L’accorato appello di Carmelo Priolo per il cambiamento | ApprodoNews
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L’accorato appello di Carmelo Priolo per il cambiamento Lettera aperta a tutti i calabresi che si riconosco nel valore della convivenza civile

L’accorato appello di Carmelo Priolo per il cambiamento Lettera aperta a tutti i calabresi che si riconosco nel valore della convivenza civile
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Gioia Tauro è uno di quei centri che per la sua storia e le enormi potenzialità dovrebbe rappresentare una grande occasione di riscatto per la città e per l’intera Calabria. E invece vive uno dei momenti più bui, soprattutto da quando nel maggio 2017, il Comune, per la terza volta, è stato sciolto per condizionamento mafioso. Di seguito pubblichiamo la lettera aperta del prof. Carmelo Priolo, un cittadino socio di due associazioni molto attive in città (la Fondazione Pina Alessio Onlus e l’Associazione Ritrovarsi nell’archetipo). Nel suo contributo, che ci è parso assolutamente degno di nota, il prof. Priolo (nipote acquisito del compianto medico Gigi Ioculano, assassinato barbaramente nel 1998) affronta apertamente il problema ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale che da decenni produce miseria e un grave sfacelo morale in Calabria, in Italia, e adesso fa sentire la sua influenza anche fuori dai confini nazionali.

di Carmelo Priolo, professore originario di Villa San Giovanni ma gioiese d’adozione.

