Le compatibilità elettive. Io sono io e tu non sei un c… | ApprodoNews
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Le compatibilità elettive. Io sono io e tu non sei un c… Quando il Dna giudicante è questione di famiglia

Le compatibilità elettive. Io sono io e tu non sei un c… Quando il Dna giudicante è questione di famiglia
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Come la legislazione si conforma alla volontà ed agli interessi dei
magistrati.

Un’inchiesta svolta in virtù del diritto di critica storica e tratta dai
saggi di Antonio Giangrande “Impunitopoli. Legulei ed impunità” e “Tutto su
Messina. Quello che non si osa dire”.

Marito giudice e moglie avvocato nello stesso tribunale: consentito o no? Si
chiede Massimiliano Annetta il 25 gennaio 2017 su “Il Dubbio”. Ha destato
notevole scalpore la strana vicenda che si sta consumando tra Firenze e
Genova e che vede protagonisti due medici, marito e moglie in via di
separazione, e un sostituto procuratore della Repubblica, il tutto sullo
sfondo di un procedimento penale per il reato di maltrattamenti in famiglia.
Secondo il medico, il pm che per due volte aveva chiesto per lui
l’archiviazione, ma poi, improvvisamente, aveva cambiato idea e chiesto
addirittura gli arresti domiciliari – sia l’amante della moglie. Il tutto
sarebbe corredato da filmati degni di una spy story.

Ebbene, devo confessare che questa vicenda non mi interessa troppo.
Innanzitutto per una ragione etica, ché io sono garantista con tutti; i
processi sui giornali non mi piacciono e, fatto salvo il sacrosanto diritto
del pubblico ministero di difendersi, saranno i magistrati genovesi
(competenti a giudicare i loro colleghi toscani) e il Csm a valutare i
fatti. Ma pure per una ragione estetica, ché l’intera vicenda mi ricorda
certe commediacce sexy degli anni settanta e, a differenza di Quentin
Tarantino, non sono un cultore di quel genere cinematografico.

Ben più interessante, e foriero di sorprese, trovo, di contro, l’intero tema
della incompatibilità di sede dei magistrati per i loro rapporti di
parentela o affinità. La prima particolarità sta nel fatto che l’intera
materia è regolata dall’articolo 18 dell’ordinamento giudiziario, che la
prevede solo per i rapporti con esercenti la professione forense, insomma
gli avvocati. Ne discende che, per chi non veste la toga, di incompatibilità
non ne sono previste, e quindi può capitare, anzi capita, ad esempio, che il
pm d’assalto e il cronista sempre ben informato sulle sue inchieste
intrattengano rapporti di cordialità non solo professionale. Ma tant’è.

Senonché, pure per i rapporti fra avvocati e magistrati la normativa è
quantomeno lacunosa, poiché l’articolo 18 del regio decreto 30.1.1941 n. 12,
che regola la materia, nella sua formulazione originale prevedeva
l’incompatibilità di sede solo per “i magistrati giudicanti e requirenti
delle corti di appello e dei tribunali […] nei quali i loro parenti fino al
secondo grado o gli affini in primo grado sono iscritti negli albi
professionali di avvocato o di procuratore”. Insomma, in origine, e per
decenni, si riteneva ben più condizionante un nipote di una moglie, e del
resto non c’è da sorprendersi, la norma ha settantasei anni e li dimostra
tutti; infatti, all’epoca dell’emanazione della disciplina dell’ordinamento
giudiziario le donne non erano ammesse al concorso in magistratura ed era
molto limitato pure l’esercizio da parte loro della professione forense.

Vabbe’, vien da dire, ci avrà pensato il Csm a valorizzare la positiva
evoluzione del ruolo della donna nella società, ed in particolare, per
quanto interessa, nel campo della magistratura e in quello dell’avvocatura.
E qui cominciano le soprese, perché il Cxm con la circolare 6750 del 1985
che pur disciplinava ex novo la materia di cui all’articolo 18
dell’ordinamento giudiziario, ribadiva che dovesse essere “escluso che il
rapporto di coniugio possa dar luogo a un’incompatibilità ai sensi dell’art.
18, atteso che la disciplina di tale rapporto non può ricavarsi
analogicamente da quella degli affini”. Insomma, per l’organo di governo
autonomo (e non di autogoverno come si suol dire, il che fa tutta la
differenza del mondo) della magistratura, un cognato è un problema, una
moglie no, nonostante nel 1985 di donne magistrato e avvocato fortunatamente
ce ne fossero eccome. Ma si sa, la cosiddetta giurisprudenza creativa,
magari in malam partem, va bene per i reati degli altri, molto meno per le
incompatibilità proprie.

