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Le nuove “comari d’un paesino” ai tempi del Coronavirus La disperata ricerca dell’untore e della sua identità ci rende meno umani e più citrulli immersi in una salsa di idiozia

Le nuove “comari d’un paesino” ai tempi del Coronavirus La disperata ricerca dell’untore e della sua identità ci rende meno umani e più citrulli immersi in una salsa di idiozia
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“Tutto questo lo sai e sai dove comincia la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia, perché siam tutti uguali: siamo cattivi, buoni, e abbiam gli stessi mali: siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri… Coglioni”, il testo di questa canzone dal titolo “curioso” di Francesco Guccini, non parla d’amore, ma di quella che è l’oppressione nelle nostre riflessioni prettamente provinciali, la voglia di curiosare per sentirsi vivi (?). Infatti siamo tutti dei “coglioni” in cerca di un perché curioso. Ovviamente non starò a tediarvi sul significato del testo in quanto trova ispirazione nei romanzi di Dostoevskij. Guccini si immedesima in un Raskolnikov oppure nelle riflessioni di Karamazov, basta leggere i due romanzi per capire il testo. Ma questo è un discorso che va oltre e sempre nella costante assoluta che ci sono autori come Guccini o De Andrè che vanno capiti e non ascoltati solo apprendendo dai libri d’ispirazione, altrimenti…
questa lunga prefazione per dire cosa? Quella questione che divora l’essere umano e oggi, in tempi di isolamento forzato accompagnato dalla paura di un contagio da Coronavirus accentua quel divorare di istanti i quali vengono consumati dalla sindrome delle “comari d’un paesino”.
Stamani si è appresa la notizia di un ragazzo di Taurianova che, ahimè, è stato contagiato ed affetto da Covid-19, un giovane infermiere che vista la sua missione (nobile) come ogni operatore sanitario di questo Paese, rischia la propria vita al servizio degli altri. Magari in condizioni precarie, con una sanità sempre più simile ad una nave invasa dai topi che sta per affondare. Pochi istanti dopo la divulgazione della notizia c’è stata una pletora di “legionari” che assaliti dal delirio del “comaraggio” compulsivo cercava a ogni costo di sapere chi fosse. E perché? Udite…udite, non vorrebbero trovarsi davanti a questo untore ed essere contagiati. Purtroppo in tempi di social c’è il rischio di imbattersi in questi personaggi dal dito (sulla tastiera) veloce in un “Far Social” selvaggio.
Ovviamente vige in Italia la tutela della privacy e anche se non fosse così, ci sarebbe innanzitutto il rispetto, la dignità, l’educazione al rispetto per le persone. E allora, i sermoni non mi sono mai piaciuti, odorano di incenso e io ne sono allergico per condizione e per convinzione non assiomatica, in quanto ogni cosa è discutibile. Ma quello che più indigna è la spasmodica ricerca dell’untore, come una sorta di caccia all’uomo, come se ci dovesse essere una taglia da riscuotere in quanto perseguitato dai bounty killer pronti a sparare…cazzate, ma non è così. Non è così che va il mondo perché se tale fosse questa direzione, ci troveremmo coinvolti in un vortice senza fine colmo di cattiveria e sospetti divisivi che non fanno onore all’umanità stessa.
Siamo nel buio pesto, l’alba arriverà e sarà quel giorno della rinascita ma anche della rivincita, quella umana, sociale e anche economica quest’ultima sta diventando pesante per questa maledetta pandemia che si sta portando via la storia di questo paese. E chi se ne va non può ricevere nemmeno la dignità di un rito religioso perché viene portato via come merce all’ammasso dentro dei mezzi militari. La solidarietà dev’essere accompagnata anche dalla tolleranza, perché in esse vige la giustizia sociale. E questa non è altro che un fondamento del rispetto.
Sapere chi sono gli untori non ci fa persone migliori, ma solo “comari” in cerca del pettegolezzo da mercato del pesce. Diamoci un contegno perché nessuno è appestato in questa terra, ma solo uomini che hanno la stessa miserabile dignità che tutti quanti noi possediamo.

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