La condizione ordinaria dell’uomo calabrese è quella di trovarsi in uno stato di perenne emergenza o precarietà. Sospeso tra la segreta speranza di realizzare i propri sogni e la disperazione, egli, però, alla fine fa fermare questo gioco del pendolo sul senso di una rassegnazione ora muta ora rabbiosa, pur percependo che la propria condizione non è frutto di una maledizione divina. Perché allora in molti cittadini calabresi si annida questo sentimento fatalistico e non c’è la giusta reazione che possa determinare il cambiamento? Quali sono i lacci e i condizionamenti che come in una camicia di forza costringono questo popolo a rimanere inchiodato sulla propria atavica condizione? Una risposta può essere subito data partendo da un fatto. In questa terra, come nella descrizione del romanzo “La peste” di Camus, è avvenuto qualcosa di simile ad un contagio, una peste, che ha infestato la vita a tutti i livelli e reso possibile l’espandersi di una malattia, cioè la ndrangheta, che si configura come uno “Stato”, dotato di proprie leggi, nello Stato. Questa organizzazione criminale è riuscita, a ben vedere, a compiere un’operazione d’ingegneria sociale di vaste proporzioni: proporre un modello di uomo valido non solo per i suoi diretti affiliati, ma in qualche misura appetibile per tutti i calabresi. Si è radicato, cioè, un livello sociale di ‘mentalità mafiosa’ che ritorna molto utile alla stessa ndrangheta. In questo senso vengono in mente i numerosi casi in cui il costume mafioso è una prassi costante: l’espressione “tu non sai chi sono io“ per dirimere qualsiasi problema; il fermarsi in macchina nel mezzo della strada per discutere con altri, incurante del disagio che si crea nella circolazione stradale; il gioco della morra o l’ascolto dei ragazzi di stornelli inneggianti a personaggi “d’onore” negli ambienti pubblici (piazze, bar, perfino scuole); il vezzo di farsi “raccomandare” non solo per un posto di lavoro ma anche per il disbrigo di semplici pratiche quotidiane; votare un candidato politico perché gradito ai personaggi che “comandano” la zona; permettere che entrino uomini sodali delle ndrine nelle società di calcio del paese; partecipare in massa al funerale del noto esponente appartenente alla cosca locale; l’abitudine di vedere nelle processioni statue della Madonna o del santo patrono inchinarsi dinanzi alla casa del boss del paese, a sfregio, così, della sincera devozione dei credenti. Questi episodi rivelano il substrato di una mentalità che poi è il terreno di coltura di questa organizzazione criminale, queste sono le prassi che consolidano la struttura della ndrangheta e far si che interi territori siano ‘amministrati’ attraverso precisi parametri stabiliti da essa, esercitando quello che si chiama “controllo del territorio” (un modo per avere anche il controllo delle menti), facendo passare il messaggio che questo tipo di “amministrazione” in sostanza è di gran lunga preferibile a quella dello Stato. In queste condizioni si è potuto verificare quanto sosteneva Corrado Alvaro, e cioè che “la disperazione più grave che possa impadronirsi d’una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”. Di tale disperazione soffre largamente anche la mia città che a furia di non esercitare il diritto da cittadino sovrano ad autodeterminarsi, ha dato campo libero alla criminalità organizzata per imporre la propria “legge” col risultato di vedere questo territorio scivolare verso livelli di degrado sempre più bassi. Eppure dinanzi all’evidenza della presenza pervasiva della ndrangheta nel nostro territorio, c’è chi si ostina a dire che il malaffare sta tutto nel governo centrale romano, oppure rimanendo nel contesto gioiese, che la colpa dello stato comatoso in cui è precipitata la città è della terna commissariale, non evidenziando però un dato essenziale: la costruzione di una sana e operosa comunità, innanzitutto, deve avere come protagonisti i cittadini stessi, e se certe cose non vanno per il verso giusto, devono essere sempre questi ultimi a capire cosa blocca lo sviluppo e cercare le possibili soluzioni per venirne fuori. Non ci si può sempre lamentare e poi fare scena muta su certi aspetti, come l’azione della ndrangheta, che condizionano così pesantemente la vita di ciascuno. In questo senso su tutti un fatto parla chiaramente: l’infiltrazione nella gestione dei rifiuti della ndrangheta che, a causa di una scellerata condotta, nel tempo ha determinato un grave inquinamento ambientale e l’insorgere di tanti casi di tumore, casi che per molti tra i nostri concittadini sono equivalsi ad una condanna a morte. Il diritto ad avere pulita la propria città, diritto che si richiama al diritto alla salute, è indubbiamente uno di quei casi in cui l’azione della politica deve poter trovare pronta la cittadinanza intanto a collaborare civilmente con essa, poi a controllare anche la qualità del servizio offerto, e, infine, qualora questo servizio non funzioni bene, a mobilitarsi con efficacia per richiedere il rispetto di tale diritto. Non voglio fare il predicozzo a nessuno, ma mi sento di lanciare un appello ai miei concittadini: vogliamo veramente lavorare per una comunità in cui possiamo esprimere liberamente le nostre idee in relazione alla cultura, alla costruzione comune del concetto di politica, all’identità e allo sviluppo che deve caratterizzare il nostro territorio, o vogliamo ancora soggiacere tristemente a tutti quei condizionamenti che finora hanno cristallizzato la nostra realtà in un quadro di diffuso sottosviluppo materiale e morale? A questa domanda vorrei che ciascuno rispondesse e, magari, visto che finora ho parlato di cose molto spiacevoli, ma secondo me dettate dal pessimismo della ragione, si avviasse una seria e corale riflessione volta a pensare ed agire diversamente per i nostri centri, i nostri borghi, le nostre città. È sicuramente difficile la via del cambiamento per risollevare Gioia Tauro, la Calabria, ma non impossibile, a patto che i cittadini di questa meravigliosa terra decidano il senso di un nuovo e vasto lavoro da fare, a cominciare dallo stringere sane alleanze con le espressioni più pulite della società civile, dalla valorizzazione delle proprie importanti risorse gastronomiche, paesaggistiche, artistiche e culturali, richiamando anche l’orgoglio del nostro essere custodi ed eredi della Magna Grecia. Nel momento in cui, insomma, saremo in grado di abbracciare e coltivare tutte le espressioni della bellezza potremo finalmente dire di sentirci liberi e vivere in piena dignità. Siamo solo noi arbitri del nostro destino potendo scegliere l’abisso del male o essere in cammino per la costruzione del migliore mondo possibile.

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