Della questione però si avvede il legislatore, che, finalmente dopo ben
sessantacinque anni, con il decreto legislativo 109 del 2006, si accorge che
la situazione non è più quella del ‘41 e prevede tra le cause di
incompatibilità pure il coniuge e il convivente che esercitano la
professione di avvocato. Insomma, ora il divieto c’è, anzi no. Perché a
leggere la circolare del Csm 12940 del 2007, successivamente modificata nel
2009, si prende atto della modifica normativa, ma ci si guarda bene dal
definire quello previsto dal novellato articolo 18 come un divieto tout
court, bensì lo si interpreta come una incompatibilità da accertare in
concreto, caso per caso, e solo laddove sussista una lesione all’immagine di
corretto e imparziale esercizio della funzione giurisdizionale da parte del
magistrato e, in generale, dell’ufficio di appartenenza. In definitiva la
norma c’è, ma la si sottopone, immancabilmente, al giudizio dei propri pari.
E se, ché i costumi sociali nel frattempo si sono evoluti, non c’è “coniugio
o convivenza”, ma ben nota frequentazione sentimentale? Silenzio di tomba:
come detto, l’addictio in malam partem la si riserva agli altri. Del resto,
che il Csm sia particolarmente indulgente con i magistrati lo ha ricordato
qualche giorno fa pure il primo presidente della Corte di Cassazione
Giovanni Canzio che, dinanzi al Plenum di Palazzo dei Marescialli, ha voluto
evidenziare come “il 99% dei magistrati” abbia “una valutazione positiva (in
riferimento al sistema di valutazione delle toghe, ndr). Questa percentuale
non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa”.

Insomma, può capitare, e capita, ad esempio, che l’imputato si ritrovi, a
patrocinare la parte civile nel suo processo, il fidanzato o la fidanzata
del pm requirente.

E ancora, sempre ad esempio, può capitare, e capita, che l’imputato che
debba affrontare un processo si imbatta nella bacheca malandrina di un
qualche social network che gli fa apprendere che il magistrato requirente
che ne chiede la condanna o quello giudicante che lo giudicherà
intrattengano amichevoli frequentazioni con l’avvocato Tizio o con
l’avvocata Caia. Innovative forme di pubblicità verrebbe da dire.

Quel che è certo, a giudicare dalle rivendicazioni del sindacato dei
magistrati, è che le sempre evocate “autonomia e indipendenza” vengono,
evidentemente, messe in pericolo dal tetto dell’età pensionabile fissato a
settant’anni anziché a settantacinque, ma non da una disciplina, che
dovrebbe essere tesa preservare l’immagine di corretto ed imparziale
esercizio della funzione giurisdizionale, che fa acqua da tutte le parti.

Al fin della licenza, resto persuaso che quel tale che diceva che i
magistrati sono “geneticamente modificati” dicesse una inesattezza. No, non
sono geneticamente modificati, semmai sono “corporativamente modificati”,
secondo l’acuta definizione del mio amico Valerio Spigarelli. E questo è un
peccato perché in magistratura c’è un sacco di gente che non solo è
stimabile, ma è anche piena di senso civico, di coraggio e di serietà e che
è la prima ad essere lesa da certe vicende più o meno boccaccesche. Ma c’è
una seconda parte lesa, alla quale noi avvocati – ma, a ben vedere, noi
cittadini – teniamo ancora di più, che è la credibilità della giurisdizione,
che deve essere limpida, altrimenti sovviene la sgradevole sensazione di
nuotare in uno stagno.

Saltando di palo in frasca, come si suo dire, mi imbatto in questa notizia.

Evidentemente quello che vale per gli avvocati non vale per gli stessi
magistrati.

Uccise il figlio, condanna ridotta a 18 anni di reclusione per un 66enne
barcellonese, scrive il 22 febbraio 2017 “24live.it”. Condanna ridotta a 18
anni per il 66enne muratore barcellonese Cosimo Crisafulli che nel maggio
del 2015 uccise con un colpo di fucile il figlio Roberto, al termine di una
lite verificatisi nella loro abitazione di via Statale Oreto. Nel giugno
2016 per l’uomo, nel giudizio del rito abbreviato davanti al Gup del
tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, Salvatore Pugliese, era arrivata la
condanna a 30 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’Appello di Messina,
che si è pronunciata ieri, presieduta dal giudice Maria Pina Lazzara, ha
invece ridotto di 12 anni la condanna, sebbene il sostituto procuratore
generale, Salvatore Scaramuzza, avesse richiesto la conferma della condanna
emessa in primo grado. Decisiva per il 66enne la concessione delle
attenuanti generiche ritenute equivalenti alle aggravanti, richieste già in
primo grado dall’avvocato Fabio Catania, legale del 66enne Cosimo
Crisafulli.

Cosa c’è di strano direte voi.

E già. Se prima si è parlato di incompatibilità tra magistrati e parenti
avvocati, cosa si potrebbe dire di fronte ad un paradosso?

