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L’inquisito Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sull'idea di giustizia secondo Giorgio Saviane

L’inquisito Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sull'idea di giustizia secondo Giorgio Saviane
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“In un processo come il nostro le chiacchiere sono prove. La verità in un processo penale è quella dell’atmosfera, delle opinioni, degli errori. La verità in un processo penale è di carta. Una parola la può bruciare”.

Questo è il vibrante sfogo del difensore Luca Marniani, avvocato protagonista de “L’inquisito”, l’inquietante romanzo dello scrittore Giorgio Saviane edito da Lerici nel 1961.

L’avvocato Luca Marniani è fatto segno a un’accusa degradante, infamante e calunniosa, pubblicizzata da un infido magistrato nonostante la segretezza del rito inquisitorio; viene indagato attraverso una procedura ignobile e devastante, fino a fargli perdere la sua stessa identità di uomo di legge.

Tutta l’opera del grande Saviane è permeata da uno strenuo e sottile investigare i meandri della colpa e del giudizio.

Il libro possiede una singolare carica di contestazione non solamente del sistema processuale, ma, altresì, di un certo costume giudiziario il quale all’insegna di un archetipo giudiziario, consentiva e consente tuttora abusi ed errori ricorrenti.

La verità è che il romanzo attinge al cuore del problema, quello della essenza dell’istituzione giudiziaria, della funzione del processo e del giudizio e della credibilità degli uomini addetti alla regolamentazione decisionale delle controversie umane.

Fu lo stesso magistrato-scrittore Giuseppe Guido Lo Schiavo, autore del romanzo “Piccola Pretura” dal quale Pietro Germi trasse il film “In nome della legge”, a scrivere che “la crisi della giustizia è più per difetto di uomini, per difetto di capi e per difetto di sensibilità umana, che per difetto di norme giuridiche”.

Ciò altro non è che un modo di ricollegarsi alla requisitoria contro i giudici che si comportano da carnefici, svolta da Alessandro Manzoni ne “La colonna infame”, geniale preludio finale ai “Promessi Sposi”, ed alla visione preconizzatrice dell’altro attento letterato e cronista giudiziario che è stato Leonardo Sciascia.

L’esigenza imprescindibile dei giudicabili di avere giudici probi, consapevoli e capaci, in via di paradosso, ci venne suggerita dal più eminente avvocato e giurista italiano Francesco Carnelutti il quale asserì che “tutti i giudici, prima di ottemperare agli altissimi compiti della loro funzione, dovrebbero trascorrere in carcere un anno di reclusione”.

Fedele all’impianto narrativo e saggistico, oltreché alla tecnica scrittoria, è un altro romanzo di Giorgio Saviane pubblicato dalla Rizzoli nel 1991 “Una vergogna civile”, dove viene rievocata una dolente esperienza processuale di negletta egemonia di un giudice requirente.

La parola negata al difensore, assurge a metafora della sconfitta delle stesse ragioni della Giustizia: l’atto del giudice che usurpa la parola al difensore, fuorviandone la fiducia riposta nell’imparzialità dei giudici, diviene emblematicamente “una vergogna civile”.

L’iniziale e sconvolgente esperienza de “L’inquisito” costituisce il preludio frustrante de “Una vergogna civile” dove una misteriosa, sfuggente ed inafferrabile macchina giudiziaria alterna tratti di ironia o di farsa a quelli di tragedia.

In Saviane con la concisione della parabola e dell’apologo, si entra nei meandri deputati alla Difesa, alla solitudine dell’avvocato ed al valore della mediazione dello stesso di fronte alle diaspore delle “molte giustizie” che, in quanto espressioni della fallacia umana, rendono la Giustizia improbabile e inattingibile.

“Ogni sentenza è un fatto storico, modificare la storia è l’atto supremo del difensore: non per affermazione della propria furberia, come alcuni credono, ma in difesa dell’uomo”. (Giorgio Saviane 1916 – 2000, scrittore ed avvocato italiano)

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