosi di costituire le vette pensati del popolo sottomesso e vessato.

Naturalmente il bluff non regge a lungo e quando la verità, quasi sempre giudiziaria, si abbatte sulle loro misere e fantastiche costruzioni illusorie, si arriva a parlare di complotto, di incostituzionalità normativa, di giustizia ad orologeria, di persecuzione sistemica e quant’altre corbellerie.

La verità è che il politico si è allontanato dalle reali problematiche e dai concreti fabbisogni dei governati, attraverso una silente genesi si è trasformato in un persecutore di personali finalità che coincidono perlopiù con qualificazioni reatuali, probabilmente non preventivate razionalmente, ma vanitosamente riluttante ad esecrarne la devastante potenza distruttiva che viene a determinarsi e che trova la sua catarsi risolutiva solo con il magistrale apporto investigativo e decisionale di onesti magistrati.

La vanità del politico è il riflesso di una società che non sa più chi è, che non ha memoria di sé, che è composta di frammenti isolati, privi di identità sociale.

L’homus politicus vanitoso, ben caratterizza l’archetipo italiano di questa epoca di regresso culturale che spesso si accompagna con la menzogna, tracimando nella bugia spudorata ed insulsa.

Gli italiani, da sempre assuefatti a nefandezze di ogni genere, oggi attribuiscono alla locuzione ‘menzogna’ un valore molto più soft che in passato, è considerato un vizio minore, una trasgressione senza importanza, uno scandaletto transitorio, paradossalmente una vanità.

Per converso, per un uomo che esercita la politica e che ambisce ad amministrare il bene comune dovrebbe costituire il più ignobile dei peccati, considerando altresì che oggigiorno difficilmente troverà un giudice a Berlino, come asseriva il mugnaio di Potsdam di Brechtiana memoria.

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