Leggo dal post pubblicato il 2 febbraio 2018 sul profilo facebook di Filippo
Pansera, gestore di Messina Magazine, Tele time, Tv Spazio e Magazine
Sicilia. “Nel 2016, la dottoressa Maria Pina Lazzara presidente della Corte
d’Assise d’Appello di Messina, nonchè al vertice della locale Sezione di
secondo grado minorile emetteva questa Sentenza riformando il giudizio di
primo grado statuito dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto. L’accusa
era rappresentata in seconde cure, dall’ex sostituto procuratore generale
Salvatore Scaramuzza (oggi in pensione). La dottoressa Lazzara ed il dottor
Scaramuzza… sono marito e moglie dunque per la presidente della Corte vi
era una incompatibilità ex articolo 19 dell’Ordinamento Giudiziario. Invece
come al solito, estese ugualmente il provvedimento giudiziario… che è
dunque da intendersi nullo. Inoltre, malgrado il dottor Salvatore Scaramuzza
sia andato in pensione, la dottoressa Lazzara è comunque incompatibile anche
al giorno d’oggi nel 2018. Salvatore Scaramuzza e Maria Pina Lazzara
infatti, hanno una figlia… Viviana… anch’essa magistrato che opera
presso Barcellona Pozzo di Gotto in tabella 4 dal 2017. Sempre ex articolo
19 dell’Ordinamento Giudiziario, madre e figlia non possono esercitare nello
stesso Distretto Giudiziario… come invece succede ora ed in costanza di
violazione di Legge. A Voi…, il giudizio.”

Art. 19 dell’Ordinamento Giudiziario. (Incompatibilità di sede per rapporti
di parentela o affinità con magistrati o ufficiali o agenti di polizia
giudiziaria della stessa sede).

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al
secondo grado, di coniugio o di convivenza, non possono far parte della
stessa Corte o dello stesso Tribunale o dello stesso ufficio giudiziario.

La ricorrenza in concreto dell’incompatibilità di sede è verificata sulla
base dei criteri di cui all’articolo 18, secondo comma, per quanto
compatibili.

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al
terzo grado, di coniugio o di convivenza, non possono mai fare parte dello
stesso Tribunale o della stessa Corte organizzati in un’unica sezione ovvero
di un Tribunale o di una Corte organizzati in un’unica sezione e delle
rispettive Procure della Repubblica, salvo che uno dei due magistrati operi
esclusivamente in sezione distaccata e l’altro in sede centrale.

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità fino al
quarto grado incluso, ovvero di coniugio o di convivenza, non possono mai
far parte dello stesso collegio giudicante nelle corti e nei tribunali.

I magistrati preposti alla direzione di uffici giudicanti o requirenti della
stessa sede sono sempre in situazione di incompatibilità, salvo valutazione
caso per caso per i Tribunali o le Corti organizzati con una pluralità di
sezioni per ciascun settore di attività civile e penale. Sussiste, altresì,
situazione di incompatibilità, da valutare sulla base dei criteri di cui
all’articolo 18, secondo comma, in quanto compatibili, se il magistrato
dirigente dell’ufficio è in rapporto di parentela o affinità entro il terzo
grado, o di coniugio o convivenza, con magistrato addetto al medesimo
ufficio, tra il presidente del Tribunale del capoluogo di distretto ed i
giudici addetti al locale Tribunale per i minorenni, tra il Presidente della
Corte di appello o il Procuratore generale presso la Corte medesima ed un
magistrato addetto, rispettivamente, ad un Tribunale o ad una Procura della
Repubblica del distretto, ivi compresa la Procura presso il Tribunale per i
minorenni.

I magistrati non possono appartenere ad uno stesso ufficio giudiziario ove i
loro parenti fino al secondo grado, o gli affini in primo grado, svolgono
attività di ufficiale o agente di polizia giudiziaria. La ricorrenza in
concreto dell’incompatibilità è verificata sulla base dei criteri di cui
all’articolo 18, secondo comma, per quanto compatibili.

Si sa che chi comanda detta legge e non vale la forza della legge, ma la
legge del più forte.

I magistrati son marziani. A chi può venire in mente che al loro tavolo, a
cena, lor signori, genitori e figli, disquisiscano dei fatti di causa
approntati nel distretto giudiziario comune, o addirittura a decidere su
requisitorie o giudizi appellati parentali?

A me non interessa solo l’aspetto dell’incompatibilità. A me interessa la
propensione del DNA, di alcune persone rispetto ad altre, a giudicare o ad
accusare, avendo scritto io anche: Concorsopoli.

«Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all’unanimità
presidente della Corte d’Appello di Messina. Sono molto contenta, dillo
anche a Franco (Tomasello, rettore dell’Università) e ricordagli del
concorso di mio figlio. Ciao, ciao». Chi parla al telefono è la moglie del
presidente della Corte d’appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è
Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell’Università, il cui
telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una
storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del
Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante
altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto
Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti
e due i figli, quello del presidente della Corte d’appello e quello del
procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall’ateneo. Posti
unici, blindati, senza altri concorrenti. Francesco Siciliano è diventato
così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i
posti erano due e due i concorrenti), figlia del preside della facoltà di
Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di
diritto privato. Senza nessun problema perché non c’erano altri candidati,
anche perché molti aspiranti, come ha accertato l’indagine, vengono
minacciati perché non si presentino. Le intercettazioni sono adesso al
vaglio della procura di Reggio Calabria che, per competenza, ha avviato
un’inchiesta sulle raccomandazioni dei due magistrati messinesi, che si
sarebbero dati da fare con il rettore Franco Tomasello per fare vincere i
concorsi ai propri figli. Altri guai dunque per l’ateneo che, come ha
raccontato «Repubblica» nei giorni scorsi, è stato investito da una bufera
giudiziaria che ha travolto proprio il rettore, Franco Tomasello, che è
stato rinviato a giudizio e sarà processato il 5 marzo prossimo insieme ad
altri 23 tra docenti, ricercatori e funzionari a vario titolo imputati di
concussione, abuso d’ ufficio in concorso, falso, tentata truffa,
maltrattamenti e peculato. In ballo, alcuni concorsi truccati e le pressioni
fatte ad alcuni candidati a non presentarsi alle prove di associato. E in
una altra indagine parallela è coinvolta anche la moglie del rettore,
Melitta Grasso, dirigente universitaria, accusata di aver favorito, in
cambio di «mazzette», una società che si era aggiudicata l’appalto, per
quasi due milioni di euro, della vigilanza Policlinico di Messina. Un
appalto che adesso costa appena 300 mila euro. L’inchiesta sull’ateneo
messinese dunque è tutt’altro che conclusa ed ogni giorno che passa si
scoprono altri imbrogli. Agli atti dell’inchiesta, avviata dopo la denuncia
di un docente che non accettò di far svolgere concorsi truccati, ci sono
molte intercettazioni della moglie del rettore. Convinta di non essere
ascoltata, durante una perquisizione della Guardia di Finanza Melitta Grasso
dice ad un suo collaboratore («Alberto») di fare sparire dall’ufficio
documenti compromettenti. In una interrogazione del Pd al Senato, si chiede
al ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini «se intende
costituirsi parte civile a tutela dell’immagine degli atenei e inoltre se
intenda sospendere cautelativamente il rettore di Messina». (Repubblica — 20
novembre 2008 pagina 20, sezione: cronaca).

Eppure è risaputo come si svolgono i concorsi in magistratura.

Roma, bigliettini negli slip al concorso magistrati. Bufera sulle
perquisizioni intime. Nel mirino della polizia oltre 40 persone sospettate
di aver occultato le tracce: cinque candidate espulse, scrive Roberto
Damiani il 2 febbraio 2018 su “Quotidiano.net. Il concorso in magistratura
iniziato il 20 gennaio a Roma per 320 posti (sono state presentate 13.968
domande) rischia di diventare una questione da intimissimi. Nel senso di
slip. Perché attraverso le mutandine sono state espulse diverse candidate.
Stando a ciò che trapela, i commissari d’esame hanno mandato a casa cinque
candidate e c’era incertezza su una sesta. Tutte hanno avuto una
perquisizione totale, cioè la polizia penitenziaria femminile ha fatto
spogliare completamente le candidate perché sospettate di nascondere
qualcosa. E su circa 40 controlli corporali totali, cinque o forse sei
ragazze avevano foglietti con dei temi (non gli stessi poi usciti per la
prova) negli slip. E per queste candidate, non c’è stata giustificazione che
potesse tenere: sono state espulse immediatamente. La polemica delle
perquisizioni fino a doversi abbassare le mutande è divampata per un post
della candidata Cristiana Sani che denunciava l’offesa di doversi denudare:
«Ero in fila per il bagno delle donne – ha scritto su Facebook la candidata
– arrivano due poliziotte, le quali si avvicinano alla nostra fila e
iniziano a perquisire una ad una le ragazze in fila. Me compresa. Io lì per
lì non ho capito quello che stesse succedendo, non me lo aspettavo, visto
che durante le due giornate precedenti non avevo avuto esperienze simili».
«Capisco – continua Cristiana – che c’è un problema nel momento in cui una
ragazza esce dal bagno piangendo. Tocca a me e loro mi dicono di mettermi
nell’angolo (non del bagno, ma del corridoio, con loro due davanti che mi
fanno da paravento) per la perquisizione. Non mi mettono le mani addosso,
sono sincera. Mi fanno tirare su maglia e canotta, davanti e dietro. Mi
fanno slacciare il reggiseno. Poi giù i pantaloni. Ma la cosa scioccante è
stata quando mi hanno chiesto di tirare giù le mutande. Io mi stavo
vergognando come la peggiore delle criminali e le ho tirate giù di mezzo
millimetro. A quel punto mi hanno detto: ‘Dottoressa, avanti! Si cali le
mutande. Ancora più giù, faccia quasi per togliersele e si giri. Cos’è? Ha
il ciclo, che non se le vuole tirare giù?!’. Mi sono rifiutata, rivestita e
tornata al mio posto ma ero allibita. Questa si chiama violenza». Nel forum
del concorso, i candidati si scambiano opinioni, tutte abbastanza negative
sull’esperienza in atto e contestano le perquisizioni ritenendole illegali.
Ma nessuno sembra aver letto il regio decreto del 15/10/1925, n. 1860,
all’art. 7 che regola i concorsi pubblici e tuttora in vigore: «… i
concorrenti devono essere collocati ciascuno a un tavolo separato (…) È
vietato ai concorrenti di portare seco appunti manoscritti o libri. Essi
possono essere sottoposti a perquisizione personale prima del loro ingresso
nella sala degli esami e durante gli esami». Sembra che le perquisizioni
siano scattate solo nei confronti di chi frequentava troppo il bagno. Eppure
quegli aspiranti magistrati espulsi avrebbero dovuto conoscere la regola
d’oro: l’«assassino» torna sempre due volte sul luogo del delitto.

