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Lettera ad un giudice mai nato Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sulla natura quasi umana del giudice ai margini di incombenti scandali

Lettera ad un giudice mai nato Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sulla natura quasi umana del giudice ai margini di incombenti scandali
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Lo scranno sul quale colloca il suo corpo, Signor Giudice, non è una poltrona qualsiasi, sulla quale riposarsi o meditare, essa costituisce il simbolo di un legittimo potere scaturente dalla popolare forma democratica costituita, che le dà la facoltà di amministrare la giustizia non arbitrariamente o per fatto personale o per un capriccio della sorte, ma per una imprescindibile esigenza di ordine e norme terrene che deve sovrastare chiunque, in attesa di un giudizio di divina conduzione al quale non potrete esimervi dal compartecipare quale soggetto passivo.

Lo scranno, Signor Giudice, dovrebbe precludersi alle consuete terga, se nel vostro animo, invece della umiltà, umanità o della comprensione incrementiate la superbia della toga, l’albagia del potere, la strafottenza del grado giudiziario o la iattanza del parvenu.

Alla gente poco interessa che conosciate la “Lex Romana Visigotorum” di Alarico o “Le Istituzioni” di Ulpiano o il “Codex Theodosianus” o le “Summae Divisionis Rerum”, nettampoco al popolo sovrano affascina la cultura vera o presunta che irrora il vostro nobile cervello, bensì semplicemente sapere che la verità che propinate con la sacramentale formula de “In Nome del Popolo Italiano”, sia quella esattamente definita e forgiata con il martello della verità.

Il dramma altrui deve compenetrare i vostri ragionamenti, come un attore che si cala nel personaggio che rappresenta, poiché com’è prevedibile ognuno racconta la propria verità relativamente mutevole, la quale potrebbe trasformare il vostro “libero convincimento” in un vostro personale “libero stravolgimento”.

Dovreste, Signor Giudice leggere nell’Antico Testamento il “Libro dei Giudici” ove in un fraseggio biblico vengono vergate queste precise parole: “Ora al tempo che i Giudici giudicavano, fu una fame nel Paese”; la interpretazione certamente allude alla fame di giustizia, considerando che gli annali della umanità sono compendiate da storie di odio fratricida e di lotta per la giustizia.

Non accantonate, Signor Giudice, il Corano dove la “LXIX Sura” recita “Che cos’è l’inevitabile? E come saprai mai cos’è l’inevitabile”, alludendo e dando significazione al fatto che dovete dare peso nei processi a quel quid di imponderabile che sovrasta i semplicistici fatti giudiziari.

Rammenti ancora, Signor Giudice, ciò che ci viene tramandato da Platone ne l’”Apologia di Socrate”, ove si asserisce che per giudicare occorra non solo conoscere gli uomini e le loro debolezze, ma per addentrarsi nei meandri più oscuri della mente, lo stesso giudicante deve chiedere soccorso a quel divino “demone” che Cicerone, da par suo, riporta nello sfolgorante saggio “De divinitate”.

Signor Giudice, senza scomodare Machiavelli non dovete obliare che la natura umana è anche composta di sostantivi quali “truffa e menzogna” che costituiscono il vero commando armato della occulta ipocrisia disarmata.

Perciò per me, anche se non ci crederete, siete un eroe, quando siete, s’intende, un vero giudice, eludendo e schivando sdegnosamente i costi del protagonismo che sovente trasforma un’aula tribunalizia in una soap-opera televisiva.

Per concludere Signor Giudice, rammentate sempre che se al di sopra delle nuvole c’è il sole, se al di sopra del sole ci sono le stelle, se al di sopra delle stelle c’è il Pensiero, se al di sopra del Pensiero c’è la Verità, al di sopra della Verità c’è Dio, in quanto al di là di ogni ragionevole dubbio, non vi è che la certezza della verità!

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