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L’eco dell’inutilità Ecocardiografia: esame strumentale o tecnica di sopravvivenza?

L’eco dell’inutilità Ecocardiografia: esame strumentale o tecnica di sopravvivenza?
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di Natalia Gelonesi

Finalmente ho capito l’utilità dell’ecocardiogramma. Prima pensavo fosse un esame salvavita, che se non lo fai in tempi brevissimi “allora uno può morire”, poi mi sono illusa con le sue proprietà terapeutiche e infine mi sono convinta che fosse un’alternativa all’estrema unzione, come ci ha insegnato un vecchio primario della Medicina, che organizzava i pellegrinaggi dal reparto all’ambulatorio, con trenini di pazienti di cui il giorno dopo vedevi affissi i manifesti funebri.

Ora, dopo corsi, training, libri, ho capito che l’ecocardiogramma ha una funzione essenzialmente cosmetica. Fa fare bella figura a chi te lo richiede. Spesso all’amico dell’amico. E’ la Gucci degli esami strumentali, insomma. E tu, in questo meccanismo, sei un po’ il bambino del Bangladesh che infila le perline. L’ecocardiografia è quella metodica strumentale che ti permette di valutare la struttura del cuore, i flussi attraverso le valvole, il rilasciarsi e il contrarsi del muscolo cardiaco ai tempi di diastole e sistole, in una danza perfetta in cui il miocardio è la dama che segue e asseconda il tempo impartito da un meccanismo fisiologico che si automantiene. (A volte i cavalieri danzano sul tempo sbagliato e la dama è costretta a seguirlo, ma questa è un’altra storia)

Come a tutte le cose belle e affascinanti, anche all’ecocardiogramma bisognerebbe avvicinarsi con un certo garbo e una certa dose di selettività nel scegliere a chi destinarlo. Altrimenti, si rischia che il fascino si vada dissolvendosi nella ripetitività di una noiosa routine. Una routine fatta di richieste per lo più inutili. E quindi entriamo nel campo dell’appropriatezza prescrittiva. Che, quando ci si lamenta delle liste d’attesa, bisogna chiedersi quanti, di tutti quegli esami che sono stati richiesti, siano effettivamente utili e appropriati. A occhio e croce direi solo un 20%.

E invece, da indagine strumentale con indicazioni ben precise, da femme fatale che si concede a pochi, l’ecocardiografia è diventata, permettetemi il termine, la prostituta della Cardiologia. Dai, diciamolo, nessuno resiste alla tentazione di avere un eco in cartella, anche quando sa che è assolutamente superfluo e che non gli darà nessuna informazione in più che possa modificare sostanzialmente la sua condotta terapeutica. A volte è spesso una sorta di placebo. E’ quel tocco di classe che impreziosisce il ricovero, la statuetta di Copenaghen che sta in vetrina, la scarpa col tacco 14 che non metterai mai, il vestito attillato che rimarrà nell’armadio perché tanto non dimagrirai. Però è una bellissima tentazione a cui è difficile rinunciare.

Avere un ecografista a portata di mano e non chiedergli un eco è come stare nella stessa stanza con Ryan Gosling e non provare a saltargli addosso. Un vero peccato. Magari poi non concludi niente, però ci hai provato, no? E l’importante è quello. E poi ci sono gli eco esterni. Quella valanga di impegnative che recano diagnosi di comodo tipo “cardiopatia ipertensiva” oppure “cardiopatia” soltanto. Così, generica. Una specie di giochino in cui devi essere tu a scoprire di che cardiopatia si tratta. In un esame negativo, nel 99% dei casi. Anche lì, la funzione dell’eco è essenzialmente cosmetica.

E’ un escamotage usato dai medici di base per togliersi dall’impasse di cardiopalmi, dolori atipici, dispnee psicogene. Un delizioso surrogato della visita psichiatrica, spesso. Perché se dici a un paziente che i suoi sono disturbi d’ansia non ci crede e ti insulta pure, se lo mandi a fare l’eco o la visita cardiologica, non solo lo fai contento, ma lo infili pure in un tunnel senza uscita in cui si convince davvero di avere qualcosa. E allora avrai fatto la felicità – e la rovina al tempo stesso – di un ipocondriaco. E’ la stessa identica cosa di quando le mamme non sanno cosa rispondere e dicono “Chiedi a papà”. Ecco. Chiedi al cardiologo.

Funzione ansiolitica anche per i medici di PS che, in balia delle onde di un’agitata tempesta notturna, aggrappati a una zattera come Jack, non chiedono a Rose “Fammi salire che ci entrerebbe pure quel pachiderma di tua zia” ma vedono la salvezza nell’ecoscopia. Che letteralmente sta per “Dagli una guardata in eco”.

E tu che fai? Li lasci annegare? No. Che poi, magari alle 3 di notte preferiresti dare una guardata a qualcos’altro o qualcuncaltro, ma sta benedetta guardata gliela dai. E così fai tutti contenti: colleghi, pazienti, D-dimeri e altre cose strane. Insomma, alla fine, vi andreste a fare una ceretta senza un’opportuna ricrescita? Paghereste per un refill quando le unghie sono ancora perfette? Uscireste con un tizio con cui siete già uscite per farvi ripetere le stesse cose e svenire dalla noia? Tutto nella vita ha i suoi tempi, le sue indicazioni, i suoi metodi. Anche l’ecocardiogramma. E niente, ma proprio niente, va dato per scontato ed assicurato. La disponibilità di un esame strumentale, così come la presenza di una donna. E allora buon 8 Marzo e ricordatevi di “guardare” non solo dentro il vostro cuore, ma soprattutto dentro quello degli altri. Perché niente è mai come sembra.

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