Ma non è lercio solo quel che appare. E’ da scuola l’esempio della
correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra
tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati
non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo
Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso
per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai
verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti
di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta
chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli
hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto
ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte
della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In
quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de
Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso
farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti
abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un
servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni
zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati
bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e
hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con
abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell’acqua. Questi
magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta
dell’avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di
ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura
indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate
che sia vergognoso condividete il più possibile, non c’è altro da fare.
Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la
prima pietra.

Ma come ci si può difendere da decisioni scellerate?

A Taranto per due magistrati su tre, dunque, Sebai non è credibile. Il
tunisino è stato etichettato dalla pubblica accusa come un «mitomane» che
vuole scagionare detenuti che ha conosciuto in carcere. Solo l’omicidio
Lapiscopia, per il quale è stata chiesta la condanna, era ancora insoluto,
quindi senza alcun condannato a scontare la pena. Il gup Valeria Ingenito
nel corso dell’udienza ha respinto la richiesta di sospensione del processo
e l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 52 del Codice di
procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non obbligo di
astensione del pubblico ministero. L’eccezione era stata sollevata dal
legale di Sebai, Luciano Faraon. Secondo il difensore, i pm Montanaro e
Petrocelli, che hanno chiesto l’assoluzione del tunisino per tre dei quattro
omicidi confessati dall’imputato, “avrebbero dovuto astenersi per gravi
ragioni di convenienza per evidenti situazioni di incompatibilità, esistente
un grave conflitto d’interesse, visto che hanno sostenuto l’accusa di
persone, ottenendone poi la condanna, che alla luce delle confessioni di
Sebai risultano invece essere innocenti e quindi forieri di responsabilità
per errore giudiziario”. Non solo i pm erano incompatibili, ma
incompatibile era anche il foro del giudizio, in quanto da quei procedimenti
addivenivano responsabilità delle parti giudiziarie, che per competenza
erano di fatto delegate al foro di Potenza. Nessuno ha presentato la
ricusazione per tutti i magistrati, sia requirenti, sia giudicanti.

Comunque il presidente del Tribunale di Taranto Antonio Morelli, come è
normale per quel Foro, ha respinto l’astensione dei giudici Cesarina Trunfio
e Fulvia Misserini, rispettivamente presidente e giudice a latere della
Corte d’Assise chiamata a giudicare gli imputati al processo per l’omicidio
di Sarah Scazzi. I due magistrati si erano astenuti, rimettendo la decisione
nelle mani del presidente del Tribunale dopo la diffusione di un video in
cui erano “intercettate” mentre si interrogavano sulle strategie difensive
che di lì a poco gli avvocati avrebbero adottato al processo. Secondo il
presidente del Tribunale però dai dialoghi captati non si evince alcun
pregiudizio da parte dei magistrati, non c’è espressione di opinione che
incrini la capacità e serenità del giudizio e quindi non sussistono le
condizioni che obbligano i due giudici togati ad astenersi dal trattare il
processo. Il presidente del Tribunale di Taranto ha respinto l’astensione
dei giudici dopo che era stata sollecitata dalle difese per un video fuori
onda con frasi imbarazzanti dei giudici sulle strategie difensive delle
imputate. E adesso si va avanti con il processo. Tocca all’arringa di Franco
Coppi. Posti in piedi in aula. Tutti gli avvocati del circondario si sono
dati appuntamento per sentire il principe del Foro. Coppi inizia spiegando
il perché della loro richiesta di astensione: «L’avvocato De Jaco ed io
abbiamo sollecitato l’astensione in relazione alle frasi note.

