La Svelatio o Affruntata nella Piana di Gioia Tauro | ApprodoNews
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La Svelatio o Affruntata nella Piana di Gioia Tauro I riti della settimana santa nell'analisi di don Leonardo Manuli

La Svelatio o Affruntata nella Piana di Gioia Tauro I riti della settimana santa nell'analisi di don Leonardo Manuli
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Nell’ultimo decennio ho deciso di approfondire il campo della ricerca antropologica per comprendere i fenomeni religiosi nel sud Italia e in particolare in Calabria, il contesto umano e culturale, soffermandomi sul fascino della ritualità e dello spettacolare, osservandone lo svolgimento in alcuni luoghi e in alcune feste “comandate”, in particolare quello dell’Affruntata (Cumfrunta o Svelatio) che conclude i riti della settimana santa. Mi ha fatto impressione il rito dei «Vattienti» a Nocera terinese che si svolge mattina del sabato santo, dove si percuotono le gambe, e le strade della processione di questa “usanza” sono macchiate di sangue.

L’intervento in questa rubrica non ha la pretesa di essere esaustivo, ma di presentare in linea generale piste di riflessione per gli appassionati di cultura locale. Mi trovo d’accordo con l’articolato e puntuale intervento del sociologo e antropologo Mimmo Petullà (vedi 19.04.2019) che di recente ha scritto su questo argomento, proponendo, di “ridare forza alla settimana santa a radici di mediterraneità: «la pietà popolare – a partire da quella mariana – non ha ancora sciolto il corteo funebre, tenendo conto che è tutt’ora inchiodata sul Golgota. Essa attende che non sia solo evangelizzata, catechizzata e teologizzata, ma anche riconosciuta e antropologicamente liberata nelle potenzialità coscientizzatrici e nelle funzioni trasformatrici della dimensione sociopolitica.

Nel caso in specie la cerimonia dell’Affruntata diffusa nel meridione e in particolar modo in Calabria, essa si svolge in diversi paesi, di solito la prima domenica di pasqua (Cf. V. TETI, Terra inquieta, 2015, pp. 486; L. M. LOMBARDI SATRIANI – M. MELIGRANA, Un villaggio nella memoria, 1997, pp. 366). Quello dell’Affruntata è un appuntamento immancabile per la cultura popolare, anche nella piana di Gioia Tauro (Bellantone, Cittanova, Giffone, Melicucco, Rizziconi, Rosarno, San Ferdinando, Seminara, San Giorgio Morgeto), nel quale ci si predispone tutto un apparato organizzativo, emotivo, affettivo, in un rituale-magico, dove la partecipazione del popolo, credente e non, è coinvolta in una tensione tra la lentezza e l’attesa, la paura e l’entusiasmo, fino all’applauso finale.

La protagonista di questo “evento” è Maria, la Madre di Cristo, dopo i giorni di dolore per la morte crudele in croce, ella si incontra con il Figlio Risorto, nella rappresentazione dell’andirivieni del discepolo amato Giovanni, al quale Gesù sulla croce aveva affidato reciprocamente la Madre. Il discepolo funge da ambasciatore, corre tra i due, impersonato da una persona fisica oppure dalla statua, in un’abilità atletica e prestante dei portatori. La “pietà popolare” proietta in Maria il “dubbio” della risurrezione, e solo abbandonando ogni titubanza e incertezza sull’avvenuta risurrezione, alla fine si toglie il velo del lutto, nell’esplosione di gioia di tutto il popolo, nell’accorato scroscio di mani, quale esultanza per la sorprendente notizia.

Questo rito, parareligioso è inserito nel culto popolare mariano, una sorta di «vangelo popolare» (Cf. I. SCHINELLA, L’Affruntata, vangelo popolare, in A. MASTANTUONO, La pietà popolare, 2017, pp. 92), dove la teologia del popolo “forza” i vangeli, ampliandone il contenuto. Nei libri sacri non è riportato un annuncio esplicito della risurrezione alla Madre, non si ha notizia di un incontro, però questo silenzio non ne giustifica il motivo di tale infondatezza. I commentatori della bibbia, gli studiosi e i teologi non si pongono il problema, perché la Madre non poteva rimanere all’oscuro come prima destinataria dell’annuncio, definita dai padri della chiesa «cristofora», paradigma ecclesiale di ogni battezzato a farsi portatore di questo annuncio sconvolgente.

C’è un mosaico di elementi nel dinamismo di questa celebrazione, dal sapore mitico-religioso, in un coacervo di sentimenti, di pienezza di stupore, di commozione, tra silenzi e rumori, tra la trasgressione e il piacere, fino all’entusiasmo che scaccia la paura ed esorcizzare la sofferenza. All’interno di questo fatto sociale non trascurabile, c’è una lettura fatalistica della storia, mentre nelle statue “ballanti” da un luogo all’altro, il popolo gli affida i migliori “auspici”, sperando che tutto vada bene durante la rappresentazione. Gli occhi degli spettatori sono concentrati sul fascino della statua, pur non possedendo qualcosa di bello dal punto di vista “estetico” sono puntati soprattutto su Maria, vedendo in essa la potenza taumaturgica e miracolistica che ci si attende da essa.

La gente come esce da questo immancabile appuntamento annuale? Innanzitutto c’è da sottolineare l’alta valenza antropologia della partecipazione popolare, un elemento positivo in un tempo di sfilacciamento dei rapporti, delle relazioni, dello stesso concetto di identità, dei luoghi. La presenza di elementi positivi e negativi nello svolgimento della celebrazione evidenzia quel vuoto delle autorità ecclesiastiche ad evangelizzare e rendere l’Affruntata un fatto sociale, di coinvolgimento, in cui si smorza la durezza della vita quotidiana, anche in mezzo ad esagerazioni ed intemperanze, in una cornice al limite del religioso, nel quale il popolo si affida a Maria, in quanto trova in essa la via più diretta e vicina a Dio.

Il popolo ha bisogno del contatto visivo e carnale, di toccare, e quello che colpisce è l’attrazione elettrizzante di questo rito, in un misto di mitologia e paganesimo che di fronte ai colpi della modernità resiste per riaffermare una identità in declino, anche nella stessa società calabrese, culturalmente e socialmente provata e in affanno. L’interesse di questo genius loci e della creatività popolare, spinge soprattutto nell’andare oltre il sensazionale e il folklore, di promuovere socialmente e culturalmente il territorio, per sentirsi parte di una comunità, di ripristinare rapporti e legami frammentati. Il finale, con l’applauso commovente e liberatorio, i partecipanti che hanno assistito a questo evento, escono rigenerati e confortati. C’è da interrogarsi sulla comprensione e le ricadute sociali di questa parodia a-sacrale. Sotto l’aspetto religioso e sociale, c’è da chiedersi quanto esso abbia convinto gli astanti che la Calabria non è ferma al Golgota (Cf. Mimmo Petullà), al Venerdì santo, “non è stata abbandonata da Dio e dalle istituzioni politiche sociali ed ecclesiali”, ma si è aperta alla speranza che la Risurrezione ha portato una novità storica e liberatrice.

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