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Mafia & Media, se Spirlì pesta il grosso argomento nel “giardino di casa” Il blogger evangelista del credo salviniano tramava con l'imprenditore arrestato. Lui non è indagato, non parla della sua grana e pontifica su Saviano

Mafia & Media, se Spirlì pesta il grosso argomento nel “giardino di casa” Il blogger evangelista del credo salviniano tramava con l'imprenditore arrestato. Lui non è indagato, non parla della sua grana e pontifica su Saviano
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di Agostino Pantano

Il giornalista Nino Spirlì non è indagato, per fortuna. Di lui nell’ordinanza dell’operazione antimafia “Happy Dog”, quindi, si può parlare senza generare dispute tra garantisti e giustizialisti. Serve sviscerarlo ugualmente il suo ruolo che, secondo quanto scrive il gip di Reggio Calabria, “viene interessato per effettuare servizi giornalistici”, ed è “imbeccato” dai fratelli Fava, gli imprenditori arrestati perché sarebbero a capo della “mafia dei canili” scoperta. Si tratta cioè di scandagliare l’illegalità fin qui provata dai magistrati della Dda reggina, che hanno ottenuto misure restrittive per 16 persone e sequestrate un paio di ditte, non solo per i fatti penalmente rilevanti ipotizzati, ma soprattutto per l’esatta fotografia delle complicità altolocate – tra i media ma anche negli uffici dell’Asp – di cui disponevano i gestori del canile di Taurianova.

Se ne ricava il senso di una sottovalutazione complessiva della pericolosità sociale di un’impresa abbondantemente citata nella Relazione per lo scioglimento per mafia del Consiglio comunale, conosciuta non da oggi per i legami dei suoi fondatori con la cosca Viola-Zagari-Fazzalari, al punto che più volte era finita sui giornali la ripetuta interdizione antimafia comminata da varie prefetture. Dunque, non un’impresa qualsiasi quella che sarebbe arrivata fino agli studi di Mediaset per far fare un servizio contro il canile concorrente di Sant’Ilario dello Jonio; e un imprenditore tutt’altro che sconosciuto quell’Antonio Fava detto Enzo che a Spirlì “commissionava articoli – così scrive il giudice – dall’alto contenuto denigratorio”.

Il noto blogger, che della sua scelta di ritrapiantarsi proprio a Taurianova dopo gli anni romani non fa mistero – anzi la enfatizza nell’attuale corso politico che lo iscrive nell’elenco dei più mediatici dei “salvianiani di Calabria” – però non ha trattato pubblicamente la grana che gli è scoppiata nel “giardino di casa”. Nei suoi tanti scritti successivi al fatto, ha legittimamente scelto il riserbo, postando finanche comunicazioni sulla causa di beatificazione di santi, senza mancare di osannare il capo che dal Viminale ha dichiarato guerra agli africani. Ha praticato quella tecnica dell’evitamento che magari può servirgli per negare psicologicamente il suo quasi fardello giudiziario – e per lui che è un notorio grafomane sappiamo quanto questa autocensura possa pesare -, ma non lo assolve affatto da colpe politiche che, anzi, la sua omissione ingigantisce. Nello stesso giorno in cui per i suoi interlocutori taurianovesi scattavano le manette, il 22 giugno, Spirlì sperimentava in Calabria la versione salviniana della tecnica della distrazione pubblicando, sul blog “Diario di una vecchia checca”, un post contro Roberto Saviano. Per dire allo scrittore antimafia, impegnato in quelle ore a difendersi dal ministro Salvini , che “i calabresi hanno strapieni i coglioni delle generalizzazioni” rispetto alla ndgrangheta che “pure esiste ovunque, anche in Cina”.

Insomma, argomento di giornata centrato ma distante da quella telefonata intercettata in cui all’imprenditore del clan il rubrichista e politico avrebbe detto che “bisogna denunciare di nuovo tramite Striscia la notizia”, nell’ambito di quella che secondo gli inquirenti sarebbe stata una seconda denigrazione contro il canile della Locride. Nelle vesti di polemista vede la mafia “ovunque”; nel ruolo di antenna locale del radicamento calabrese di Salvini, però, la mafia non l’avrebbe vista tra i canili di “casa sua”. Nei giorni in cui i magistrati mostravano invece quanto significativa e sociologicamente interessante sia la condizione di chi, pur non commettendo reati, con leggerezza può finire col partecipare a disegni opachi, Spirlì sceglieva di lanciare un messaggio politico ai suoi. Intrecciando giornalismo e politica, è sembrato parlare – per difenderli – a quei leghisti che si erano sentiti toccati dalle parole di Saviano, che aveva richiamato la partecipazione “di mafiosi al comizio di Rosarno”, la manifestazione che nel tripudio di bandiere e selfie proprio Spirlì aveva presentato dopo le elezioni. E se ai suoi pentimenti e all’emigrazione da un partito all’altro eravamo abituati, più difficile è ora accettare che l’influencer di Taurianova – noto amante dei cani, al punto da intitolare un club di Forza Italia col nome della bestiola di Berlusconi – abbia “pestato” un grosso argomento, mafia e politica, senza rendersene conto: qual è il confine oltre il quale chi esprime opinioni non deve andare per non apparire un marziano che parla di quello che … sa?

 

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