29 agosto 2011. La rimessione del processo per incompatibilità ambientale.
«Le lettere scritte da Michele Misseri le abbiamo prodotte perchè‚ sono
inquietanti non tanto per il fatto che lui continua ad accusarsi di essere
lui l’assassino, ma proprio perchè mettono in luce questo clima avvelenato,
in cui i protagonisti di questa inchiesta possono essere condizionati». Lo
ha sottolineato alla stampa ed alle TV l’avv. Franco Coppi, legale di
Sabrina Misseri riferendosi alle otto lettere scritte dal contadino di
Avetrana e indirizzate in carcere alla moglie Cosima Serrano e alla figlia
Sabrina, con le quali si scusa sostenendo di averle accusate ingiustamente.
«Michele Misseri – aggiunge l’avv. Coppi – afferma che ci sono persone che
lo incitano a sostenere la tesi della colpevolezza della figlia e della
moglie quando lui afferma di essere l’unico colpevole e avanza accuse anche
molto inquietanti. Si tratta di lettere scritte fino a 7-8 giorni fa». «Che
garanzie abbiamo – ha fatto presente il difensore di Sabrina Misseri – che
quando dovrà fare le sue dichiarazioni avrà tenuta nervosa e morale
sufficiente per affrontare un dibattimento?». «La sera c’è qualcuno che si
diverte a sputare addosso ad alcuni colleghi impegnati in questo processo. I
familiari di questi avvocati non possono girare liberamente perchè c’è gente
che li va ad accusare di avere dei genitori o dei mariti che hanno assunto
la difesa di mostri, quali sarebbero ad esempio Sabrina e Cosima. Questo è
il clima in cui siamo costretti a lavorare ed è il motivo per cui abbiamo
chiesto un intervento della Corte di Cassazione». «E’ bene – ha aggiunto
l’avvocato Coppi – allontanarci materialmente da questi luoghi. Abbiamo
avuto la fortuna di avere un giudice scrupoloso che ha valutato gli atti e
ha emesso una ordinanza a nostro avviso impeccabile. La sede alternativa
dovrebbe essere Potenza. Non è che il processo si vince o si perde oggi, ma
questo è un passaggio che la difesa riteneva opportuno fare e saremmo stati
dei cattivi difensori se per un motivo o per l’altro e per un malinteso
senso di paura non avessimo adottato questa iniziativa». A volte però non
c’è molto spazio per l’interpretazione. Il sostituto procuratore generale
Gabriele Mazzotta è chiarissimo: «Una serie di indicatori consentono di
individuare un’emotività ambientale tale da contribuire all’alterazione
delle attività di acquisizione della prova». Mazzotta parla davanti alla
prima sezione penale della Cassazione dove si sta discutendo la richiesta di
rimessione del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi: i difensori di
Sabrina Misseri, Franco Coppi e Nicola Marseglia, chiedono di spostare tutto
a Potenza perché il clima che si respira sull’asse Avetrana-Taranto
«pregiudica la libera determinazione delle persone che partecipano al
processo». Ed a sorpresa il sostituto pg che rappresenta la pubblica accusa
sostiene le ragioni della difesa e chiede lui stesso che il caso venga
trasferito a Potenza per legittima suspicione. A Taranto, in sostanza, non
c’è la tranquillità necessaria per giudicare le indagate.

12 ottobre 2011. Il rigetto dell’istanza di rimessione. La prima sezione
penale della Cassazione ha infatti respinto la richiesta di rimessione del
processo per incompatibilità ambientale, con conseguente trasferimento di
sede a Potenza, avanzata il 29 agosto 2011 dai difensori di Sabrina Misseri,
gli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia.

Eppure la stessa Corte ha reso illegittime tutte le ordinanze cautelari in
carcere emesse dal Tribunale di Taranto.

Per quanto riguarda la Rimessione, la Cassazione penale, sez. I, 10 marzo
1997, n. 1952 (in Cass. pen., 1998, p. 2421), caso Pomicino: “l’istituto
della rimessione del processo, come disciplinato dall’art. 45 c.p.p., può
trovare applicazione soltanto quando si sia effettivamente determinata in un
certo luogo una situazione obiettiva di tale rilevanza da coinvolgere
l’ordine processuale – inteso come complesso di persone e mezzi apprestato
dallo Stato per l’esercizio della giurisdizione -, sicché tale situazione,
non potendo essere eliminata con il ricorso agli altri strumenti previsti
dalla legge per i casi di alterazione del corso normale del processo – quali
l’astensione o la ricusazione del giudice -, richiede necessariamente il
trasferimento del processo ad altra sede giudiziaria … Consegue che non
hanno rilevanza ai fini dell’applicazione dell’istituto vicende riguardanti
singoli magistrati che hanno svolto funzioni giurisdizionali nel
procedimento, non coinvolgenti l’organo giudiziario nel suo complesso”.

Per quanto riguarda la Ricusazione: «Evidenziato che non può costituire
motivo di ricusazione per incompatibilità la previa presentazione, da parte
del ricusante, di una denuncia penale o la instaurazione di una causa civile
nei confronti del giudice, in quanto entrambe le iniziative sono “fatto”
riferibile solo alla parte e non al magistrato e non può ammettersi che sia
rimessa alla iniziativa della parte la scelta di chi lo deve giudicare.
(Cass. pen. Sez. V 10/01/2007, n. 8429).

In questo modo la pronuncia della Corte di Cassazione discrimina
l’iniziativa della parte, degradandola rispetto alla presa di posizione del
magistrato: la denuncia del cittadino non vale per la ricusazione,
nonostante possa conseguire calunnia; la denuncia del magistrato vale
astensione. Per la Cassazione per avere la ricusazione del singolo
magistrato non astenuto si ha bisogno della denuncia del medesimo magistrato
e non della parte. Analogicamente, la Cassazione afferma in modo implicito
che per ottenere la rimessione dei processi per legittimo sospetto è
indispensabile che ci sia una denuncia presentata da tutti i magistrati del
Foro contro una sola parte. In questo caso, però, non si parlerebbe più di
rimessione, ma di ricusazione generale. Seguendo questa logica nessuna
istanza di rimessione sarà mai accolta.

Qui non si vuole criminalizzare una intera categoria. Basta, però, indicare
a qualcuno che si ostina a difendere l’indifendibile che qualcosa bisogna
fare. Anzi, prima di tutto, bisogna dire, specialmente sulla Rimessione dei
processi.

Questa norma a vantaggio del cittadino è da sempre assolutamente
disapplicata e non solo per Silvio Berlusconi. Prendiamo per esempio la
norma sulla rimessione del processo prevista dall’art. 45 del codice di
procedura penale. L’articolo 45 c.p.p. prevede che “in ogni stato e grado
del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo
svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la
libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la
sicurezza o l’incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo
sospetto, la Corte di Cassazione, su richiesta motivata del procuratore
generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il
giudice che procede o dell’imputato, rimette il processo ad altro giudice,
designato a norma dell’articolo 11”.

Tale istituto si pone a garanzia del corretto svolgimento del processo,
dell’imparzialità del giudice e della libera attività difensiva delle parti.
Si differenzia dalla ricusazione disciplinata dall’art. 37 c.p.p. in quanto
derogando al principio costituzionale del giudice naturale (quello del locus
commissi delicti) e quindi assumendo il connotato dell’eccezionalità,
necessita per poter essere eccepito o rilevato di gravi situazioni esterne
al processo nelle sole ipotesi in cui queste non siano altrimenti
eliminabili. Inoltre mentre per la domanda di ricusazione è competente il
giudice superiore, per decidere sull’ammissibilità della rimessione lo è
solo la Corte di Cassazione.

«L’ipotesi della rimessione, il trasferimento, cioè, del processo ad altra
sede giudiziaria, deroga, infatti, alle regole ordinarie di competenza e
allo stesso principio del giudice naturale (art. 25 della Costituzione) –
spiega Edmondo Bruti Liberati, già Presidente dell’Associazione nazionale
magistrati. – E pertanto già la Corte di Cassazione ha costantemente
affermato che si tratta di un istituto che trova applicazione in casi del
tutto eccezionali e che le norme sulla rimessione devono essere interpretate
restrittivamente. La lettura delle riviste giuridiche, dei saggi in materia
e dei codici commentati ci presenta una serie lunghissima di casi, in cui si
fa riferimento alle più disparate situazioni di fatto per concludere che la
ipotesi di rimessione è stata esclusa dalla Corte di cassazione. Pochissimi
sono dunque fino al 1989 stati i casi di accoglimento: l’ordine di grandezza
è di una dozzina in tutto. Il dato che si può fornire con precisione – ed è
estremamente significativo – riguarda il periodo dopo il 1989, con il nuovo
Codice di procedura penale: le istanze di rimessione accolte sono state
due.»

I magistrati criticano chiunque tranne se stessi, scrive Pietro Senaldi su
Libero Quotidiano il 28 gennaio 2018. I procuratori generali hanno
inaugurato l’anno giudiziario con discorsi pieni di banalità e senza fare
nessun mea culpa. “Abbiamo una giustizia che neppure in Burkina Faso”. “La
Banca Mondiale mette l’Italia alla casella numero 108 nella classifica
sull’efficienza dei tribunali in rapporto ai bisogni dell’economia”. “Se per
far fallire un’azienda che non paga ci vogliono sette anni, è naturale che
gli stranieri siano restii a investire nel nostro Paese”. “Ultimamente
abbiamo ridotto i tempi ma non si può dire che tre anni di media per
arrivare a una sentenza in un processo civile sia un periodo congruo”. “È
imbarazzante che restino impuniti per il loro male operato e non subiscano
rallentamenti di carriera magistrati che hanno messo sotto processo
innocenti, costringendoli a rinunciare a incarichi importanti e danneggiando
le aziende pubbliche che questi dirigevano, con grave nocumento per
l’economia nazionale”. “Non se ne può più di assistere allo spettacolo di
pubblici ministeri che aprono inchieste a carico di politici sul nulla,
rovinandone la carriera, e poi magari si candidano sfruttando la notorietà
che l’indagine ha procurato loro”. “La giustizia viene ancora
strumentalizzata a fini politici”. “In Italia esistono due pesi e due misure
a seconda di chi è indagato o processato”. “L’economia italiana è frenata da
un numero spropositato di ricorsi accolti senza ragione”. “Le vittime delle
truffe bancarie non hanno avuto giustizia e i responsabili dei crack non
sono stati adeguatamente perseguiti”. “A questo giro elettorale qualcosa non
torna, se Berlusconi non è candidabile in virtù di una legge entrata in
vigore dopo il reato per cui è stato condannato”.

Una pioggia di denunce contro i magistrati Ma sono sempre assolti. Più di
mille esposti l’anno dai cittadini. E le toghe si auto-graziano: archiviati
9 casi su 10, scrive Lodovica Bulian, Lunedì 29/01/2018, su “Il Giornale”.
Tra i motivi ci sono la lunghezza dei processi, i ritardi nel deposito dei
provvedimenti, ma anche «errori» nelle sentenze. In generale, però, è il
rapporto di fiducia tra i cittadini e chi è chiamato a decidere delle loro
vite a essersi «deteriorato». Uno strappo che è all’origine, secondo il
procuratore generale della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio,
«dell’aumento degli esposti» contro i magistrati soprattutto da parte dei
privati. Il fenomeno è la spia di «una reattività che rischia di minare alla
base la legittimazione della giurisdizione», spiega il Pg nella sua
relazione sul 2017 che apre il nuovo anno giudiziario con un grido
d’allarme: «Una giustizia che non ha credibilità non è in grado di
assicurare la democrazia». Nell’ultimo anno sono pervenute alla Procura
generale, che è titolare dell’azione disciplinare, 1.340 esposti contenenti
possibili irregolarità nell’attività delle toghe, tra pm e giudicanti.
Numeri in linea con l’anno precedente (1.363) e con l’ultimo quinquennio (la
media è di 1.335 all’anno). A fronte della mole di segnalazioni, però, per
la categoria che si autogoverna, che si auto esamina, che auto punisce e
che, molto più spesso, si auto assolve, scatta quasi sempre l’archiviazione
per il magistrato accusato: nel 2017 è successo per l’89,7% dei procedimenti
definiti dalla Procura generale, era il 92% nel 2016. Di fatto solo il 7,3%
si è concluso con la promozione di azioni disciplinari poi portate avanti
dal Consiglio superiore della magistratura. Solo in due casi su mille e
duecento archiviati, il ministero della Giustizia ha richiesto di esaminare
gli atti per ulteriori verifiche. Insomma, nessun colpevole. Anzi, la colpa
semmai, secondo Fuzio, è della politica, delle campagne denigratorie,
dell’eccessivo carico di lavoro cui sono esposti i magistrati: «Questo
incremento notevole di esposti di privati cittadini evidenzia una sfiducia
che in parte, può essere la conseguenza dei difficili rapporti tra politica
e giustizia, in parte, può essere l’effetto delle soventi delegittimazioni
provenienti da parti o imputati eccellenti. Ma – ammette – può essere anche
il sintomo che a fronte di una quantità abnorme di processi non sempre vi è
una risposta qualitativamente adeguata». Il risultato è che nel 2017 sono
state esercitate in totale 149 azioni disciplinari (erano 156 nel 2016), di
cui 58 per iniziativa del ministro della Giustizia (in diminuzione del
22,7%) e 91 del Procuratore generale (in aumento quindi del 13,8%). Tra i
procedimenti disciplinari definiti, il 65% si è concluso con la richiesta di
giudizio che, una volta finita sul tavolo del Csm, si è trasformata in
assoluzione nel 28% dei casi e nel 68% è sfociata nella censura, una delle
sanzioni più lievi. Questo non significa, mette in guardia il procuratore,
che tutte le condotte che non vengono punite allora siano opportune o
consone per un magistrato, dall’utilizzo allegro di Facebook alla violazione
del riserbo. E forse il Csm, sottolinea Fuzio, dovrebbe essere messo a
conoscenza anche dei procedimenti archiviati, e tenerne conto quando si
occupa delle «valutazioni di professionalità» dei togati. Che, guarda caso,
nel 2017 sono state positive nel 99,5% dei casi.

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